A Santiago del Cile il Forum di Madrid riunisce leader e intellettuali della nuova destra internazionale. Ma le parole di Javier Milei sul Paese dopo la caduta di Salvador Allende riaprono una ferita che nessun successo economico può cancellare: la dittatura di Augusto Pinochet significò morti, desaparecidos, torture, persecuzioni ed esilio. Una memoria che, anche per un cristiano, non può essere sacrificata sull’altare della battaglia politica.
La libertà è una parola troppo grande per essere ridotta a uno slogan di parte. A Santiago del Cile, durante il quinto incontro regionale del Forum di Madrid, Javier Milei ha indicato nel Cile successivo al rovesciamento di Salvador Allende un esempio di stabilità, crescita e affermazione delle idee liberali. Ma fra il golpe dell’11 settembre 1973 e il ritorno alla democrazia del 1990 c’è Augusto Pinochet. E insieme a Pinochet ci sono i morti, i torturati, gli scomparsi, gli oppositori perseguitati e costretti all’esilio. Ricordarlo non significa assolvere gli errori della sinistra latinoamericana. Significa semplicemente rifiutare che la memoria delle vittime diventi una nota a piè di pagina della storia.
Il Forum di Madrid non è più soltanto un convegno politico. È il tentativo dichiarato di costruire una rete internazionale della nuova destra, mettendo in comunicazione esperienze europee e latinoamericane, partiti, fondazioni, intellettuali e governi. L’edizione di Santiago del 3 e 4 settembre ha mostrato con chiarezza questa ambizione: creare una cultura politica comune capace di contrapporsi alle reti transnazionali della sinistra e di presentarsi come custode della libertà, della sicurezza, dell’identità occidentale e dell’economia di mercato. Lo stesso Milei, nel discorso ufficiale, ha chiesto alla destra di rafforzare una propria rete internazionale perché, a suo giudizio, l’avversario sarebbe ormai «regionale e anche globale».
Non c’è nulla di illegittimo nel fatto che famiglie politiche affini si organizzino oltre i confini nazionali. Lo fanno i socialisti, i popolari, i liberali, gli ambientalisti. Una democrazia vive anche attraverso il confronto delle idee. Il problema comincia quando alla competizione politica viene attribuito il linguaggio della redenzione: noi rappresentiamo il bene, gli altri il male; noi la civiltà, gli altri la sua distruzione; noi la libertà, gli altri necessariamente la tirannia.
È una retorica che entusiasma le piazze, ma impoverisce la politica. E per un cristiano dovrebbe suonare particolarmente pericolosa. Perché il male esiste, certo, e la Chiesa non ha mai insegnato l’indifferenza tra il bene e il male. Ma nessun partito possiede il monopolio del bene e nessun avversario politico può essere trasformato in una categoria metafisica da estirpare. Quando una parte politica comincia a presentare se stessa come incarnazione della salvezza, la politica smette di essere servizio e comincia a chiedere qualcosa di molto simile alla fede.
È in questo contesto che le parole pronunciate da Milei sul passato cileno acquistano un peso che va molto oltre la polemica del momento. Il presidente argentino ha affermato che, dopo il rovesciamento di Allende, il Cile entrò in una lunga stagione di stabilità e crescita, fino a diventare economicamente un modello regionale.
Ma quella frase contiene un vuoto enorme. Tra Allende e la successiva democrazia non ci fu semplicemente una diversa politica economica. Ci fu una dittatura.
Salvador Allende non perse un’elezione: il suo governo democraticamente costituito venne abbattuto dal golpe militare dell’11 settembre 1973. Il Congresso fu chiuso, le libertà pubbliche sospese, i partiti della sinistra messi fuori legge e gli oppositori sottoposti a una repressione sistematica. Augusto Pinochet concentrò progressivamente nelle proprie mani il potere politico e militare e rimase alla guida del regime fino al 1990. È la stessa Biblioteca del Congresso nazionale cileno a ricostruire questa trasformazione dello Stato e il ruolo della DINA, la polizia politica direttamente dipendente dal vertice del regime.
E dietro la parola “repressione” ci sono esseri umani.
I dati ufficiali dello Stato cileno sono terribili: almeno 1.469 persone risultano vittime di sparizione forzata, altre 1.747 furono giustiziate e 31.856 subirono torture nei campi di prigionia e nei centri clandestini della dittatura. Le commissioni della verità e i tribunali hanno documentato sparizioni, esecuzioni politiche, sequestri, carcere politico, torture, occultamento dei cadaveri ed esilio come pratiche utilizzate dagli apparati repressivi.
Non furono “eccessi” marginali di qualche funzionario impazzito. Furono violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani. La Commissione Valech raccolse le testimonianze di oltre 35 mila persone che avevano conosciuto la prigionia politica e la tortura. Centri di detenzione clandestini servirono sistematicamente alla repressione degli oppositori.
Ci furono perfino operazioni per cancellare le tracce dei crimini. Documenti ufficiali cileni ricordano l’ordine impartito da Pinochet, alla fine degli anni Settanta, di riesumare clandestinamente corpi sepolti per farli nuovamente sparire: molti resti furono gettati in mare da elicotteri militari, altri distrutti o bruciati. È difficile immaginare una metafora più atroce del tentativo di cancellare non soltanto una vita ma persino la possibilità, per una madre o per un figlio, di avere una tomba sulla quale piangere.
Tutto questo va ricordato quando si parla del “Cile di Pinochet”.
