La crisi ambientale non modifica soltanto le temperature: cambia il pane, le migrazioni, le città, l’economia e perfino la geografia del potere

Il clima è stato per secoli il grande sfondo immobile della storia umana. Gli imperi nascevano e crollavano, le guerre ridisegnavano i confini, le tecnologie trasformavano il lavoro, mentre le stagioni sembravano continuare il loro corso secondo una regolarità antica. Oggi quello sfondo si è messo in movimento. E quando cambia lo sfondo, anche gli uomini che vi abitano sono costretti a cambiare.

Lo spiegano Riccardo Valentini, scienziato italiano che ha partecipato ai lavori dell’IPCC insignito nel 2007 del Premio Nobel per la pace, e Maria Vincenza Chiriacò nel loro studio sul clima che cambia e sugli effetti che tale trasformazione produce nelle società umane. Non siamo più dinanzi a un’ipotesi remota, a una profezia ecologista o a uno scenario cinematografico. Il fattore antropico nel riscaldamento globale è ormai un dato scientificamente consolidato.

La curva tracciata dal climatologo Charles David Keeling a partire dal 1958 è diventata, in questo senso, una specie di elettrocardiogramma della Terra. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica, allora vicina alle 315 parti per milione, ha superato nel 2024 le 420. Dietro quella linea che continua a salire si intravede la storia materiale della modernità: carbone, petrolio, gas, industria pesante, trasporti, allevamenti intensivi, fertilizzanti, deforestazione.

L’umanità ha costruito il proprio benessere bruciando il passato geologico del pianeta. Ora il conto ritorna sotto forma di presente climatico.

Il punto più difficile da accettare è che la crisi non si manifesta ovunque allo stesso modo. Il riscaldamento è globale, ma le sue conseguenze sono profondamente diseguali. C’è chi perde un ghiacciaio e chi perde il raccolto; chi affronta un’alluvione e chi vede avanzare il deserto; chi può costruire dighe, condizionare le case e assicurare i campi, e chi è costretto ad abbandonare il villaggio.

Il cambiamento climatico è quindi anche un moltiplicatore delle disuguaglianze.

Nel Mediterraneo significa ondate di calore più lunghe, siccità, incendi, pressione sulle risorse idriche e agricoltura più fragile. Nell’Africa subsahariana significa terre sempre meno produttive per popolazioni che dipendono quasi interamente dalle piogge. In Asia meridionale significa monsoni irregolari, ghiacciai himalayani in ritirata e centinaia di milioni di persone esposte alla precarietà dell’acqua. Nelle piccole isole del Pacifico significa l’eventualità concreta che il mare cancelli non soltanto le case, ma intere comunità politiche.

Il clima non stabilisce meccanicamente le guerre, ma ne prepara spesso il terreno. Quando l’acqua diminuisce, il pascolo arretra, il grano rincara e milioni di persone si spostano, le tensioni sociali, etniche e politiche trovano un combustibile ulteriore. Il controllo dei bacini idrici del Tigri e dell’Eufrate, le siccità del Corno d’Africa, le migrazioni interne del Bangladesh mostrano che la questione ambientale è già una questione geopolitica.

La vera frontiera del potere potrebbe presto non essere il possesso del petrolio, ma il controllo dell’acqua, dei suoli fertili e delle regioni ancora coltivabili.

Emblematico è il dilemma del grano. Per ogni grado di aumento della temperatura globale, la produttività del frumento potrebbe diminuire sensibilmente. Eppure la popolazione mondiale continuerà a crescere. Entro il 2050 servirà produrre molto più grano di oggi, proprio mentre alcune delle terre storicamente più produttive diventeranno più aride o meno affidabili.

Alcuni paesi perderanno superfici coltivabili; altri, soprattutto nelle regioni boreali, potrebbero guadagnarne. Il riscaldamento potrebbe favorire nuove colture in alcune zone della Federazione Russa, mentre paesi come l’Egitto rischiano una drastica riduzione dei terreni adatti alla produzione cerealicola. La geografia del pane finirà così per ridisegnare la geografia delle dipendenze.

Chi controlla il grano controlla la stabilità delle città. Chi dipende dalle importazioni dipende anche dagli equilibri internazionali, dalle rotte marittime, dai prezzi dell’energia e dalle decisioni politiche degli Stati esportatori.

La neutralità carbonica, il cosiddetto “net zero”, non è dunque una formula da convegno. È il tentativo di evitare che il riscaldamento superi soglie oltre le quali l’adattamento diventerebbe sempre più costoso, incerto o impossibile. Non significa cancellare magicamente ogni emissione, impresa oggi irrealistica, ma ridurre drasticamente quelle prodotte e compensare quelle residue attraverso foreste, suoli, agricoltura sostenibile e tecnologie di cattura del carbonio.

Le foreste assorbono già una parte considerevole dell’anidride carbonica emessa ogni anno. Ma non possono essere trattate come una gigantesca indulgenza ecologica concessa a un’economia che non intende correggersi. Piantare alberi non autorizza a continuare indefinitamente a bruciare combustibili fossili. La natura non può essere trasformata nell’alibi verde dell’immobilismo industriale.

Occorre anche evitare che la transizione ecologica venga pagata soltanto dai più deboli. Una politica climatica che impoverisse agricoltori, lavoratori e famiglie, lasciando indenni le grandi rendite e gli sprechi dei sistemi produttivi, perderebbe rapidamente consenso. La transizione sarà giusta oppure non sarà politicamente sostenibile.

Non si tratta di scegliere tra l’uomo e l’ambiente. È una contrapposizione falsa, perché l’uomo vive dell’ambiente, respira nell’atmosfera, mangia ciò che nasce dalla terra, dipende dall’acqua e abita ecosistemi che non ha creato. Difendere il clima significa difendere le condizioni materiali della libertà umana.

La crisi climatica ci costringe soprattutto a rivedere l’idea di progresso. Per due secoli abbiamo misurato lo sviluppo sulla quantità di energia consumata, di merci prodotte, di risorse estratte e di oggetti sostituiti. Ora scopriamo che una civiltà può diventare tecnicamente potentissima e, nello stesso tempo, ecologicamente vulnerabile.

Il clima che cambia ci cambia perché sottrae all’uomo moderno l’illusione di essere completamente autonomo. Ci ricorda che la Terra non è una materia inerte, infinitamente disponibile, ma un sistema vivente di equilibri delicati. Ci obbliga a riconoscere che le decisioni di una generazione ricadono su quelle successive e che le emissioni prodotte in una parte del mondo possono distruggere raccolti e abitazioni in un’altra.

Forse è questa la trasformazione più profonda: il cambiamento climatico rende visibile la fraternità involontaria del genere umano. Siamo legati anche quando non vogliamo esserlo. Condividiamo l’atmosfera, gli oceani, il ciclo dell’acqua e, in definitiva, il destino.

Il tempo dell’incertezza scientifica è in gran parte terminato. Rimane quello, molto più scomodo, della responsabilità politica e morale.

Perché il clima non è più soltanto lo sfondo della storia. Sta diventando uno dei suoi principali protagonisti.

La temperatura del pianeta cresce, ma non aumenta soltanto il calore: crescono le disuguaglianze, le migrazioni, i conflitti per l’acqua e la dipendenza alimentare. La sfida climatica non consiste nel salvare un’astratta natura senza l’uomo, ma nel preservare una Terra nella quale l’uomo possa ancora vivere con dignità.