Addio al cantautore delle radici, dell’anarchia e delle grandi domande. Fu anticlericale, agnostico e insofferente verso ogni dogmatismo; ma riconobbe l’umanità di alcuni sacerdoti, divenne amico del cardinale Matteo Zuppi e volle incontrare papa Francesco. Nelle sue canzoni la politica non fu propaganda, ma inquietudine morale e ricerca di una fraternità possibile.

Francesco Guccini se n’è andato nella notte tra il 5 e il 6 agosto, a ottantasei anni, nella sua Pàvana, circondato dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e dai familiari. Aveva chiesto funerali strettamente privati; una commemorazione pubblica sarà organizzata nel mese di settembre. Anche nell’ultimo passaggio ha scelto la riservatezza dell’uomo che rifuggiva le celebrazioni, pur essendo diventato, quasi suo malgrado, una delle figure simboliche della cultura italiana del secondo Novecento.

Da sacerdote, davanti alla morte di Francesco Guccini, avverto anzitutto il dovere di non appropriarmi di lui. Non sarebbe onesto trasformare l’agnostico in un credente inconsapevole, il cantautore anticlericale in un cristiano anonimo, il vecchio anarchico in un devoto dell’ultima ora. Guccini non ha mai nascosto la propria distanza dalla fede ecclesiale. Aveva una vena mangiapreti, talvolta irriverente, e non risparmiava sarcasmi al clero, alle devozioni stanche, alle istituzioni religiose quando diventavano potere, abitudine o ipocrisia.

Eppure, sarebbe altrettanto ingiusto ridurlo a un ateo militante. Guccini non amava il clericalismo, ma neppure il materialismo chiuso; diffidava dei sacerdoti che pretendevano di possedere Dio, ma anche di quanti dichiaravano definitivamente morto ogni mistero. È stato definito felicemente un anarchico aperto all’invisibile, un agnostico capace di conservare le ali. Non possedeva la fede, ma non cessava di porre domande alla fede. E, forse, talvolta la domanda custodisce il mistero con maggiore rispetto di molte risposte pronunciate troppo facilmente.

Tra Modena, Pàvana e Bologna

Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini trascorse gli anni dell’infanzia a Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano. Quel paese non sarebbe rimasto soltanto un luogo geografico. Sarebbe diventato la sua patria interiore: il mulino dei nonni, il fiume, il dialetto, gli anziani, i racconti ascoltati nelle veglie, le cose scomparse e quelle che resistono alla modernità.

Pàvana fu per Guccini ciò che certi paesi biblici sono per i profeti: non un rifugio sentimentale, ma il punto dal quale giudicare il mondo. Da lì provenivano le sue “radici”, parola centrale della sua poetica. La modernità, vista dalla montagna, appariva insieme affascinante e devastatrice: prometteva libertà, ma cancellava memorie; moltiplicava i beni, ma impoveriva le relazioni; accorciava le distanze, ma rendeva gli uomini più soli.

Nel 1961 si trasferì con la famiglia a Bologna. Suonò nei gruppi da ballo, svolse il servizio militare, frequentò l’università e, dal 1965 al 1985, insegnò lingua italiana agli studenti del Dickinson College. Fu anche cronista, pubblicitario e autore di fumetti. Questa pluralità di esperienze spiega in parte la ricchezza della sua lingua: colta e popolare, letteraria e osteriale, capace di passare da Eliot a una bestemmia emiliana, dalla Bibbia alle chiacchiere ascoltate davanti a un bicchiere di vino.

Le prime canzoni e il grido di una generazione

Prima di diventare interprete, Guccini fu autore per altri. Negli anni Sessanta scrisse per l’Equipe 84, per i Nomadi e per Caterina Caselli. Nacquero allora brani come AuschwitzNoi non ci saremoPer fare un uomo e Dio è morto. Il debutto discografico personale arrivò nel 1967 con Folk Beat n. 1.

Già in quelle prime composizioni era presente quasi tutto Guccini: la memoria storica, la protesta contro la società dei consumi, l’inquietudine davanti al male, il rifiuto delle verità confezionate e, soprattutto, la domanda sull’uomo.

Auschwitz non è soltanto una canzone sulla Shoah. È un processo rivolto all’umanità. Guccini non si limita a ricordare le vittime; domanda come un uomo possa arrivare a uccidere suo fratello. È una domanda biblica, anche quando non viene formulata da un credente: la domanda rivolta da Dio a Caino dopo l’assassinio di Abele. In quella canzone il giudizio politico contro il nazismo diventa giudizio antropologico sulla capacità umana di trasformare il vicino in nemico e il nemico in cosa.

