È morto a 75 anni Antonio Marzullo, uno dei fondatori del GIS e tra i carabinieri più decorati d’Italia. Dopo quasi mezzo secolo trascorso nelle operazioni più rischiose, continuò la propria missione nelle scuole, nei teatri e attraverso i libri, trasmettendo alle nuove generazioni legalità, disciplina e senso civico.
Ci sono uomini che attraversano la storia senza chiedere che la storia pronunci il loro nome. Antonio Marzullo, conosciuto in tutta Italia come Comandante Alfa, è stato uno di loro.
Per quasi mezzo secolo ha vissuto e operato nell’ombra, protetto da uno pseudonimo e dal mephisto nero che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Un volto nascosto non per alimentare il mistero, ma per necessità, disciplina e fedeltà alla missione. È morto il 19 luglio 2026, all’età di 75 anni. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa dai suoi profili ufficiali con parole che ne riassumono l’eredità umana: un uomo capace di donare affetto, valori e ricordi destinati a rimanere nel cuore di quanti lo avevano conosciuto.
Nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, il 28 febbraio 1951, proveniva da una famiglia semplice. Il padre era muratore. Nei suoi ricordi dell’infanzia ritornava spesso la figura del nonno Ciccio, reduce di guerra, dal quale avrebbe ricevuto il primo insegnamento sul significato della legalità, della responsabilità e dell’amore per la Patria.
Partì per Roma giovanissimo e nel 1969, a soli diciassette anni, entrò nell’Arma dei Carabinieri. Dopo un primo periodo nel servizio territoriale, nel 1971 fu assegnato al 1º Battaglione Carabinieri paracadutisti “Tuscania”. Cominciava così una carriera militare durata quarantasette anni, conclusa il 28 febbraio 2016 con il grado di luogotenente.
La nascita del GIS
La svolta arrivò nel maggio del 1977. Il colonnello Romano Marchisio lo scelse, insieme con altri quattro militari, per costituire il primo nucleo di un reparto speciale destinato a intervenire nelle situazioni più estreme. Tra quei compagni vi era anche Enzo Fregosi, che molti anni dopo sarebbe caduto nell’attentato di Nassiriya.
I cinque uomini furono trasferiti in una vecchia struttura, la cosiddetta “palazzina B”, e separati fisicamente dagli altri carabinieri paracadutisti. Durante l’addestramento ad Antonio Marzullo venne attribuito il nome operativo di Alfa.
Il primo nucleo del Gruppo di Intervento Speciale nacque il 25 ottobre 1977. Il GIS fu poi istituito ufficialmente il 6 febbraio 1978 come reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri, chiamato a contrastare il terrorismo, liberare ostaggi, catturare criminali pericolosi e affrontare operazioni ad altissimo rischio. Il Comandante Alfa fu dunque non soltanto uno dei suoi primi operatori, ma uno degli uomini che contribuirono a costruirne l’identità, i metodi e lo spirito.
Era l’Italia degli anni di piombo, delle Brigate Rosse, dei sequestri di persona e delle rivolte nelle carceri. Servivano uomini addestrati a intervenire rapidamente, capaci di dominare la paura e di assumersi responsabilità dalle quali poteva dipendere la vita degli ostaggi, dei colleghi e degli stessi avversari.
Il battesimo operativo pubblico del GIS avvenne il 29 dicembre 1980. Il Comandante Alfa salì con i suoi compagni su due elicotteri Agusta Bell 205 diretti verso il carcere di massima sicurezza di Trani, dove era scoppiata una rivolta con ostaggi. Fu la prima grande operazione del reparto resa nota all’opinione pubblica. Per quell’intervento ricevette un encomio solenne.
Le missioni ad alto rischio
Da allora la sua esistenza divenne una lunga successione di operazioni coperte dal segreto. Partecipò alla cattura degli esattori del sequestro di Cesare Casella e alla liberazione di Patrizia Tacchella, rapita quando aveva soltanto otto anni. Anni dopo, l’incontro tra la donna e l’uomo che aveva contribuito a restituirle la libertà sarebbe diventato una delle immagini più intense della sua storia personale.
Nel 2003 fu impegnato a Palermo nel dispositivo di protezione del magistrato antimafia Nino Di Matteo. Anche in questo incarico emergeva uno dei principi fondamentali della sua vita: proteggere chi rappresentava lo Stato e chi, nell’esercizio delle proprie funzioni, era esposto alla vendetta della criminalità organizzata.
La sua attività non si limitò al territorio italiano. Operò in Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq nell’ambito delle missioni SFOR, KFOR, ISAF, Antica Babilonia e NATO Training Mission–Iraq. Fu comandante di un distaccamento del GIS durante l’operazione Antica Babilonia, conducendo servizi di sicurezza, attività di ricerca e cattura di elementi ostili e operazioni di contrasto alle frange armate che tentavano di impedire il regolare svolgimento delle consultazioni elettorali irachene.
