Con l’annuncio dell’apertura dell’iter diocesano da parte di Papa Leone XIV, la Chiesa si prepara finalmente a riconoscere l’eroismo e la fede grandissima di don Luigi Di Liegro, il sacerdote che più di ogni altro ha cambiato il volto della diocesi romana. Ma come dimostrano i 29 anni trascorsi dalla sua morte, la decisione di Prevost non scaturisce dall’unanimità dei consensi. Al contrario, nasce proprio dalle contestazioni che accompagnarono le sue scelte più coraggiose: l’accoglienza degli immigrati alla Pantanella e l’apertura di Villa Glori ai malati di Aids, quando paura e pregiudizio sembravano prevalere sulla compassione.
La sua fu una santità vissuta nelle periferie, spesso controcorrente, capace di mettere in discussione non soltanto le istituzioni civili, ma anche le resistenze presenti nella stessa società cattolica. Don Di Liegro non chiedeva se un povero fosse italiano o straniero, sano o malato, regolare o irregolare. Chiedeva soltanto se avesse bisogno di essere accolto.
La Caritas che uscì dagli uffici
Quando nel 1980 assunse la direzione della Caritas diocesana di Roma, la città viveva trasformazioni profonde. I grandi flussi migratori, la disoccupazione, il disagio psichiatrico e il crescente fenomeno dei senza dimora imponevano una risposta nuova. Di Liegro comprese che la carità non poteva limitarsi alla distribuzione di aiuti materiali: doveva diventare lettura dei bisogni, denuncia delle ingiustizie e costruzione di reti sociali.
Per questo diede vita ai centri di ascolto, al servizio notturno per i senzatetto, alle mense, alle case famiglia e a numerose strutture destinate alle persone più fragili. Ma furono due vicende, più di ogni altra, a renderlo un sacerdote scomodo.
La Pantanella, quando Roma scoprì gli invisibili
All’inizio degli anni Novanta migliaia di immigrati provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale trovarono rifugio nell’ex pastificio Pantanella, a Porta Maggiore, nei pressi della stazione Termini. Quello stabilimento abbandonato divenne improvvisamente la più grande occupazione abitativa d’Europa: famiglie, bambini, lavoratori senza documenti vivevano in condizioni igieniche drammatiche, privi di acqua, assistenza sanitaria e tutele.
Mentre molti chiedevano semplicemente lo sgombero, don Luigi fece una scelta diversa. Entrò alla Pantanella, portò medici, volontari, viveri e assistenza legale. Non difendeva l’illegalità dell’occupazione; difendeva la dignità delle persone che vi erano costrette. Sosteneva che dietro ogni immigrato esisteva una storia, un lavoro perduto, una guerra, una povertà che non poteva essere cancellata con un ordine di sfratto.
Le polemiche furono durissime. Una parte dell’opinione pubblica lo accusò di favorire l’immigrazione clandestina e di trasformare la Caritas in un soggetto politico. Lui rispondeva con la semplicità del Vangelo: «Il povero non è un problema da rimuovere, è una persona da incontrare». Quella presenza della Chiesa contribuì a evitare che l’emergenza degenerasse completamente e costrinse le istituzioni a riconoscere un fenomeno che fino ad allora molti preferivano ignorare.
Villa Glori e la paura dell’Aids
Se la Pantanella mise in discussione il rapporto con gli immigrati, Villa Glori fece esplodere il tema della paura. Negli anni Ottanta e Novanta l’Aids era ancora circondato da stigma, disinformazione e isolamento sociale. Molti malati venivano abbandonati dalle famiglie, rifiutati nei condomini e guardati con sospetto persino negli ospedali.
Don Luigi decise di aprire a Villa Glori un centro di accoglienza per persone sieropositive. Fu una scelta rivoluzionaria. Per la prima volta una struttura ecclesiale affermava concretamente che chi era colpito dall’Hiv non doveva essere nascosto, ma accompagnato con dignità, cure e relazioni umane.
Anche in quel caso arrivarono proteste, raccolte di firme e timori alimentati dalla scarsa conoscenza scientifica della malattia. Molti residenti temevano un presunto pericolo sanitario; altri non volevano che il quartiere fosse identificato con un centro per malati di Aids. Di Liegro non rispose con lo scontro ideologico. Organizzò incontri pubblici, coinvolse medici e volontari, spiegò che il contagio non passava attraverso la vicinanza umana e ricordò che la vera epidemia era l’emarginazione.
