Dopo il premio Orizzonti come migliore attrice per Falling House, l’artista iraniana ha dedicato la vittoria alle donne del suo Paese. Da Teheran sono arrivate condanne ufficiali, insulti sui media di Stato e richieste perché non possa più lavorare o rientrare in Iran.

A volte basta una frase pronunciata su un palco per mostrare quanto un regime tema la libertà più di una manifestazione. Laleh Marzban non ha invocato rivoluzioni, non ha pronunciato un manifesto politico. Ha dedicato un premio alle donne iraniane che hanno pagato un prezzo altissimo per ottenere anche il più piccolo spazio di libertà. È bastato questo.

La Biennale di Venezia ha premiato Marzban il 12 settembre con il Premio Orizzonti per la migliore attrice per Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharaei. Non si tratta dunque, come riportato da alcuni resoconti, di un premio alla “migliore attrice esordiente”, ma del riconoscimento ufficiale della sezione Orizzonti.

Sul palco l’attrice ha dedicato il premio alle donne iraniane che, ha detto, hanno pagato “il prezzo più alto” anche per ottenere minimi spazi di libertà, invitando il suo popolo a non perdere la speranza. Pochi giorni dopo è arrivata la risposta. Il Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale, organismo nominato dalla Guida Suprema, ha accusato Marzban di offrire una rappresentazione “unilaterale” della società iraniana e di riproporre stereotipi graditi all’Occidente. Sui media legati allo Stato sono seguiti attacchi personali; sulla televisione pubblica un esperto coranico ha chiesto che non le venga più consentito di lavorare in Iran, mentre un’agenzia studentesca ha sollecitato il ministero della Cultura a impedirne il rientro.

Il paradosso è quasi perfetto. Falling House racconta di un padre, guardia carceraria, che trasforma la propria casa in una prigione per impedire alla figlia maggiore di lasciare l’Iran e andare in Turchia a lavorare come modella. La vicenda familiare diventa una parabola del controllo: la protezione usata come giustificazione della coercizione, l’autorità trasformata nel diritto di decidere sulla vita altrui. La Biennale descrive il film come la storia di una famiglia della periferia di Teheran nella quale il padre scopre il progetto della figlia Ensi di partire e reagisce cercando di impedirglielo.

Poi il film finisce e la realtà sembra volerlo continuare.

Laleh Marzban interpreta una donna rinchiusa da suo padre; pochi giorni dopo aver ricevuto il premio, una parte dell’apparato culturale iraniano chiede che anche l’attrice venga simbolicamente rinchiusa: fuori dal lavoro, forse fuori dal proprio Paese, comunque dentro i confini stabiliti da altri.

È questo il punto che supera il cinema. Una società può discutere le proprie tradizioni, la propria religione, la propria idea di famiglia. Ma nel momento in cui lo Stato pretende di stabilire quali sofferenze una donna possa raccontare, quali parole possa pronunciare all’estero e perfino quale immagine del proprio Paese le sia consentito offrire, non sta più difendendo una cultura. Sta difendendo il monopolio del racconto.

Ed è proprio questo monopolio che “Donna, vita, libertà” ha incrinato dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022. Non perché tutte le donne iraniane pensino allo stesso modo, né perché la complessità dell’Iran possa essere ridotta alla caricatura di un Paese senza voce. Al contrario: proprio perché l’Iran è una società complessa, plurale e colta, nessun potere dovrebbe arrogarsi il diritto di parlare al posto di tutte le sue donne.

La reazione contro Marzban dice dunque più delle parole pronunciate da Marzban. Se un breve ringraziamento pronunciato a Venezia viene percepito come una minaccia, significa che il problema non è l’Occidente che “stereotipa” l’Iran. Il problema è la fragilità di un sistema che avverte come pericolosa perfino la testimonianza personale di un’attrice.

C’è poi un equivoco occidentale da evitare. Difendere le donne iraniane non significa dichiarare guerra alla cultura persiana, né trasformare ogni rivendicazione di libertà in una bandiera dell’Occidente contro l’Islam. La libertà non appartiene geograficamente a Bruxelles, Parigi o Washington. Una donna iraniana che chiede di poter decidere della propria vita non sta diventando occidentale: sta esercitando una domanda umana.

Ed è forse questa la cosa che più irrita ogni autoritarismo: scoprire che certi diritti non hanno bisogno di essere importati, perché nascono dentro le persone.

Nel film il padre chiude la porta di casa per impedire alla figlia di scegliere il proprio destino. Fuori dallo schermo, dopo Venezia, c’è chi vorrebbe chiudere un’altra porta davanti a Laleh Marzban: quella del lavoro, del ritorno, della parola. È la stessa illusione del potere: credere che basti chiudere una porta per fermare una voce. La storia, quasi sempre, dimostra il contrario.