In Afghanistan partecipò all’“Operazione Corona” e ad attività di addestramento delle scorte. In Iraq operò in contesti nei quali ogni movimento poteva trasformarsi in un agguato e ogni decisione doveva essere presa in pochi istanti.
La motivazione ufficiale con cui gli fu conferita la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia ricorda il suo contributo professionale nei principali teatri operativi internazionali, lo spirito di abnegazione, il consapevole sprezzo del pericolo e la capacità di accrescere il prestigio delle Forze Armate e dell’Italia.
Il carabiniere più decorato d’Italia
Il Comandante Alfa è stato indicato come uno dei carabinieri più decorati d’Italia. Ma l’elenco delle onorificenze, per quanto impressionante, rischia di raccontare soltanto una parte della sua vita.
Fu insignito della Croce d’oro al merito dell’Arma dei Carabinieri, della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia e delle onorificenze di Cavaliere, Ufficiale e Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ricevette inoltre la Medaglia Mauriziana per dieci lustri di carriera militare, la Croce d’oro per anzianità di servizio, la Medaglia d’oro per la lunga attività di paracadutismo militare e numerosi riconoscimenti legati alle missioni svolte all’estero.
La Croce d’oro al merito dell’Arma, conferitagli nel 2017, sintetizzava quarantasette anni di servizio. La motivazione ne riconosceva il ruolo nella creazione e nello sviluppo del GIS, il carisma, l’ascendente esercitato sui colleghi, il coraggio dimostrato nelle operazioni ad alto rischio e il contributo decisivo alla formazione di un “modello Arma” apprezzato anche a livello internazionale.
Fu istruttore di tiro, tiratore scelto, paracadutista militare e operatore GIS con brevetto di incursore. Negli ultimi anni della carriera divenne istruttore all’interno dello stesso Gruppo di Intervento Speciale e successivamente presso l’UCIS, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Non custodiva, dunque, soltanto un’esperienza operativa: aveva la responsabilità di trasmetterla, formando gli uomini chiamati a proteggere magistrati, autorità e persone sottoposte a minaccia.
Tra i riconoscimenti ricevuti vi furono il Premio internazionale Joe Petrosino e il Premio internazionale Nassiriya per la Pace. Quest’ultimo gli fu assegnato non soltanto per il coraggio dimostrato contro il terrorismo e la criminalità, ma anche per il dialogo continuo con i giovani e per la sua opera di trasmissione dei valori della legalità e della giustizia.
La seconda missione
La parte forse più sorprendente della sua storia cominciò quando depose formalmente l’uniforme.
Il 28 febbraio 2016 andò in pensione, ma non smise di servire il Paese. Cambiarono i luoghi e gli strumenti, non la missione. Le operazioni speciali lasciarono spazio agli incontri nelle scuole, nelle università, nei teatri e nelle sale comunali. Le armi furono sostituite dalle parole. Gli ostaggi da liberare erano ora le coscienze dei giovani, spesso prigioniere dell’indifferenza, della sfiducia e dell’idea che il rispetto delle regole fosse una forma di debolezza.
Il Comandante Alfa comprese che la legalità non può essere affidata soltanto ai tribunali, alle forze dell’ordine o alle istituzioni. Deve diventare cultura, comportamento quotidiano, responsabilità personale. Per questo incontrava studenti e insegnanti, raccontando il significato della disciplina, della preparazione, del sacrificio e del lavoro di squadra.
Non invitava i ragazzi a diventare eroi. Li esortava a credere in se stessi, a non cercare scorciatoie e a comprendere che ogni diritto porta con sé un dovere. Il coraggio, nelle sue parole, non consisteva nell’assenza della paura, ma nella capacità di governarla per compiere ciò che era giusto.
Fondò un’accademia dedicata alla formazione e continuò a svolgere attività di istruttore e divulgatore. Anche i social network divennero, con misura, un nuovo territorio di servizio. Il militare che per decenni aveva dovuto sottrarsi agli sguardi utilizzò la comunicazione contemporanea per raggiungere una generazione cresciuta davanti agli schermi.
La sua presenza pubblica conservava tuttavia un tratto inconfondibile. Si presentava spesso con il volto coperto dal mephisto. Non era un espediente spettacolare. Era il simbolo di una fedeltà: il protagonista non doveva essere l’uomo, ma i valori che rappresentava.
I libri dell’uomo nell’ombra
A questa missione educativa appartengono anche i suoi libri, tutti pubblicati da Longanesi. Nel 2015 uscì Cuore di rondine, seguito nel 2017 da Io vivo nell’ombra. Nel 2018 pubblicò Missioni segrete, nel 2020 Dietro il mephisto, nel 2022 Parola d’ordine: proteggere e nel 2024 Liberate gli ostaggi. L’esordio del GIS: l’assalto al supercarcere di Trani.