Nel 2016 Guccini tornò ad Auschwitz insieme all’allora arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi e ad alcuni studenti. Proprio davanti al luogo dello sterminio nacque tra il cantautore e il vescovo un’amicizia autentica. Zuppi avrebbe ricordato che ad avvicinarli era stata la comune passione per l’umanità e per le storie delle persone apparentemente insignificanti, che Guccini aveva saputo rendere degne di memoria.

Anche Dio è morto fu spesso fraintesa. Il titolo apparve provocatorio e la Rai non la trasmise, mentre Radio Vaticana ne comprese il movimento complessivo e decise di mandarla in onda. Non era la proclamazione nichilista della fine di Dio, ma la denuncia di un mondo nel quale Dio moriva sotto il peso del consumo, dell’ipocrisia, delle carriere e delle convenzioni. La canzone terminava però nella speranza di una rinascita affidata a una generazione desiderosa di cambiare la società.

Da sacerdote, non posso non riconoscere in quella pagina una provocazione salutare. Talvolta Dio muore non perché lo uccidono gli atei, ma perché lo soffocano i credenti quando lo trasformano in un garante dell’ordine costituito, in una decorazione delle convenienze o in un alibi per non cambiare vita.

La politica come scelta morale

Il grande salto artistico arrivò nel 1972 con Radici, album che contiene Piccola cittàIncontroIl vecchio e il bambino e La locomotiva. Due anni dopo venne Stanze di vita quotidiana; nel 1976 Via Paolo Fabbri 43 consacrò definitivamente il cantautore, anche grazie alla rabbia ironica de L’avvelenata. Nel 1978 Amerigo consegnò al pubblico Eskimo, racconto di un amore e insieme autopsia sentimentale della generazione cresciuta attorno al Sessantotto.

Guccini fu un uomo di sinistra, libertario, vicino alla sensibilità anarchica e socialista, ma non fu mai un funzionario musicale di partito. Le sue canzoni politiche non somigliano ai comunicati di una segreteria. Sono racconti nei quali le idee diventano corpi, volti, fallimenti, amori e sconfitte.

La locomotiva trasformò la storia di un ferroviere anarchico dell’Ottocento in un mito della rivolta contro l’ingiustizia. Contiene certamente una retorica rivoluzionaria che, da sacerdote, non posso assumere senza riserve: la disperazione sociale non rende moralmente giusta la violenza. Ma nella corsa di quella locomotiva c’è anche il grido degli umili contro un sistema che li considera materiale sostituibile. Prima di giudicare il gesto, occorre ascoltare il dolore che lo precede.

Primavera di Praga mostrò che la libertà di Guccini non si arrestava davanti alle bandiere della propria parte. La repressione sovietica della Cecoslovacchia diventava la prova che nessuna ideologia può dichiararsi liberatrice quando schiaccia l’uomo sotto i carri armati.

Il vecchio e il bambino raccontava invece un mondo naturale ormai distrutto, affidando a un anziano la memoria di ciò che un bambino non aveva mai potuto vedere. Era un’ecologia della nostalgia, ma anche una denuncia profetica della devastazione ambientale e della perdita della memoria.

Piccola storia ignobile affrontò il dramma dell’aborto dalla prospettiva della donna lasciata sola, sottoposta alle convenienze della famiglia e alle ipocrisie sociali. Un sacerdote può non condividere la soluzione politica proposta dal clima culturale nel quale nacque la canzone, ma non può sottrarsi alla denuncia che essa contiene: ogni discorso sulla vita diventa menzognero quando abbandona la donna alla paura, alla vergogna e alla solitudine.

La politica di Guccini fu dunque, prima ancora che ideologia, difesa della dignità del singolo. Fu diffidenza verso i padroni, i conformismi, le maggioranze soddisfatte, i potenti che riscrivono la storia. Ma fu anche critica verso la propria generazione, i suoi miti, le sue pose e le sue successive sistemazioni borghesi. Non risparmiò gli avversari; non risparmiò gli amici; soprattutto, non risparmiò se stesso.

Il cantautore che preferiva le domande

Sarebbe però riduttivo ricordare Guccini soltanto come autore politico. Nelle sue canzoni c’è la storia d’Italia, ma c’è soprattutto il tempo. Il tempo che invecchia gli amici, spegne gli amori, trasforma le città e rende irriconoscibili i luoghi dell’infanzia. Ci sono le osterie, i treni, le strade di Bologna, le partenze, le donne perdute, gli incontri casuali, i compagni morti, i vecchi pensionati e gli sconfitti.

Guccini ha cantato la malinconia maschile senza nasconderla dietro l’eroismo. Nei suoi personaggi l’uomo appare spesso impacciato, contraddittorio, incapace di dire al momento giusto ciò che prova. È un’umanità lontana dai santi delle immaginette, ma non necessariamente lontana dal Vangelo: uomini e donne feriti, irregolari, incapaci di salvarsi da soli.

