Alfonso Bruno, direttore di Mediafighter, intervista l’economista Luciano Vasapollo: Cuba, Iran, Vietnam, Venezuela e la grande partita per un ordine mondiale non più subordinato all’unipolarismo occidentale
Alla vigilia del XVIII vertice dei BRICS, in programma il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi, il confronto sul futuro del multipolarismo esce definitivamente dalle aule universitarie per entrare nel terreno della politica concreta. Non basta più discutere di equilibri internazionali, dedollarizzazione o crescita economica dei Paesi emergenti: la domanda è se il nuovo assetto mondiale sia realmente capace di tradurre la solidarietà politica in strumenti concreti di sovranità, cooperazione e difesa dei popoli sottoposti a sanzioni, pressioni e conflitti.
Ne parliamo col prof. Luciano Vasapollo, economista, docente e studioso delle trasformazioni geopolitiche internazionali, da anni attento alle esperienze latinoamericane e ai processi di integrazione del Sud globale.
Alfonso Bruno – Professore, lei sostiene che il prossimo vertice dei BRICS rappresenti una vera prova della storia. Perché attribuisce a questo appuntamento un significato così decisivo?
Luciano Vasapollo – Perché siamo arrivati a un punto nel quale il multipolarismo non può più essere soltanto dichiarato. Deve dimostrare di esistere nella pratica. I BRICS rappresentano ormai una quota enorme dell’economia mondiale e della popolazione del pianeta. Possiedono risorse energetiche, capacità produttive, sistemi finanziari e un peso politico sufficienti per incidere realmente nei rapporti internazionali.
La domanda, dunque, è molto semplice: questo potenziale servirà soltanto a riequilibrare i rapporti commerciali oppure diventerà anche uno strumento concreto per difendere la sovranità dei popoli? È qui che si misura la credibilità politica del multipolarismo.
Bruno – E la prima verifica, secondo lei, porta direttamente a Cuba.
Vasapollo – Esattamente. Cuba è oggi una delle prove più evidenti. Da oltre sessant’anni vive sotto un sistema di sanzioni economiche che ha inciso profondamente sulla vita quotidiana della popolazione. Ma negli ultimi tempi la pressione si è ulteriormente intensificata, soprattutto sul piano energetico.
La questione non riguarda soltanto il commercio tra Stati Uniti e Cuba. Il problema è l’extraterritorialità delle sanzioni, cioè il tentativo di condizionare anche Stati terzi, imprese, compagnie di navigazione e operatori economici che intendano mantenere rapporti con L’Avana.
Ed è qui che dobbiamo capire una cosa fondamentale: quando manca il carburante non si fermano soltanto le automobili. Si fermano gli ospedali, i trasporti, le scuole, l’agricoltura, la produzione alimentare. Si colpisce materialmente la vita di un popolo.
Bruno – Lei arriva a dire che “il multipolarismo si misura con le petroliere”. È un’espressione volutamente provocatoria?
Vasapollo – È provocatoria soltanto fino a un certo punto. Possiamo approvare tutti i comunicati diplomatici che vogliamo contro le sanzioni. Ma se poi Cuba resta senza energia, quelle dichiarazioni rischiano di diventare testimonianze simboliche.
La solidarietà deve trasformarsi in infrastruttura. Significa pensare a corridoi energetici, accordi di pagamento alternativi, assicurazioni condivise contro le sanzioni secondarie, sistemi commerciali capaci di proteggere chi decide di commerciare con Cuba.
Se esiste davvero un mondo multipolare, deve essere possibile per uno Stato vendere petrolio a un altro Stato senza dover chiedere implicitamente il permesso a Washington.
Bruno – La Cina, a suo giudizio, sta già indicando una strada possibile?
Vasapollo – La Cina ha fornito a Cuba pannelli solari, alimenti, attrezzature e altre forme di sostegno. È un segnale importante. Ma non possiamo immaginare che il peso della solidarietà internazionale ricada esclusivamente su Pechino.
Il passaggio storico sarebbe trasformare questi interventi da iniziative bilaterali a politica comune del Sud globale. La solidarietà non dovrebbe dipendere dalla buona volontà di un singolo Paese, per quanto potente, ma diventare parte di una struttura internazionale nuova.
Bruno – Nel suo ragionamento torna frequentemente il Vietnam. Perché proprio il Vietnam dovrebbe insegnare qualcosa ai BRICS del XXI secolo?
Vasapollo – Perché il Vietnam ci insegna due cose. La prima appartiene alla storia: dimostra che la superiorità militare, economica e tecnologica non garantisce automaticamente la vittoria politica. Un popolo organizzato e determinato può resistere anche a una potenza enormemente superiore.