Non erano semplicemente memoriali militari né raccolte di azioni spettacolari. Attraverso quelle pagine cercava di raccontare ciò che normalmente rimane nascosto dietro un’operazione speciale: l’addestramento estenuante, la paura delle famiglie, il peso delle decisioni, il dolore per i compagni caduti e la necessità di considerare la vita umana come il bene da proteggere.
Nel titolo Io vivo nell’ombra era contenuta la sintesi della sua esistenza. L’ombra non era per lui il luogo dell’ambiguità, ma quello del servizio silenzioso. Vi si entra senza attendersi riconoscimenti, sapendo che spesso il successo di una missione coincide proprio con l’impossibilità di raccontarla.
Il legame con le comunità
Numerosi Comuni e associazioni gli conferirono premi e cittadinanze onorarie. Nel 2016 Rocchetta a Volturno gli assegnò la cittadinanza onoraria per il contributo dato alla sicurezza del Paese e per l’impegno nella divulgazione dei temi della legalità alle nuove generazioni. Al Museo internazionale delle guerre mondiali della stessa località donò parte del proprio equipaggiamento, perché diventasse uno strumento di conservazione della memoria.
Un legame particolare lo univa anche a San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria. Nel 2017 il Comune gli conferì la benemerenza civica “Targa della Torre”, in occasione di una serata al Teatro comunale dedicata alla presentazione di Io vivo nell’ombra. Oggi quella comunità si stringe alla sua famiglia, ricordando non soltanto il militare, ma l’uomo che aveva scelto di parlare ai cittadini e soprattutto ai giovani.
Anche Castelvetrano, la città nella quale era nato, lo ricorda come un figlio che, pur avendo vissuto lontano, non aveva mai reciso le proprie radici. Negli anni aveva sostenuto iniziative di solidarietà e promosso costantemente la cultura della legalità in un territorio segnato dalla presenza mafiosa.
È significativo che proprio un uomo nato a Castelvetrano abbia fatto della lotta alla criminalità e dell’educazione alla legalità il filo conduttore della propria esistenza. Non attraverso proclami, ma mediante una vita concreta, costruita sulla disciplina e sull’esempio.
Il volto dietro il mephisto
Dietro il passamontagna non c’era un uomo privo di emozioni. C’era un marito, un padre, un amico e un collega. C’era qualcuno che conosceva il dolore della perdita e il prezzo pagato dalle famiglie di chi serve nei reparti speciali.
Il mephisto proteggeva la sua identità, ma non cancellava la sua umanità. Nei racconti e negli incontri pubblici emergeva spesso la gratitudine verso i compagni e il ricordo di quanti non erano tornati dalle missioni. Non amava attribuirsi meriti individuali, perché sapeva che nessuna operazione del GIS è l’azione solitaria di un eroe. È sempre il risultato di preparazione, fiducia reciproca e responsabilità condivisa.
Anche il nome operativo “Alfa”, la prima lettera dell’alfabeto, potrebbe far pensare al desiderio di essere davanti agli altri. La sua vita suggerisce il contrario. Essere il primo significava assumersi per primo il rischio, prepararsi più degli altri e rispondere degli uomini affidati alla propria responsabilità.
In un’epoca dominata dall’esibizione, il Comandante Alfa aveva scelto l’anonimato. Divenne celebre senza mostrare il volto, popolare senza trasformarsi in personaggio, autore di successo senza abbandonare il linguaggio asciutto del militare.
L’ultima lezione
La morte del Comandante Alfa chiude una pagina importante della storia recente dell’Arma dei Carabinieri, ma non conclude la sua missione.
Rimangono i libri, le testimonianze, gli allievi formati, gli uomini delle scorte ai quali trasmise esperienza e rigore. Rimangono soprattutto le migliaia di giovani incontrati nelle scuole e nei teatri, ai quali ripeté che lo Stato non è un’entità astratta e lontana: lo Stato vive nei comportamenti di ciascuno, nel rispetto degli altri, nell’osservanza delle regole e nella disponibilità a compiere il proprio dovere anche quando nessuno guarda.
Per quarantasette anni Antonio Marzullo difese concretamente le istituzioni, gli ostaggi, i magistrati e i cittadini. Dopo il congedo cercò di difendere qualcosa di ancora più fragile: la fiducia dei giovani nella legalità e nella possibilità di servire il bene comune.
Non tutte le sue operazioni potranno essere raccontate. Molte resteranno probabilmente coperte dal segreto. Ma la sua impresa più lunga è ormai pubblica: avere dimostrato che il servizio non termina con la pensione, che una divisa può essere deposta senza rinunciare ai valori che rappresenta e che l’autorità autentica nasce dall’esempio.
Il Comandante Alfa ha vissuto nell’ombra, ma ha cercato fino alla fine di accendere una luce nelle coscienze.
Incursore, istruttore, scrittore ed educatore: Antonio Marzullo non considerò mai il congedo come la fine del servizio. Dopo aver affrontato terrorismo, sequestri e missioni di guerra, scelse le scuole e i libri per combattere una battaglia diversa, quella contro l’indifferenza e la perdita del senso civico.