Si può discutere fino a domani delle riforme economiche di quegli anni, del ruolo dei cosiddetti Chicago Boys, della successiva crescita cilena, delle privatizzazioni, della stabilizzazione monetaria, delle diseguaglianze prodotte o corrette negli anni seguenti. Sono temi legittimi per economisti e storici.
Ma esiste una soglia morale oltre la quale il grafico del Pil smette di essere una risposta.
Nessun indice di crescita assolve una sala di tortura. Nessuna stabilità monetaria restituisce un desaparecido alla propria madre. Nessun successo economico trasforma una dittatura in una democrazia.
È precisamente qui che lo sguardo cristiano dovrebbe impedire qualsiasi revisionismo.
Il Catechismo della Chiesa cattolica non lascia spazio ad ambiguità: la tortura utilizzata per punire, intimidire gli oppositori o estorcere informazioni è contraria alla dignità della persona. E la Dottrina sociale della Chiesa ricorda che la persona precede lo Stato e che l’autorità politica trova il proprio limite nella legge morale, nel bene comune e nel rispetto dei diritti fondamentali.
Questa è una discriminante decisiva anche per chi, da cristiano, può condividere alcune battaglie culturali della destra contemporanea. Si può difendere la famiglia, criticare l’individualismo, contestare determinate forme di progressismo, chiedere maggiore sicurezza, contrastare il narcotraffico, sostenere la libertà economica o denunciare le degenerazioni di alcuni regimi che si definiscono socialisti. Nulla di tutto ciò obbliga a riabilitare Pinochet.
Anzi.
Un conservatorismo cristiano che avesse bisogno della nostalgia per una dittatura militare mostrerebbe di non avere abbastanza fiducia nei propri valori democratici.
Perché la libertà non può essere amputata. Non è autenticamente libertà quella che consente di aprire un’impresa ma impedisce di aprire un giornale; quella che protegge la proprietà ma non il corpo del prigioniero; quella che celebra il mercato ma chiude il Parlamento; quella che difende il cittadino dall’invadenza fiscale dello Stato e poi lascia quello stesso Stato libero di arrestarlo, torturarlo o farlo sparire.
La Dottrina sociale cristiana non consente questo doppio standard. La dignità umana non diventa negoziabile quando la vittima appartiene alla parte politica sbagliata.
Il Forum di Santiago mostra inoltre un fenomeno destinato probabilmente a durare. La destra radicale e nazional-conservatrice latinoamericana non vuole più essere una somma di esperienze nazionali: vuole diventare una rete. Milei, José Antonio Kast, Vox e le fondazioni che gravitano attorno a questo mondo hanno compreso ciò che la sinistra internazionale aveva capito da tempo: idee, campagne politiche, linguaggi, consulenti e strategie comunicative attraversano ormai le frontiere.
La risposta democratica non può però consistere nell’esorcismo. Liquidare milioni di elettori come fascisti sarebbe non soltanto ingiusto, ma politicamente miope. La crescita di queste destre nasce anche da domande reali: insicurezza, criminalità, immigrazione irregolare, crisi della rappresentanza, corruzione, impoverimento dei ceti medi, sfiducia nelle élite e insofferenza verso una certa cultura progressista percepita come incapace di ascoltare.
Una democrazia intelligente non disprezza queste paure: vi risponde.
Ma proprio per questo dovrebbe chiedere alla nuova destra di decidere cosa vuole essere. Una forza conservatrice pienamente democratica, che compete nelle urne e riconosce la dignità dell’avversario? Oppure una cultura politica che, pur parlando continuamente di libertà, conserva un’indulgenza verso quei regimi del passato che la libertà la soppressero materialmente?
È la contraddizione che le parole su Pinochet rendono evidente.
E colpisce soprattutto l’uso della categoria del “bene” e del “male” per descrivere la competizione politica. Un cristiano conosce fin troppo bene la serietà di quelle parole per usarle come slogan elettorali. Il bene e il male attraversano ogni uomo, ogni società e anche ogni schieramento. La fede cristiana non permette di identificare il Regno di Dio con il programma economico di Milei, come non permetteva ieri di identificarlo con la rivoluzione marxista.
La politica diventa pericolosa quando pretende di essere escatologia.
Forse è questa la lezione che Santiago dovrebbe suggerire all’Europa e all’America Latina. Una nuova destra internazionale può certamente nascere, organizzarsi, conquistare governi e proporre una diversa idea di società. È la democrazia. Ma se vuole pronunciare continuamente la parola “Occidente”, deve ricordare che l’Occidente non è soltanto mercato, frontiere e identità. È anche habeas corpus, separazione dei poteri, Parlamento, libertà di stampa, pluralismo, diritto alla difesa, inviolabilità della persona.
E per un cristiano viene ancora prima qualcosa di più elementare: ogni uomo porta un volto che nessun potere ha il diritto di cancellare.
Anche il volto dell’oppositore, soprattutto quello del prigioniero e certamente quello del desaparecido.
La nuova destra latinoamericana ha tutto il diritto di costruire la propria rete globale e di contendere democraticamente il consenso alla sinistra. Ma non può chiamare “libertà” una memoria nella quale le vittime della dittatura diventano invisibili. Pinochet non è soltanto una stagione economica da discutere: è il capo di un regime sotto il quale lo Stato cileno documenta esecuzioni, sparizioni forzate e decine di migliaia di torturati. Un cristiano può essere di destra o di sinistra; ciò che non può fare è misurare la dignità umana secondo il colore politico della vittima. Perché davanti a una sala di tortura non esistono Pil, ideologie o battaglie culturali che tengano: esiste soltanto l’uomo, immagine di Dio, che nessun potere ha il diritto di calpestare.
