Isabella Marsilio è stata ferita da un alunno di tredici anni e salvata dall’intervento di un compagno originario del Congo. Vorrebbe abbracciare chi l’ha colpita, ringrazia chi l’ha difesa e non rinnega le proprie idee sulla remigrazione. Una storia troppo umana per essere ridotta agli slogan sull’immigrazione.
È stata accoltellata da un ragazzo che avrebbe persino preparato sui social il conto alla rovescia dell’aggressione. Eppure, poche ore dopo, Isabella Marsilio dice di volergli ancora bene e di desiderare un giorno di abbracciarlo. In mezzo c’è un altro tredicenne, originario del Congo, che si è gettato sull’aggressore e probabilmente le ha evitato conseguenze assai peggiori. Tre persone, tre storie. E già qualcuno vorrebbe ridurre tutto a una sola parola: politica.
Una professoressa davanti al coltello
Alla scuola media Giovanni Verga di Roma un alunno di tredici anni ha aggredito la docente Isabella Marsilio, 66 anni, spruzzandole contro dello spray urticante e colpendola con un coltello. Secondo le ricostruzioni raccolte dagli investigatori, il ragazzo avrebbe predisposto anche un sistema per riprendere l’aggressione e sul suo profilo TikTok era comparso poche ore prima un conto alla rovescia. Sono emersi inoltre contenuti dedicati ad Adam Lanza, autore della strage di Sandy Hook. Le indagini dovranno chiarire motivazioni, preparazione del gesto e ruolo delle persone eventualmente collegate online.
A fermarlo è stato un compagno di classe originario del Congo, che vive in una casa famiglia. È intervenuto mentre l’aggressione era ancora in corso. La professoressa è stata poi dimessa con una prognosi di sette giorni.
Fin qui la cronaca. Ma ciò che viene dopo dice forse qualcosa di ancora più importante.
«Vorrei abbracciarlo»
Marsilio non ha chiesto vendetta. Ha detto di provare dolore anche per il ragazzo che l’ha ferita e di aver compreso soltanto dopo quanto profondo potesse essere il suo disagio. Ha espresso il desiderio di incontrarlo e abbracciarlo.
Non significa minimizzare ciò che è successo. Un coltello rimane un coltello e una scuola non può diventare il luogo nel quale un insegnante debba chiedersi se dietro un’insufficienza possa nascondersi una violenza. Significa però conservare una distinzione che rischiamo sempre più spesso di perdere: una persona può compiere un atto gravissimo senza cessare, soprattutto a tredici anni, di essere una persona da educare e possibilmente recuperare.
È forse questa la parola che la scuola non può permettersi di perdere: educare. Anche dopo il fallimento. Anche davanti all’orrore di un gesto.
Il ragazzo del Congo e la remigrazione
Poi c’è il cortocircuito politico.
La docente ha raccontato di essere stata salvata da un giovane congolese e, nello stesso tempo, ha ribadito che quell’episodio non modifica le proprie convinzioni sulla cosiddetta remigrazione. Dopo l’intervista sono arrivati anche attacchi personali sui social.
Ma dove sarebbe necessariamente la contraddizione?
Ringraziare un ragazzo del Congo che ti salva la vita significa riconoscere ciò che quella persona ha fatto. Avere un’opinione generale sulle politiche migratorie appartiene a un altro livello del ragionamento. Si può contestare quella posizione, discuterla duramente, valutarne conseguenze giuridiche e sociali. Ma trasformare il gesto eroico di un adolescente in una specie di confutazione etnica significa fare al giovane lo stesso torto che si pretende di combattere: non guardarlo più come persona, ma come rappresentante di una categoria.
E vale anche il ragionamento inverso. Se l’aggressore avesse avuto una determinata origine nazionale, religiosa o sociale, quel dato non sarebbe diventato automaticamente una dimostrazione contro milioni di persone appartenenti alla stessa comunità.
Un caso umano non è un sondaggio sull’immigrazione.
Le persone vengono prima delle categorie
Qui sta forse la parte più bella e insieme più scomoda della storia. Isabella Marsilio può avere idee politiche che altri considerano sbagliate. Il ragazzo congolese può aver compiuto un atto di straordinario coraggio. L’alunno che ha impugnato il coltello può aver commesso un gesto terribile e avere nello stesso tempo tredici anni, una famiglia, un disagio da comprendere e una vita che non può essere dichiarata conclusa alle porte dell’adolescenza.
Tutte queste cose possono essere vere contemporaneamente.
La politica contemporanea, invece, pretende continuamente di ridurci a squadre. Lo straniero deve essere necessariamente vittima oppure minaccia. Chi parla di immigrazione deve essere misericordioso oppure disumano. Chi commette un reato deve essere mostro oppure vittima della società.
La realtà non funziona così.
Un ragazzo congolese si è gettato contro una lama per salvare la propria insegnante. Una professoressa ferita ha trovato la forza di pensare anche al dolore del tredicenne che l’aveva colpita. Sono gesti molto più grandi delle etichette che il dibattito pubblico tenta immediatamente di appiccicarvi sopra.
La scuola non può diventare un set
Rimane infine la domanda forse più urgente. Come entra un tredicenne a scuola con un coltello, spray urticante, un casco e un dispositivo predisposto per riprendere l’aggressione? E soprattutto: che cosa significa che un atto di violenza venga apparentemente pensato anche come contenuto da mostrare?
Su questo dovrebbe concentrarsi una parte consistente della riflessione. L’aggressione non sembra soltanto un’esplosione improvvisa di rabbia: le informazioni sul conto alla rovescia pubblicato su TikTok e sul tentativo di filmare la scena indicano elementi di preparazione che gli investigatori stanno approfondendo.
Il coltello è lo strumento. Ma esiste un immaginario della violenza che passa anche attraverso schermi, emulazioni, ricerca dello spettacolo e comunità digitali nelle quali la distanza fra fantasia e gesto reale può pericolosamente assottigliarsi.
È forse da qui che dovrebbe ripartire la discussione, prima che l’ennesima tragedia diventi soltanto l’ennesima rissa ideologica.
Isabella Marsilio è stata salvata da un ragazzo del Congo e vuole abbracciare il tredicenne che l’ha accoltellata. Basterebbero questi due fatti per ricordarci una verità semplice: gli esseri umani non sono categorie politiche. Il primo merita gratitudine per ciò che ha fatto; il secondo deve rispondere del proprio gesto ma non essere abbandonato al proprio abisso. E la professoressa ha diritto a non essere trasformata né in una bandiera né in un bersaglio per le opinioni che esprime. Prima delle tifoserie vengono le persone.