Ma c’è una seconda lezione forse ancora più interessante. Dopo la guerra il Vietnam non si è chiuso in se stesso. Ha costruito relazioni economiche internazionali, anche con gli Stati Uniti, senza rinunciare alla propria sovranità.
Questa è una lezione essenziale: sovranità non significa autarchia. E apertura economica non deve significare subordinazione politica.
Bruno – In questo senso il Vietnam smentirebbe anche una certa idea occidentale secondo cui l’integrazione nei mercati conduce inevitabilmente all’omologazione politica.
Vasapollo – Certamente. Il Vietnam ha dimostrato di poter mantenere una propria identità politica e una propria strategia nazionale dialogando con economie molto diverse.
La diplomazia vietnamita parla di radici solide e rami flessibili. Mi sembra un’immagine molto efficace: bisogna avere radici sufficientemente profonde per sapere chi si è, ma anche la capacità di muoversi nel mondo senza spezzarsi.
Bruno – Lei inserisce nel ragionamento anche l’Iran. Ma qui entriamo in un terreno geopoliticamente ancora più delicato. Qual è il punto che vuole sottolineare?
Vasapollo – Il punto non è idealizzare alcun sistema politico. Il punto è comprendere una dinamica storica. L’Iran mostra che una enorme superiorità militare, finanziaria e tecnologica non si traduce automaticamente nella capacità di ottenere tutti i risultati politici desiderati.
Abel Prieto ha utilizzato un’espressione che considero molto efficace: il nemico è molto potente, ma non è onnipotente.
Questa distinzione è essenziale. Perché quando un popolo pensa che chi lo domina sia onnipotente, la resistenza appare inutile. Quando invece comprende che anche i grandi sistemi di potere hanno contraddizioni, debolezze e limiti, torna ad aprirsi lo spazio della politica e della storia.
Bruno – Ma questo principio della resistenza può giustificare qualsiasi comportamento compiuto in nome dell’antimperialismo?
Vasapollo – No. Sarebbe un errore enorme. L’antimperialismo non può diventare una categoria che assolve automaticamente qualsiasi governo o qualsiasi decisione politica.
Bisogna sempre distinguere tra il diritto di un popolo alla sovranità e il giudizio concreto sulle politiche dei governi. La difesa dell’autodeterminazione non impedisce la critica. Anzi, una critica autenticamente politica deve essere capace di esercitarsi anche all’interno del proprio campo ideale.
Bruno – Ed è proprio per questo che lei usa parole particolarmente dure nei confronti del Venezuela. Da dove nasce questa critica?
Vasapollo – Nasce proprio dalla solidarietà con il Venezuela e dalla volontà di difendere l’eredità più autentica di Hugo Chávez.
Chávez aveva immaginato un progetto profondamente latinoamericano: bolivariano, popolare, partecipativo, capace di dialogare con il cristianesimo, con José Martí, con l’esperienza cubana e con una visione internazionalista della solidarietà.
Il problema nasce quando quella tensione etica si indebolisce e aumentano logiche di mercato, diseguaglianze e forme di normalizzazione che rischiano di allontanare il processo politico dalle sue radici.
Bruno – Lei parla addirittura di “capitolazione”. Non è un giudizio eccessivamente severo?
Vasapollo – Uso un termine forte perché considero forte il problema. Se il cuore del bolivarismo è l’indipendenza, non possiamo giudicare positivamente processi che determinino una maggiore dipendenza dagli interessi delle grandi potenze.
Naturalmente bisogna osservare con attenzione ogni singolo passaggio. Ma il criterio politico deve rimanere quello indicato da Bolívar e poi ripreso da Chávez: sovranità, integrazione latinoamericana, emancipazione sociale e indipendenza.
Se vengono meno questi elementi, non basta continuare a utilizzare il linguaggio della rivoluzione per mantenere intatta la sostanza del progetto.
Bruno – Il rapporto con Cuba rende questa contraddizione ancora più evidente?
Vasapollo – Sì, perché tra Cuba e Venezuela non c’è stata soltanto un’alleanza diplomatica. C’è stata una storia di cooperazione concreta.
Cuba ha inviato medici, insegnanti, tecnici e personale impegnato in programmi sociali. Il Venezuela ha avuto un ruolo essenziale nella cooperazione energetica. Si trattava di una relazione fondata sull’idea che due Paesi potessero sostenersi reciprocamente fuori dalle logiche tradizionali della dipendenza.
Per questo qualsiasi indebolimento di quella solidarietà assume un significato che va oltre i rapporti bilaterali: riguarda il futuro stesso dell’integrazione latinoamericana.
