È morto all’Aia, a 84 anni, il generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, l’assedio di Sarajevo e altri crimini della guerra di Bosnia. La sua morte chiude una biografia, non una ferita. Trentun anni dopo quel luglio del 1995, la domanda riguarda soprattutto noi: che cosa ha imparato l’Europa da ottomila uomini e ragazzi assassinati mentre una “zona protetta” delle Nazioni Unite cessava di proteggerli?
Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo. Aveva 84 anni, era malato da tempo ed era stato colpito da diversi problemi cerebrovascolari. Fino agli ultimi giorni la famiglia aveva chiesto che fosse liberato per ragioni umanitarie. È morto invece da detenuto, come aveva stabilito la sentenza pronunciata contro di lui.
Non c’è motivo di gioire per la morte di un uomo. Nemmeno quando quell’uomo porta sulle spalle crimini immensi. La concezione cristiana della giustizia non contempla il compiacimento davanti alla morte e non identifica mai definitivamente una persona con il male che ha commesso. Ma proprio per questo la misericordia non può diventare amnesia. Perdonare non significa cancellare le fosse comuni; riconoscere la dignità del colpevole non significa sottrarre dignità alle vittime; pregare per un morto non significa riscrivere la storia.
E la storia di Ratko Mladić è stata scritta anche dai tribunali.
L’11 luglio 1995 le forze dell’Esercito della Republika Srpska, comandate da Mladić, entrarono a Srebrenica, enclave della Bosnia orientale che le Nazioni Unite avevano dichiarato “safe area”. Nei giorni successivi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle donne, dagli anziani e dai bambini, uccisi sistematicamente e sepolti in fosse comuni. Alcuni corpi sarebbero stati successivamente riesumati con mezzi meccanici e trasferiti in fosse secondarie nel tentativo di nascondere le prove.
Non fu una “strage” nel significato generico della parola. Fu genocidio.
La Corte internazionale di giustizia, nella sentenza del 26 febbraio 2007, stabilì che gli atti commessi a Srebrenica dalle forze serbo-bosniache furono perpetrati con l’intento specifico di distruggere una parte della popolazione musulmana di Bosnia-Erzegovina e costituirono pertanto genocidio. La stessa sentenza precisò un punto spesso confuso nel dibattito politico: non attribuì alla Serbia la commissione diretta del genocidio, ma stabilì che Belgrado aveva violato l’obbligo internazionale di prevenirlo e successivamente quello di cooperare pienamente con il Tribunale dell’Aia, anche non consegnando Mladić alla giustizia.
È una distinzione giuridica necessaria, perché la memoria diventa credibile soltanto quando rinuncia alla propaganda. La responsabilità appartiene alle persone, alle strutture militari e politiche, alle decisioni accertate. Non ai popoli per diritto di nascita. Trasformare i serbi in un popolo colpevole sarebbe ripetere, rovesciandola, la stessa logica etnica che produsse il disastro jugoslavo.
Mladić era stato incriminato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia già il 25 luglio 1995, appena due settimane dopo la caduta di Srebrenica. Riuscì tuttavia a sottrarsi alla giustizia per quasi sedici anni. Fu arrestato il 26 maggio 2011 nel villaggio di Lazarevo, nel nord della Serbia, e trasferito all’Aia il 31 maggio. Il 22 novembre 2017venne condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’8 giugno 2021 la sentenza divenne definitiva: la Camera d’appello confermò sia le condanne sia il carcere a vita.
Oggi quell’uomo non c’è più.
Ma sarebbe troppo facile pensare che con lui possa essere seppellito anche il problema.
Perché Srebrenica non racconta soltanto che cosa fecero Mladić e i suoi soldati. Racconta anche che cosa non fece l’Europa.
Era una zona protetta dell’ONU. C’erano caschi blu. C’erano satelliti, rapporti diplomatici, servizi di intelligence, giornalisti, fotografie, testimonianze. La guerra in Bosnia non si combatteva in un continente sconosciuto né in un’epoca priva di comunicazioni. Accadeva a poche centinaia di chilometri da Trieste, mentre l’Europa celebrava la propria riunificazione dopo la caduta del Muro di Berlino e cominciava a raccontarsi come continente finalmente riconciliato.

Appena undici anni prima, il 22 settembre 1984, François Mitterrand e Helmut Kohl si erano presi per mano davanti all’ossario di Douaumont, a Verdun. Francesi e tedeschi, due popoli che per tre volte in settant’anni si erano massacrati, promettevano simbolicamente che il sangue non avrebbe più deciso i confini dell’Europa.
