Nessuna autorità per la tragedia di Taranto. Clamore per Modena.
Due sposi di Taranto depositano il bouquet sul luogo dell’agguato
C’è un modo per misurare il peso di una vita. Non il peso morale, quello che vorremmo credere uguale per tutti, ma il peso politico, mediatico, simbolico. Il peso che una morte riesce a esercitare sulle coscienze di chi governa, di chi parla in televisione, di chi decide cosa merita attenzione e cosa può essere lasciato scivolare via, tra una notizia e l’altra.
A Modena, un uomo ha investito delle persone con un’auto. Una tragedia. Il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio si sono presentati. Le telecamere hanno seguito ogni passo, ogni fiore, ogni stretta di mano. Era giusto esserci, forse. La presenza dello Stato nei momenti di dolore collettivo ha un senso, una funzione, un valore.
Ma a Taranto, all’alba del 9 maggio, in piazza Fontana, nella Città vecchia, un uomo di 35 anni si è accasciato in una pozza di sangue dopo tre coltellate. Si chiamava Sako Bakari. Veniva dal Mali. Faceva il bracciante agricolo a Massafra. Quella mattina stava andando a lavorare.
Nessuno è venuto a Taranto.
Sako Bakari non era “uno straniero”, come ha tenuto a precisare l’associazione Babele, con una sottolineatura che dice tutto sull’aria che tira. Era un uomo con un nome e un cognome. Pagava l’affitto. Pagava le tasse. Manteneva la sua famiglia. Aveva due figli in Mali. Era tornato a casa a gennaio per abbracciarle, poi era ripartito, perché il lavoro lo aspettava qui, in un campo, sotto il sole di Puglia. Era incensurato. Era, stando a chi lo conosceva, una persona tranquilla, riservata, che non cercava guai.
È stato accerchiato da una babygang, picchiato a calci e pugni, inseguito mentre cercava di fuggire, e infine colpito tre volte. Quando ha cercato rifugio in un bar, qualcuno lo ha invitato a uscire. È morto sul marciapiede. I suoi aggressori, alcuni dei quali minorenni, si sono dileguati tra i vicoli dell’isola.
Il quindicenne reo confesso ha spiegato di aver tirato le coltellate perché vedeva una situazione pericolosa per i suoi amici. Pericolosa. Un uomo solo, che stava andando a lavorare, e che forse aveva fatto un video col telefono, era pericoloso.
Sako Bakari è morto due volte: la prima sotto i colpi del branco, la seconda cacciato agonizzante da un bar dove aveva cercato riparo. Il titolare, che lo avrebbe invitato a uscire invece di chiamare i soccorsi, è ora indagato per favoreggiamento. C’è qualcosa di paradigmatico in quel gesto: la porta chiusa in faccia a un uomo che muore. Non la violenza, stavolta. Solo la cura negata. Solo l’indifferenza che decide che un corpo che sanguina è un problema da non avere tra i piedi.
«Camminare per strada per noi è semplice», ha detto Caterina Contegiacomo di Mediterranea Saving Humans. «Per un ragazzo africano spesso no». È una frase che andrebbe incisa da qualche parte, e riletta ogni volta che ci si sorprende a chiedersi perché certa gente «se la cerca».
Eppure Taranto non è solo questo. E sarebbe un torto a quella città — e alla verità — fermarsi qui.
A una settimana esatta dall’omicidio, in piazza Fontana, tra le letterine e i disegni dei bambini della scuola elementare del quartiere, è apparso qualcosa di inatteso: il bouquet di una sposa. Lo aveva lasciato lì Raffaella, trent’anni, sposata quella mattina nella Cattedrale di San Cataldo con Muhammed, ventinove anni, originario del Gambia. Lei cattolica, lui musulmano. Lei italiana, lui arrivato in Italia come tanti, e come tanti rimasto. Si erano conosciuti dieci anni fa attraverso un’associazione che accoglie migranti: lei come assistente sociale, lui come volontario — a restituire, nel modo che poteva, il sostegno ricevuto.
Insieme a loro, il figlio Noah, di sei mesi.
Nella foto accanto al bouquet, Sako Bakari sorrideva. Indossava il vestito della festa: era stato fotografato fresco sposo, in Mali, a gennaio, prima di ripartire per i campi di Massafra. Anche lui aspettava di diventare padre. Anche lui aveva scelto la vita, fino all’ultimo.
«Questo matrimonio lo abbiamo programmato da un anno», ha raccontato Raffaella. «Non avremmo mai immaginato che assumesse questo significato. Siamo molto riservati, ci teniamo a custodire la nostra storia. Quello che possiamo dire è che non ci sentiamo diversi da qualsiasi altra coppia di innamorati. Ci amiamo, questo basta. Quando l’amore arriva è così: non chiede permesso, non guarda il colore della pelle».
Si erano sposati nella stessa cattedrale dedicata a San Cataldo — patrono di Taranto e dei forestieri, come forestiero era Bakari. Dopo la cerimonia, prima del ricevimento, hanno camminato a piedi fino a piazza Fontana. Poche centinaia di metri. Il tempo necessario per dire che quella piazza non appartiene solo al dolore, e che Taranto non si riduce a ciò che le è accaduto di peggio.
Don Francesco Mitidieri, il celebrante, lo ha detto con semplicità disarmante: «Questo matrimonio è la testimonianza di come sia possibile, anche nella diversità, sperimentare l’amore vero». E l’amore vero, ha aggiunto, non basta mai a se stesso: si apre al mondo.
C’è una coincidenza geografica, in questa storia, che vale più di molti discorsi. La stessa piazza Duomo su cui si affaccia la cattedrale dove Raffaella e Muhammed si sono giurati amore guarda anche la Procura dei minori, dove quella mattina, poche ore prima, le famiglie dei quattro giovanissimi indagati aspettavano di intravedere i propri figli accompagnati dalle forze dell’ordine. Dallo stesso punto, nello stesso giorno, si poteva guardare tutto: l’amore che inizia e la violenza che torna a rispondere delle sue conseguenze. Taranto intera, in pochi metri quadrati.
La vera domanda non è chi ha fermato i colpevoli — la Squadra Mobile lo ha fatto, in pochi giorni, con efficienza. La vera domanda è cosa diciamo, noi tutti, del mondo che ha prodotto quei ragazzi, e di quello che ha reso invisibile Sako Bakari mentre era vivo, e quasi invisibile ora che è morto.
A Modena si è andati in molti. A Taranto, il silenzio delle istituzioni.
Ma Taranto non è rimasta in silenzio. L’ha riempito con i disegni dei bambini, con le letterine, con il bouquet di una sposa che ha scelto di lasciare i suoi fiori davanti al volto sorridente di un uomo che non ha mai smesso di essere un uomo, anche quando il mondo intorno a lui aveva smesso di vederlo.
Quella fotografia — Raffaella commossa davanti all’immagine di Bakari, il bouquet bianco sul selciato, il marito accanto — vale più di qualunque visita istituzionale. Non perché le istituzioni non contino, ma perché quella scena contiene qualcosa che nessun protocollo può ordinare: la scelta libera, gratuita, di riconoscere nell’altro un fratello. Di dire, con un gesto, che quella vita valeva. Che la sua assenza pesa.
Bakari indossava il vestito della festa nella foto. Anche lui era stato sposo. Anche lui stava aspettando i figli. Anche lui aveva scelto l’amore e il lavoro, la famiglia e la fatica, la vita normale di chi ha tutto da costruire e niente da perdere.
Raffaella e Muhammed sono andati a trovarlo. In fondo, erano quasi colleghi di viaggio.

