Ottant’anni di Repubblica e Vaticano: una convivenza difficile, necessaria e, alla fine, più profonda di quanto i suoi stessi protagonisti si aspettassero
“L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa.”
— Card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, 1 giugno 2026
C’è una scena che vale più di molti trattati. È il 2 giugno 1984, e Papa Giovanni Paolo II entra al Quirinale. Non per una visita di cortesia. Per una scelta deliberata, carica di simbolismo: venire qui, in questo palazzo, in questo giorno, era un atto politico e spirituale insieme. Sandro Pertini, il presidente laico e socialista che aveva vissuto il fascismo in carcere e in esilio, lo accoglie e riconosce in quella coincidenza di date «il segno di una intensa sollecitudine e di una spiccata benevolenza del Papa verso l’Italia». Due mondi che si guardano, finalmente, senza la diffidenza che aveva avvelenato i decenni precedenti.
Ottant’anni di Repubblica e Vaticano sullo stesso lembo di città, separati da poche centinaia di metri e da una storia lunga secoli, sono una storia di tensioni risolte, di silenzi eloquenti, di incontri che cambiano qualcosa. Una storia che vale la pena raccontare il 2 giugno 2026, mentre il cardinale Zuppi scrive a Mattarella e le campane di San Pietro si mescolano alle Frecce Tricolori nel cielo di Roma.
1946: donne alle urne e la voce di Pio XII
Tutto comincia, come sempre in Italia, in modo complicato. Il 2 giugno 1946 non è solo il giorno del referendum istituzionale. È il giorno in cui per la prima volta le donne italiane votano a piena titolarità in una consultazione di tale portata, dopo aver già esercitato questo diritto nelle elezioni amministrative di quell’anno. E pochi giorni prima, il 12 maggio, Pio XII aveva incontrato nella Basilica Vaticana decine di migliaia di giovani donne romane dell’Azione Cattolica, ricordando loro con solennità che al diritto di voto corrisponde «un dovere sacro» e che la posta in gioco era niente meno che «la civiltà cristiana» del Paese.
Quelle parole non erano neutrali. Erano un orientamento politico preciso, pronunciato da un pontefice convinto che la nuova Repubblica dovesse nascere sotto il segno della tradizione cristiana contro il rischio comunista. Il Vaticano entrava nella storia repubblicana italiana prima ancora che la Repubblica nascesse — e ci entrava con tutta la forza del suo magistero morale mobilitato sulla scena pubblica. Era l’inizio di una lunga relazione in cui i ruoli sarebbero stati sempre nitidi: due poteri sovrani, due legittimità distinte, obbligati dalla geografia e dalla storia a trovarsi ogni giorno sul medesimo palcoscenico.
1963: la morte di Giovanni XXIII e la Repubblica in lutto
C’è un momento in cui la distanza si azzera. È il 1° giugno 1963, e il presidente Antonio Segni rinvia il ricevimento ufficiale al Quirinale per la festa della Repubblica. Il motivo: le «gravi condizioni di salute» di Papa Giovanni XXIII. Il giorno dopo, la Radio Vaticana annuncia la morte del «Papa della bontà». È un gesto che una nota ufficiale della Presidenza descrive come preso «nell’atmosfera di dolorosa ed ansiosa trepidazione». Una Repubblica di quarant’anni che sospende la sua festa per il lutto di un Papa: difficile immaginare scena più eloquente del modo in cui le due istituzioni avevano già intrecciato i loro destini nel cuore degli italiani.
Giovanni XXIII era stato qualcosa di diverso dai suoi predecessori nel rapporto con la modernità democratica. Il Concilio che aveva convocato stava già cambiando i termini del dialogo tra la Chiesa e il mondo contemporaneo — e dunque anche tra la Chiesa e la Repubblica italiana. Quella morte, alla vigilia del 2 giugno, aveva il sapore di una consegna: qualcosa di nuovo stava per cominciare, e la Repubblica italiana lo sentiva come cosa sua.
1984: il Concordato nuovo e Giovanni Paolo II al Quirinale
Il 1984 è l’anno della svolta strutturale. Il 18 febbraio, con la firma dell’accordo di revisione del Concordato lateranense tra Santa Sede e Repubblica italiana, si chiude definitivamente la stagione dei Patti del ’29 — quell’architettura costruita tra Mussolini e Pio XI che aveva dato alla Chiesa un ruolo privilegiato e ambiguo nello Stato fascista. Il nuovo Concordato è firmato da una Repubblica democratica e da una Chiesa che ha attraversato il Concilio Vaticano II: i termini del rapporto sono diversi, più maturi, più rispettosi dell’autonomia reciproca.