Bruno – Arriviamo allora ai BRICS. Possiamo considerarli il nuovo fronte politico del Sud globale?
Vasapollo – Dobbiamo evitare semplificazioni. I BRICS non sono un blocco socialista. Sarebbe teoricamente sbagliato e politicamente fuorviante rappresentarli così.
Al loro interno convivono sistemi economici, interessi nazionali, culture politiche e modelli sociali profondamente differenti.
Ma proprio per questo il fenomeno è interessante. I BRICS possono costituire un’infrastruttura geopolitica alternativa all’unipolarismo. Possono favorire nuovi sistemi di pagamento, relazioni Sud-Sud, infrastrutture finanziarie differenti, cooperazione energetica e maggiore autonomia rispetto ai tradizionali centri occidentali.
Non è il socialismo. Ma è una frattura dentro l’ordine unipolare. E quella frattura può aprire spazi politici nuovi.
Bruno – E l’Europa? In questa nuova geografia mondiale rischia di restare schiacciata tra Washington e il Sud globale?
Vasapollo – L’Europa dovrebbe innanzitutto interrogarsi sulla propria autonomia strategica.
Non possiamo descrivere l’Unione Europea come un soggetto totalmente passivo. Nel conflitto ucraino, per esempio, diversi Paesi europei hanno scelto politiche molto precise: finanziamenti, forniture militari, riarmo, sostegno politico.
L’Europa deve decidere che cosa vuole essere. Se vuole costruire una propria funzione autonoma oppure continuare a muoversi prevalentemente dentro una strategia atlantica.
Una vera Europa dei popoli dovrebbe avere interesse alla cooperazione internazionale, alla pace, alla riduzione delle tensioni e alla costruzione di rapporti economici non subordinati.
Bruno – Da francescano mi permetta una domanda che esce almeno apparentemente dal linguaggio dell’economia. C’è ancora spazio, in questa geopolitica così dura, per parlare di solidarietà tra i popoli senza ridurla a pura convenienza?
Vasapollo – Deve esserci, altrimenti il multipolarismo rischia semplicemente di sostituire una competizione tra potenze con un’altra competizione tra potenze.
La vera questione è quale ordine internazionale vogliamo costruire. Se cambiano soltanto i protagonisti ma rimangono identiche le logiche di dominio, non abbiamo prodotto un mondo nuovo.
La solidarietà deve diventare una categoria politica concreta. Significa cooperazione sanitaria, energetica, alimentare, educativa. Significa permettere ai popoli di svilupparsi senza essere costretti a rinunciare alla propria sovranità.
Da questo punto di vista l’esperienza cubana, con tutte le sue difficoltà, continua a ricordarci che esistono forme di internazionalismo fondate non soltanto sul denaro ma sulla condivisione di medici, insegnanti, conoscenze e competenze.
Bruno – Quindi la vera domanda che Nuova Delhi dovrebbe affrontare non riguarda semplicemente quanto pesano economicamente i BRICS, ma che cosa intendono fare di quella forza.
Vasapollo – Esattamente. Il potere economico da solo non costruisce un nuovo ordine mondiale. Può persino riprodurre le stesse ingiustizie con protagonisti differenti.
La svolta avviene quando una capacità economica diventa possibilità concreta di autodeterminazione. Quando un Paese sotto embargo può commerciare. Quando un popolo può procurarsi energia. Quando uno Stato non è costretto a scegliere tra la propria sovranità e la sopravvivenza economica.
Bruno – Se dovesse indicare un’immagine con cui guardare al vertice di Nuova Delhi, quale sceglierebbe?
Vasapollo – Tornerei al Vietnam. Ho Chi Minh scriveva dal carcere che senza il freddo e la desolazione dell’inverno non potrebbe esistere la dolce primavera.
Cuba sta attraversando un inverno durissimo. Molti popoli vivono sotto guerre, sanzioni, pressioni economiche e forme diverse di subordinazione.
Il compito storico del multipolarismo è dimostrare che la primavera non è soltanto una promessa retorica.
Deve diventare una responsabilità condivisa.
Bruno – E allora la vera prova dei BRICS?
Vasapollo – Trasformare le parole in decisioni.
Un mondo nuovo non nasce dai comunicati dei vertici. Nasce quando esistono Stati e popoli che hanno il coraggio di costruire relazioni differenti, spezzare i meccanismi della dipendenza e rendere concreta la solidarietà.
La storia ci insegna che non è necessario essere più forti dell’avversario per impedirgli di vincere. Ma bisogna possedere organizzazione, coscienza, solidarietà e soprattutto la volontà politica di non accettare la propria subordinazione.
Ed è precisamente su questo terreno che i BRICS saranno giudicati dalla storia.
