Un Eurofighter italiano danneggiato nella base saudita di Ta’if, nessun militare ferito. Crosetto chiede più navi europee per Aspides, mentre Bab el-Mandeb e Hormuz diventano i due grandi colli di bottiglia della crisi. L’Italia è già in mare con la fregata Bergamini, ma ogni eventuale allargamento della missione deve restare sotto il controllo del Parlamento.

Finché missili e droni cadono lontano, la guerra può sembrare una questione di carte geografiche. Quando però un attacco colpisce un caccia italiano in una base dove operano nostri militari, la distanza improvvisamente scompare. È quanto accaduto a Ta’if, in Arabia Saudita: nessun italiano è rimasto ferito, ma un F-2000 dell’Aeronautica è stato danneggiato.

La guerra tocca un mezzo italiano

La base saudita di Ta’if, dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve, è stata investita da diversi attacchi. Il ministro Guido Crosetto ha precisato che l’Eurofighter colpito si trovava in un’area decentrata e che non risultano altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro contingente.

Militarmente il danno è limitato. Politicamente molto meno. Perché conferma quanto velocemente una crisi regionale possa coinvolgere Paesi che non sono formalmente parte dello scontro diretto. E soprattutto perché la Penisola arabica è stretta oggi fra due passaggi marittimi la cui instabilità ha conseguenze mondiali.

Bab el-Mandeb e Hormuz: due stretti, due crisi diverse

È qui che bisogna distinguere con precisione. Bab el-Mandeb si trova tra Yemen e Corno d’Africa e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. È il passaggio obbligato per le navi che attraversano Suez ed è oggi il punto direttamente esposto agli attacchi Houthi.

Hormuz, invece, si trova molto più a est, fra Iran e penisola arabica, e collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. È soprattutto il grande passaggio delle esportazioni energetiche del Golfo.

La missione europea Aspides comprende entrambi gli stretti nel proprio spazio operativo, ma con un ruolo diverso. La crisi li unisce strategicamente, non geograficamente: a Bab el-Mandeb la minaccia viene oggi soprattutto dagli Houthi; a Hormuz la tensione riguarda principalmente l’Iran e la libertà di navigazione nel Golfo. Se entrambi diventano insicuri nello stesso momento, due delle arterie fondamentali dell’economia mondiale entrano sotto pressione.

La Bergamini scorta già i mercantili italiani

L’Italia non è soltanto spettatrice. La fregata Carlo Bergamini, impegnata nell’operazione Aspides, ha già scortato il mercantile italiano Jolly Oro durante il transito verso nord attraverso Bab el-Mandeb.

La ragione è evidente. Quando Bab el-Mandeb diventa insicuro, molte navi sono costrette a circumnavigare l’Africa, con tempi più lunghi, maggior consumo di carburante, premi assicurativi più elevati e costi che finiscono inevitabilmente sui prezzi di merci ed energia.

Difendere la libertà di navigazione, dunque, non è soltanto una questione militare. È anche proteggere economia reale, approvvigionamenti e capacità competitiva.

Crosetto chiama Bruxelles

Crosetto ha chiesto un rafforzamento di Aspides e l’invio di altre unità navali da parte degli Stati membri. L’Italia sarebbe pronta, se necessario, a mettere a disposizione anche una seconda fregata, chiedendo però che gli altri Paesi condividano responsabilità e costi.

Il punto politico è chiaro: Roma non vuole che la protezione di una rotta fondamentale per l’intera Europa ricada soltanto sulle marine di pochi Stati.

Aspides rimane, però, una missione difensiva. Il suo compito è proteggere le navi in caso di attacco, non trasformarsi in una campagna offensiva contro lo Yemen.

Ed è proprio qui che passa la linea da non rendere ambigua.

Il Parlamento non è un dettaglio

Crosetto ha chiesto di verificare se l’attuale autorizzazione sia sufficiente nel caso in cui cambino comando, consistenza o modalità d’impiego delle forze italiane.

Una cosa è utilizzare una fregata all’interno di una missione già autorizzata e con mandato difensivo. Un’altra è allargare l’impegno, modificare le regole operative o assumere un ruolo diverso nel conflitto.

In quel momento non basta più una decisione amministrativa o militare. Serve una decisione politica trasparente.

Il Parlamento non è il luogo dove rallentare una missione: è il luogo dove stabilire fin dove quella missione può arrivare.

Difendere le rotte senza cambiare guerra

Questo è il punto decisivo.

Proteggere un mercantile italiano è legittimo. Difendere una rotta essenziale per l’economia europea è necessario. Ma nessuna emergenza marittima può diventare il grimaldello con cui una missione difensiva cambia natura senza che il Paese ne discuta apertamente.

L’Eurofighter colpito a Ta’if dimostra che il rischio non è teorico. La guerra può raggiungere anche chi pensa di starle soltanto accanto.

Ed è proprio per questo che i confini dell’intervento devono essere più chiari, non meno.

L’Italia può e deve proteggere le proprie navi. Ma se la protezione delle rotte dovesse trasformarsi in un coinvolgimento militare più ampio, il passaggio parlamentare non sarebbe un optional né una formalità. Bab el-Mandeb e Hormuz possono imporre decisioni rapide; non possono imporre decisioni opache.