Tre mesi e mezzo dopo, il 2 giugno, Giovanni Paolo II è al Quirinale. La coincidenza non è casuale: è un messaggio. Il Pontefice parla del «patrimonio di ideali» della Costituzione italiana — quei principi di libertà, eguaglianza, ripudio della guerra che i padri costituenti avevano sancito dopo la «vicenda disumana della guerra». E poi dice qualcosa che va oltre la cerimonia: la comunanza delle sofferenze, durante la guerra, aveva fatto «riscoprire antichi valori» e forgiato un «nuovo tessuto sociale» che era «incoraggiamento per l’avvenire». Un Papa polacco, che aveva vissuto l’occupazione nazista e il comunismo sovietico, che leggeva la storia italiana come specchio della storia umana.
“Continui l’Italia a essere di esempio nella difesa dei diritti umani e dei valori
di libertà e di giustizia, nel solco della sua vocazione europea e universale.”Giovanni Paolo II al presidente Pertini, Quirinale, 2 giugno 1984
Una convivenza che non è mai stata scontata
Sarebbe sbagliato raccontare questa storia come una progressione lineare verso l’armonia. I rapporti tra la Repubblica italiana e il Vaticano hanno conosciuto stagioni di conflitto aspro: la questione della scuola, i referendum sul divorzio e sull’aborto, le accuse di ingerenza clericale da un lato e di laicismo aggressivo dall’altro. La politica italiana del dopoguerra è stata in larga misura plasmata da questo asse di tensione: la DC come cinghia di trasmissione tra il Vaticano e il potere civile, e poi il progressivo allentamento di quella cinghia con la secolarizzazione degli anni Settanta e Ottanta.
Ma al fondo di questa storia complicata c’è qualcosa che nessuna tensione ha mai spezzato: la consapevolezza, da entrambe le parti, di essere inestricabilmente legate. L’Italia non si capisce senza il cattolicesimo — non solo come fede, ma come cultura, come sensibilità morale, come architettura interiore di un popolo. E il Vaticano non si capisce senza l’Italia — senza questa lingua, questi luoghi, questa storia millennaria in cui il sacro e il civile si sono intrecciati fino a diventare indistinguibili.
2026: Zuppi a Mattarella e la promessa che resta
Oggi, ottant’anni dopo, il cardinale Matteo Zuppi scrive a Sergio Mattarella. Il tono è diverso da quello di Pio XII nel 1946: non un orientamento politico, ma una lettura condivisa del presente. La Repubblica «è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo»; la Costituzione «ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo». Sono parole che un presidente laico e un cardinale possono sottoscrivere insieme senza ambiguità, perché parlano del nucleo comune — quella dignità dell’uomo, quella solidarietà fraterna — che il Vangelo e la Costituzione enunciano con accenti diversi ma verso la stessa direzione.
Zuppi elenca anche le ferite: «la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza». Non è un atto d’accusa. È la mappa di un lavoro comune ancora da fare. E il fatto che sia il presidente della CEI a tracciare quella mappa scrivendo al Quirinale dice qualcosa di importante: che in ottant’anni il rapporto tra questi due poteri si è trasformato da strumentale in qualcosa di più simile a una responsabilità condivisa.
Non è poco. Anzi, è forse la cosa più significativa di questa data. Il 2 giugno 1946 nacque la Repubblica come atto di libertà di un popolo che usciva dal fascismo. Il 2 giugno 2026 quella stessa Repubblica può contare su una Chiesa che non la ostacola, non la strumentalizza, non cerca di governarla — ma che vuole, con la sua voce, contribuire a tenerla fedele alla sua promessa migliore.
Il Tevere divide fisicamente il Vaticano dall’Italia. Ma un fiume, si sa, non divide chi vuole attraversarlo. Unisce le due sponde — e le obbliga, ogni giorno, a fare i conti l’una con l’altra.
Otto papi, diciotto presidenti della Repubblica, due Concordati, innumerevoli crisi e altrettanti incontri. La storia di questo rapporto non è né la storia di un’armonia perfetta né quella di un conflitto irrisolto. È la storia di due istituzioni che hanno imparato, nel tempo, che la libertà di entrambe si difende meglio insieme che l’una contro l’altra.
Buon compleanno, Repubblica. E buon 2 giugno a chi, da quella piccola striscia di terra oltre il Tevere, guarda ancora l’Italia con la speranza che porta la veste di un augurio antico: che questo popolo sappia sempre risolvere i propri problemi «in coerenza con l’ispirazione morale che emerge dalla sua storia».