Le sue fonti letterarie andavano da Borges a Ginsberg, da Dylan a Cervantes, fino alla Bibbia. Guccini considerava la Scrittura un codice culturale indispensabile per comprendere l’Occidente; amava particolarmente la Genesi e l’Apocalisse e riprese dal profeta Isaia il titolo Shomèr ma mi-llailah. Quella sentinella interrogata sulla durata della notte assomiglia profondamente al cantautore: non colui che possiede l’alba, ma colui che rimane sveglio e continua a domandare.

L’amicizia con Zuppi e l’incontro con il Papa

Il rapporto con il cardinale Matteo Zuppi dimostrò che la distanza religiosa non impedisce l’amicizia quando nessuno tenta di conquistare l’altro. Zuppi non cercò di arruolare Guccini e Guccini non pretese che il cardinale nascondesse la propria fede. Si incontrarono sul terreno dell’umano: Auschwitz, la memoria, i poveri, gli anziani, la pace, il valore dell’amicizia.

Nel 2020 Zuppi gli indirizzò una lettera pubblica per gli ottant’anni, ricordando che l’amicizia non è possibile soltanto tra persone che la pensano allo stesso modo. Fu forse questo il segreto del loro legame: un’amicizia senza proselitismo, nella quale il sacerdote restava sacerdote e l’agnostico restava agnostico.

Il 21 aprile 2018 Guccini partecipò al pellegrinaggio della diocesi di Bologna e incontrò papa Francesco in piazza San Pietro. Non fu una conversione né una resa ideologica. Guccini ribadì di essere agnostico, ma disse di trovare interessante la semplicità e la fermezza di Bergoglio. Davanti al Papa argentino recitò l’inizio del Martín Fierro, sorprendendolo. Fu l’incontro di due uomini diversi, accomunati dalla curiosità verso l’altro e dall’attenzione per quanti rimangono ai margini.

Lo scrittore e il custode delle parole perdute

Quando diminuì l’attività concertistica, Guccini si dedicò sempre più alla narrativa. Con Cròniche epafànicheVacca d’un cane e Cittanòva blues ricostruì il mondo dell’infanzia e della giovinezza; insieme a Loriano Macchiavelli scrisse romanzi gialli ambientati nell’Appennino; compilò un dizionario del dialetto di Pàvana e raccolse le parole, gli oggetti e le abitudini che la modernità stava cancellando.

Il suo lavoro letterario fu una forma di pietà laica: salvare i nomi perché, insieme ai nomi, non scomparissero le persone. Anche questo è un gesto profondamente vicino alla sensibilità biblica, nella quale dare un nome significa riconoscere l’esistenza e la dignità dell’altro.

Nel 2012, con L’ultima Thule, sembrò congedarsi dalla canzone. Tornò invece nel 2022 con Canzoni da intorto e nel 2023 con Canzoni da osteria, recuperando canti popolari, ballate e repertori condivisi. Era come se, alla fine, il cantautore individuale volesse tornare al coro, alla tavola, alla voce collettiva dalla quale ogni canto era nato.

Il giudizio appartiene a Dio

Francesco Guccini muore il 6 agosto, giorno in cui la liturgia cristiana celebra la Trasfigurazione del Signore. Non voglio forzare coincidenze né applicare aureole postume a chi non le avrebbe desiderate. Ma la Trasfigurazione ricorda che il volto autentico delle persone non coincide interamente con ciò che noi riusciamo a vedere.

Da sacerdote non posso canonizzare Guccini. Non posso nemmeno pronunciare sentenze sulla sua coscienza. Posso però affidarlo alla misericordia di quel Dio che egli dichiarava di non possedere e che, tuttavia, continuò a interrogare.

Forse Guccini fu mangiapreti perché incontrò anche preti incapaci di mostrare il volto evangelico della Chiesa. Ma seppe riconoscere i sacerdoti autentici quando li trovò. Divenne amico di Zuppi perché comprese che davanti a lui non c’era un funzionario del sacro, ma un uomo. Incontrò papa Francesco perché avvertì in quel Pontefice qualcosa di semplice, libero e non convenzionale.

La Chiesa non deve mettere il proprio timbro sopra ogni grande artista. Deve piuttosto lasciarsi interrogare da lui. Le canzoni di Guccini ci ricordano che non basta proclamare Dio vivo, quando costruiamo una società nella quale l’uomo viene umiliato, il povero dimenticato, la memoria cancellata, la natura distrutta e il diverso trasformato in nemico.

Ora la voce del Maestrone si è fermata. Rimangono le sue parole, le osterie, i treni, gli amici, le montagne e quella sentinella che continua a domandare quanto resta della notte.

Riposa in pace, Francesco. Il Dio che hai discusso, provocato e cercato nelle domande conosce il segreto del tuo cuore meglio di noi.