Era una delle immagini più alte della politica europea.
Poi vennero Sarajevo e Srebrenica.
E improvvisamente ci accorgemmo che l’odio etnico non era stato sconfitto. Aveva soltanto cambiato indirizzo.
Il meccanismo fu antico e terribilmente moderno. Prima delle fosse comuni vennero le parole. Prima dei fucili vennero la separazione degli uomini in categorie. Il vicino cessò di essere Dragan, Emir, Ivan, Ante o Mustafa e diventò “il serbo”, “il musulmano”, “il croato”. La persona si dissolse dentro l’appartenenza. La paura fu trasformata in identità politica e l’identità in arma.
È questo l’insegnamento più attuale di Srebrenica.
Non che ogni conflitto contemporaneo sia Srebrenica. Non che ogni guerra sia automaticamente genocidio. Usare quel nome per qualsiasi tragedia significherebbe svuotarlo del suo significato storico e giuridico. Ma ogni Srebrenica comincia molto prima di Srebrenica: quando diventa normale parlare di gruppi umani come se fossero corpi estranei; quando la sofferenza dell’altro smette di riguardarci; quando l’eliminazione, l’espulsione o la deportazione entrano nel vocabolario politico come soluzioni tecniche.
Oggi basta aprire un social network per accorgersi che quella grammatica non è morta.
Gli algoritmi non hanno inventato l’odio, naturalmente. Caino non aveva TikTok. Ma mai come oggi la tecnologia è stata capace di premiare sistematicamente l’indignazione, la semplificazione e la contrapposizione. Un uomo indignato resta davanti allo schermo più di un uomo riconciliato. La rabbia produce interazioni, le interazioni producono dati, i dati producono denaro. Ed ecco il paradosso: abbiamo costruito strumenti capaci di mettere in comunicazione miliardi di persone e scopriamo di utilizzarli anche per dividerle in tribù.
I Balcani degli anni Novanta dovrebbero averci insegnato qualcosa proprio su questo. Una società non si sveglia una mattina decidendo improvvisamente di massacrare il vicino. Deve prima imparare a non vederlo più come vicino.
E qui la memoria di Srebrenica diventa tremendamente contemporanea.
Il 23 maggio 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito l’11 luglio come Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica, approvando la risoluzione 78/282 con 84 voti favorevoli, 19 contrari e 68 astensioni. La risoluzione condanna espressamente anche la negazione del genocidio e la glorificazione delle persone condannate per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Non è un dettaglio.
Ancora oggi la memoria di Mladić divide. Per le madri di Srebrenica è l’uomo sotto il cui comando furono assassinati figli, mariti e fratelli. Per alcuni ambienti nazionalisti serbi continua invece a essere celebrato come un eroe. Nelle ore della sua morte le reazioni hanno mostrato nuovamente questa frattura: Kada Hotić, che a Srebrenica perse familiari, ha ricordato come sia importante che sia morto scontando la pena inflittagli dalla giustizia internazionale; dall’altra parte esponenti nazionalisti serbi hanno continuato a presentarlo come difensore del proprio popolo.
Ed è forse questa la sconfitta più profonda dell’Europa: la guerra è finita, ma le memorie hanno continuato a combattere.
Gli accordi di Dayton fermarono le armi nel 1995, ma non potevano per decreto ricostruire una società. A trentun anni di distanza, la Bosnia-Erzegovina rimane attraversata da appartenenze politiche ed etniche che troppo spesso coincidono con letture separate della storia. Persino i morti rischiano di essere arruolati in eserciti postumi: i nostri e i vostri, le nostre vittime e le vostre.
La riconciliazione, invece, comincia quando posso piangere il mio morto senza dover negare il tuo.
È quello che avevano intuito Kohl e Mitterrand tenendosi per mano a Verdun. Non avevano stabilito che francesi e tedeschi avessero avuto le stesse responsabilità nelle guerre del Novecento. Avevano compreso qualcosa di più difficile: la verità storica e la riconciliazione non sono nemiche. Una pace costruita sulla menzogna prima o poi crolla; una memoria utilizzata soltanto per accusare il nemico prepara la prossima guerra.
Anche per questo la morte di Mladić dovrebbe interrogare l’Europa di oggi.
