Ha ammesso di aver sparato per “divertimento” contro passanti affacciandosi dalla sua abitazione di via della Giuliana. Una donna è stata operata, altri episodi sono al vaglio degli investigatori. Ma il cinquantenne è stato denunciato a piede libero: una storia che interroga non soltanto la sicurezza di Roma, ma il vuoto morale di una violenza senza movente.

 Non odio, non vendetta, non rapina. “Per divertimento”. Sono probabilmente queste le parole più inquietanti dell’intera vicenda del cosiddetto cecchino di Prati. Perché quando qualcuno trasforma esseri umani sconosciuti in bersagli senza neppure avere bisogno di odiarli, il problema non riguarda più soltanto un quartiere di Roma.

Sparava a chi passava

Edoardo Ciardiello Crescimanno, cinquant’anni, è stato individuato dai carabinieri dopo che le indagini erano risalite all’acquisto, il 5 settembre, di una carabina ad aria compressa in un’armeria della zona. Si è quindi presentato in caserma insieme al proprio legale e ha confessato. Secondo quanto riferito agli investigatori avrebbe esploso una decina di colpi, sostenendo di avere colpito cinque o sei persone e di aver evitato anziani e bambini. Nella sua abitazione sono state sequestrate una carabina, tre pistole ad aria compressa o a molla e un’ottica per il tiro a distanza.

Fra le vittime c’è la giornalista e scrittrice Cristina Stillitano, raggiunta al braccio da un piombino in via della Giuliana e sottoposta a un intervento chirurgico. La Procura sta verificando altri episodi analoghi segnalati nella zona.

Chiamarlo “cecchino” ha certamente una componente giornalistica. Non siamo davanti a un tiratore militare né a un’arma da guerra. Ma per chi cammina sul marciapiede la distinzione teorica conta fino a un certo punto: qualcuno nascosto dietro una finestra ti osserva, prende la mira e decide che per qualche secondo il tuo corpo può diventare il suo bersaglio.

La frase più terribile: “per divertimento”

È questo il passaggio che merita di essere meditato. L’uomo avrebbe spiegato di avere sparato per gioco, per noia, senza una particolare ostilità nei confronti delle persone colpite.

Forse proprio l’assenza di un movente tradizionale rende tutto più grave sul piano umano. L’odio almeno riconosce perversamente nell’altro qualcuno contro cui dirigere una passione. Qui l’altro rischia invece di scomparire completamente: non più una persona, ma una sagoma che attraversa il mirino.

È la stessa degradazione che incontriamo ogni volta che il divertimento esige una dose sempre maggiore di eccitazione e la realtà viene percepita come un’estensione dello schermo. Premere un grilletto da una finestra può diventare un gesto apparentemente astratto fino al momento in cui compare il sangue.

Ed è significativo che, secondo il racconto riportato dal Corriere, proprio la vista delle conseguenze reali del gesto avrebbe segnato un punto di arresto. La vittima, fino a quel momento, era quasi virtuale; il sangue la restituisce improvvisamente alla sua condizione di persona.

Confessa, ma non viene arrestato

C’è poi l’aspetto che sta suscitando comprensibile sconcerto. Il cinquantenne ha confessato ma è rimasto libero. La contestazione è, allo stato, quella di lesioni aggravate e, secondo quanto riportato da Repubblica, la prognosi di 21 giorni attribuita alla vittima non consentiva in questa fase l’arresto. La Procura ha disposto ulteriori accertamenti e dovrà valutare anche gli altri episodi.

Qui bisogna evitare il riflesso facile del processo celebrato sulla piazza digitale. Lo Stato di diritto non può modificare le proprie regole sulla base dell’indignazione del giorno. Ma può e deve interrogarsi sulla capacità delle norme di tutelare concretamente le persone quando una condotta seriale e imprevedibile genera un evidente allarme sociale.

La paura dei residenti non è isteria. Per giorni qualcuno ha potuto chiedersi se attraversare quella strada significasse esporsi a un colpo partito da una finestra. E quando una vittima scopre che chi ha ammesso di aver sparato è ancora libero, la distanza fra legalità formale e percezione della sicurezza diventa inevitabilmente evidente.

Una città non può abituarsi all’assurdo

Roma ha conosciuto criminalità organizzata, rapine, violenza di strada, aggressioni e omicidi. Ma casi come quello di Prati hanno qualcosa di diverso: introducono l’imprevedibilità assoluta nella normalità quotidiana.

Non devi frequentare luoghi pericolosi. Non devi aver litigato con nessuno. Non devi possedere qualcosa che qualcuno voglia rubarti. Devi semplicemente passare sotto una finestra.

Per questo la fine della caccia al “cecchino” non dovrebbe chiudere la riflessione. Le indagini dovranno stabilire quanti siano stati realmente gli episodi e quali responsabilità penali ne derivino. Ma rimane una questione più profonda, che nessun verbale giudiziario potrà risolvere da solo: che cosa accade a una società quando una persona può trovare divertente il fatto stesso di ferire uno sconosciuto?

 Il cecchino di Prati ha finalmente un nome e un volto. Ma il particolare più inquietante della storia non è la carabina sequestrata né il mirino trovato in casa. Sono quelle due parole: “per divertimento”. Perché quando la vita dell’altro diventa passatempo, la vera arma non è più soltanto quella appoggiata alla finestra: è l’indifferenza con cui si guarda attraverso il mirino.