Dopo il danneggiamento di un Eurofighter italiano nella base saudita, gli Houthi escludono di considerare Roma un nemico ma contestano la presenza militare italiana. Tra Arabia Saudita, Bab el-Mandeb e missione Aspides, il problema diventa capire dove finisca la deterrenza e dove cominci il rischio di coinvolgimento.
Gli Houthi mandano all’Italia un messaggio singolare: non vi consideriamo nostri nemici, ma vogliamo sapere perché i vostri aerei si trovano in Arabia Saudita. Non è una dichiarazione di guerra e neppure una garanzia di immunità. È piuttosto il segnale che, nel Medio Oriente delle alleanze sovrapposte, anche una missione definita difensiva può essere interpretata dall’altra parte come elemento dello schieramento ostile.
L’Eurofighter F-2000 italiano colpito nella base saudita di Taif durante gli attacchi del 18 settembre non ha provocato vittime tra i nostri militari. Questo è il dato più importante. Altrettanto importante, però, è evitare di attribuire al raid ciò che finora non è stato dimostrato: dalle informazioni disponibili non risulta che l’aereo italiano fosse stato specificamente scelto come bersaglio. È stato colpito mentre si trovava all’interno di una base saudita sottoposta ad attacco. Una distinzione tutt’altro che secondaria.
Poi sono arrivate le parole degli Houthi. Muhammad Mansur, funzionario dell’apparato informativo del governo di Sana’a controllato dal movimento, ha affermato che gli Houthi non sono in guerra con l’Italia e non intendono coinvolgerla, aggiungendo però una domanda politicamente pesante: perché gli aerei italiani si trovano in Arabia Saudita, presenza che gli Houthi interpretano come sostegno a Riyad?
Ed è precisamente qui che la vicenda diventa interessante. Perché nelle guerre moderne non conta soltanto ciò che uno Stato dichiara di fare: conta anche ciò che l’avversario ritiene che quello Stato stia facendo. Roma può distinguere giuridicamente e operativamente le proprie missioni dal conflitto saudita-houthi; gli Houthi possono invece leggere un velivolo militare italiano presente in una base saudita come parte dell’apparato che sostiene il Regno. Le due interpretazioni possono convivere senza che una trasformi automaticamente l’Italia in un Paese belligerante. Ma proprio la loro distanza aumenta il rischio di incidenti e di escalation.
Antonio Tajani ha ribadito il 20 settembre che l’Italia «non è in guerra» e ha ricordato il carattere difensivo dell’operazione europea Aspides. Non è soltanto una qualificazione politica italiana: il Consiglio dell’Unione europea definisce Aspides un’operazione di sicurezza marittima difensiva destinata a proteggere le navi e la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nelle acque circostanti. Il suo mandato è stato prorogato fino al 28 febbraio 2027.
Ma Aspides introduce l’altro pezzo del puzzle. Bab el-Mandeb non è un remoto stretto dello Yemen sul quale l’Europa possa permettersi il lusso dell’indifferenza. È una delle porte del Mar Rosso e quindi della rotta verso Suez e il Mediterraneo. Tajani ha ricordato che attraverso il Mar Rosso passa una quota molto rilevante del commercio marittimo italiano e delle esportazioni dirette verso l’Asia. Per Roma, dunque, la sicurezza della navigazione non è una questione astratta: riguarda catene logistiche, energia, prezzi e competitività.
Anche per questo Guido Crosetto ha posto con forza il problema della protezione del traffico mercantile italiano, mentre l’Unione europea discute il rafforzamento di Aspides. Secondo quanto riferito dall’ANSA il 20 settembre, Kaja Kallas ha risposto alla richiesta italiana concordando sulla necessità di rafforzare la missione europea e di coinvolgere maggiormente gli Stati membri. Nel frattempo Reuters ha riferito che Roma sta preparando misure navali per proteggere il proprio traffico commerciale nell’area di Bab el-Mandeb.
Il problema, allora, non può essere ridotto alla domanda quasi scolastica: «L’Italia è in guerra, sì o no?». Sul piano formale il governo risponde di no e la missione europea nel Mar Rosso mantiene un mandato difensivo. Sul piano strategico, tuttavia, l’Italia opera ormai in uno spazio dove missili, droni, basi militari, rotte commerciali e alleanze regionali si sovrappongono. Il fatto che un velivolo italiano sia stato materialmente raggiunto da un attacco dimostra quanto sia diventato sottile il confine tra presenza e coinvolgimento.
C’è inoltre qualcosa di significativo nella formula scelta dagli Houthi. Dire agli italiani «non siamo in guerra con voi» serve a mantenere aperto uno spazio di distinzione tra Roma e Riyad. Subito dopo, però, chiedere perché i nostri aerei siano in Arabia Saudita significa segnalare che quella distinzione potrebbe non essere considerata illimitata. È contemporaneamente un messaggio di de-escalation e un avvertimento. Interpretarlo soltanto come una rassicurazione sarebbe incompleto; presentarlo automaticamente come una minaccia di guerra sarebbe altrettanto improprio.
Ecco perché Taif conta più dell’aereo danneggiato. L’episodio mostra il paradosso nel quale possono trovarsi le potenze europee: voler difendere la libertà di navigazione, proteggere i propri interessi economici e contribuire alla sicurezza regionale senza diventare parte di guerre che non intendono combattere. Una distinzione perfettamente possibile sul piano politico e giuridico, ma molto più difficile da mantenere quando dall’altra parte dello schieramento qualcuno osserva un caccia con il tricolore parcheggiato dentro una base militare saudita.
Nel Medio Oriente di oggi le guerre non iniziano necessariamente con una dichiarazione formale. Possono allargarsi attraverso una serie di passi apparentemente separati: un ridispiegamento, una base utilizzata dagli alleati, una nave incaricata di scortare mercantili, un drone intercettato, un velivolo colpito quasi incidentalmente. Nessuno di questi episodi, preso isolatamente, significa che l’Italia sia entrata in guerra. Presi insieme, però, spiegano perché la domanda proveniente da Sana’a non possa essere liquidata come semplice propaganda: non «perché siete nostri nemici?», ma «che cosa ci fate lì?».
Gli Houthi distinguono ancora l’Italia dall’Arabia Saudita, mentre Roma ribadisce di non essere parte del conflitto. Ma l’Eurofighter colpito a Taif mostra quanto, tra Mar Rosso e penisola arabica, la distanza tra missione difensiva e rischio di coinvolgimento sia diventata pericolosamente concreta.