Un continente nato politicamente dal “mai più” non può abituarsi nuovamente al linguaggio della forza come unica grammatica delle relazioni internazionali. Non può predicare il diritto internazionale soltanto quando coincide con i propri interessi. Non può commemorare le deportazioni del passato e utilizzare con leggerezza parole come espulsione collettiva, pulizia, remigrazione o trasferimento di intere popolazioni quando parla del presente.
Non perché le situazioni storiche siano identiche. Non lo sono.
Ma perché identico è il principio morale: nessun essere umano può diventare colpevole semplicemente perché appartiene al gruppo sbagliato.
Questo vale nei Balcani. Vale in Ucraina. Vale in Medio Oriente. Vale per chi attraversa il Mediterraneo. Vale per un israeliano e per un palestinese, per un cristiano, un musulmano, un ebreo, un credente e un non credente.
Il cristianesimo aggiunge qualcosa che la politica spesso dimentica: dietro l’etnia, la nazione, la religione e il passaporto viene prima una persona. L’altro non è un esemplare della categoria alla quale abbiamo deciso di assegnarlo. Ha un volto.
Quando quel volto scompare, tutto diventa possibile.
Persino distribuire bottiglie d’acqua e rassicurazioni davanti alle telecamere mentre, poche ore dopo, altri uomini vengono separati dalle loro famiglie e condotti verso la morte.
Quelle immagini di Mladić a Srebrenica restano forse più terribili di molte fotografie di guerra perché mostrano la banalità con cui può presentarsi il male. Non sempre urla. Talvolta sorride, offre una sigaretta, promette che non accadrà nulla, impartisce un ordine e poi torna alla propria automobile.
Hannah Arendt ci aveva avvertiti che il male può assumere il volto dell’amministrazione. Srebrenica aggiunge che può assumere anche quello della normalità.
Per questo non basta che Mladić sia morto. Non basta che sia stato processato. Non basta che l’ONU abbia dedicato una giornata alle vittime.
La domanda vera è se abbiamo disarmato il meccanismo che rese possibile Srebrenica. E qui la risposta diventa molto meno consolante.
I nostri discorsi pubblici sono tornati a riempirsi di nemici assoluti. La complessità viene considerata debolezza. Chi prova a capire viene accusato di giustificare. Chi cerca una mediazione è sospettato di tradimento. Persino la parola “pace”, talvolta, sembra aver bisogno di chiedere scusa per esistere.
Eppure l’Europa migliore nacque esattamente dall’idea opposta.
Nacque quando qualcuno comprese che essere forti non significava continuare Verdun, ma avere il coraggio di prenderne per mano il nemico.
Il poeta bosniaco Izet Sarajlić, durante l’assedio di Sarajevo, si domandava chi facesse il turno di notte affinché il cuore del mondo non smettesse di battere.
È una domanda che oggi torna con Ratko Mladić.
Chi fa il turno di notte? Chi impedisce che le parole tornino a preparare le fosse? Chi ricorda alla politica che vincere contro un popolo non significa costruire la pace? Chi ricorda all’Europa che i suoi confini non sono soltanto geografici ma morali?
Forse avevano ragione Sarajlić e uomini come Alexander Langer, morto proprio il 3 luglio 1995, appena otto giorni prima della caduta di Srebrenica: quando la politica comincia a costruire muri tra le identità servono persone capaci di fare esattamente il contrario, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera.

Mladić è morto.
Le sue vittime non torneranno.
A Potočari rimangono migliaia di stele bianche. Ogni 11 luglio nuovi resti identificati vengono ancora affidati alla terra quando il lungo lavoro sul DNA permette di restituire un nome a ossa rimaste per decenni nelle fosse comuni.
È lì che dovrebbe andare l’ultima parola. Non al generale. Alle madri. A chi per trentun anni ha atteso un osso da seppellire.
E forse davanti a quelle tombe l’Europa dovrebbe smettere per un momento di assolversi e domandarsi non soltanto se ricorda Srebrenica, ma se ha davvero compreso ciò che Srebrenica voleva insegnarle.
Perché “mai più” non è una frase commemorativa.
È un impegno.
E ogni generazione deve ricominciarlo da capo.
Ratko Mladić è morto all’Aia scontando l’ergastolo. La giustizia internazionale ha chiamato con il suo nome ciò che avvenne nel luglio 1995: genocidio. Ma la memoria di Srebrenica sarà davvero europea soltanto quando smetterà di essere un rito annuale e diventerà un criterio per il presente: nessun popolo è colpevole per nascita, nessun essere umano è un numero, nessuna pace nasce dalla disumanizzazione dell’altro.