Villa Glori divenne così non soltanto un luogo di assistenza, ma anche una scuola di umanità.
Un prete scomodo perché evangelico
Le contestazioni non lo scoraggiarono mai. Anzi, sembravano confermargli che la Chiesa stava toccando le ferite autentiche della città. Per Di Liegro ogni volta che una mensa si riempiva o un dormitorio diventava necessario significava che la società aveva fallito. Per questo insisteva sul lavoro, sulla casa, sulla salute mentale e sulla prevenzione delle nuove povertà, rifiutando una carità ridotta a semplice beneficenza.
Il suo pensiero anticipò molti temi che sarebbero poi diventati centrali nel magistero dei Papi: la cultura dell’incontro, l’accoglienza dei migranti, la dignità dei malati, il primato della persona sui meccanismi economici e burocratici.
La beatificazione come riconoscimento di una profezia
Il decreto autorizzato da Leone XIV non celebra soltanto un sacerdote generoso. Riconosce una testimonianza evangelica che ha saputo abitare i conflitti senza cercare il consenso. Don Luigi Di Liegro fu criticato quando aprì le porte agli immigrati della Pantanella e quando accolse i malati di Aids a Villa Glori; oggi quelle stesse scelte appaiono come pagine luminose della storia della Chiesa di Roma.
La sua eredità è attuale proprio perché ricorda una verità spesso dimenticata: i poveri, gli stranieri e gli scartati non sono il problema della società, ma il luogo nel quale si misura la credibilità del Vangelo. E forse è anche per questo che il “prete degli ultimi” salirà agli altari non come l’uomo delle opere straordinarie, ma come il pastore che ebbe il coraggio di stare dalla parte di chi nessuno voleva vedere.
Il prete che cambiò il volto della Caritas di Roma
Nato a Gaeta nel 1928 e ordinato sacerdote nel 1957, don Luigi Di Liegro arrivò a Roma come giovane prete con una convinzione destinata a segnare tutta la sua vita: la carità non poteva limitarsi all’assistenza, ma doveva diventare promozione della dignità della persona.
Quando nel 1979 il cardinale Ugo Poletti gli affidò la guida della Caritas diocesana, Roma viveva profonde trasformazioni sociali. Crescevano le povertà urbane, l’emarginazione, la tossicodipendenza e il fenomeno dei senza fissa dimora. Di Liegro comprese che la risposta della Chiesa doveva essere organizzata, competente e soprattutto capace di ascolto.
Nacquero così servizi che sarebbero diventati un modello per molte altre diocesi: mense, centri di accoglienza, comunità terapeutiche, osservatori sulla povertà e percorsi di reinserimento sociale. Ma ciò che più colpiva era il suo stile pastorale: nessuno veniva definito attraverso il proprio disagio. Per lui esistevano persone, non categorie.
La profezia delle periferie
Molto prima che il termine “periferie esistenziali” entrasse nel linguaggio ecclesiale, don Luigi percorreva le stazioni ferroviarie, i quartieri popolari, i dormitori e gli ospedali psichiatrici. Era convinto che una Chiesa credibile dovesse abitare i luoghi della sofferenza e non attendere che i poveri bussassero alle sue porte.
Questa intuizione lo rese anche una voce scomoda. Denunciò con forza le disuguaglianze, l’abbandono dei malati mentali dopo la chiusura dei manicomi senza adeguati servizi territoriali e l’indifferenza verso chi viveva in strada. La sua non era una carità paternalistica, ma una continua richiesta di giustizia sociale. Per questo molti romani lo ricordano ancora oggi come “il prete degli ultimi”.
Una santità della vita quotidiana
La causa di beatificazione di don Luigi Di Liegro che prende finalmente avvio, ricorda che la santità non nasce soltanto nei monasteri o nel martirio, ma anche nelle strade di una grande metropoli, accanto a chi ha perso il lavoro, la casa, la salute o la speranza.
Il sacerdote romano non lasciò grandi opere monumentali. Lasciò invece una rete di uomini e donne educati a guardare il povero negli occhi, riconoscendovi il volto di Cristo. È forse questa l’eredità più preziosa che oggi la Chiesa si prepara a consegnare come esempio universale.
Per Roma, città delle immense ricchezze e delle altrettanto profonde fragilità, la beatificazione di don Luigi Di Liegro rappresenta molto più di un riconoscimento personale: è l’invito a riscoprire una carità che diventa giustizia, prossimità e responsabilità condivisa verso gli ultimi.
