Non è di cocco: è di tucum. Storia, contese e pace di un cerchietto nero venuto dall’Amazzonia
Lo si nota per contrasto: al dito di certi religiosi c’è un punto che non restituisce la luce. Chiedi che cosa sia e ti rispondono «è di cocco». Quasi sempre non lo è — e in quell’equivoco botanico sta il filo di una storia che attraversa la schiavitù brasiliana, il Concilio, un processo romano e una riconciliazione.
Lo si nota per contrasto. In un corridoio di casa generalizia, nella penombra di una sagrestia, mentre la mano si leva per benedire o si posa sul calice, c’è un punto che non restituisce la luce: un cerchietto nero, opaco, appena ruvido, che sta al dito come una cicatrice guarita bene. Chiedi che cosa sia, e ti rispondono con la naturalezza di chi lo porta da vent’anni: «È di cocco». Quasi sempre non lo è.
Il seme da cui nasce quell’anello non viene dalla palma da cocco ma dal tucum — Astrocaryum vulgare e specie affini — palma amazzonica dal tronco irto di spine nere e lunghe come aghi. L’artigiano ne ricava il nòcciolo, durissimo, lo fora, lo tornisce, lo leviga fino a un nero d’ebano che con gli anni si fa caldo, quasi bruno. Il nome di «cocco» gli è rimasto attaccato passando la frontiera linguistica: quando il simbolo brasiliano è emigrato nell’America ispanofona è diventato anillo de coco, e così l’hanno chiamato film, canzoni e omelie. Un simbolo che cambia nome attraversando un confine sta già dicendo qualcosa di sé: che è fatto per viaggiare.
La sua storia comincia nel Brasile dell’Impero, dove l’oro era una lingua. Lo portavano al dito i signori dello zucchero e le loro spose, e diceva quel che doveva dire: rango, proprietà, alleanze fra famiglie che contavano. Agli schiavi e agli indios quella lingua era preclusa, non per divieto ma per una ragione più radicale: non avevano il metallo. Presero allora il seme nero del tucum e ne fecero un cerchio. Con quello si sposavano, si giuravano amicizia, si riconoscevano fra loro nelle notti in cui l’unica cosa che restasse da possedere era il patto. Era una grammatica clandestina, comprensibile soltanto a chi la parlava; e conteneva un paradosso che nessun trattato di sociologia ha mai detto meglio: l’unione che la legge non registrava veniva sigillata con una cosa che il mercato non quotava.
Poi venne il Novecento. Il 16 novembre 1965, mentre il Concilio si avviava alla chiusura, un gruppo di padri conciliari scese nelle catacombe di Domitilla e sottoscrisse quello che sarebbe stato chiamato il Patto delle catacombe: rinuncia agli onori, alle apparenze, alle insegne di metallo prezioso. Non era un documento magisteriale, era un gesto; ma i gesti, nella Chiesa, hanno una prolificità che i documenti invidiano. Sei anni dopo, il 23 ottobre 1971, in una città di frontiera sul fiume Araguaia, un clarettiano catalano di nome Pere Casaldàliga — che il Brasile avrebbe chiamato Pedro — veniva ordinato vescovo della prelazia di São Félix. Al posto della mitra, un cappello di paglia; al posto del pastorale, un remo tapirapé; al posto dell’anello d’oro con la pietra incastonata che Innocenzo III aveva prescritto ai vescovi otto secoli prima, un anello di tucum.
Da lì il cerchietto nero prese a correre. Negli anni Settanta lo adottarono gli agenti del Consiglio indigenista missionario e della Commissione pastorale della terra; poi le congregazioni religiose, i seminaristi, i catechisti, le comunità di base; poi, com’era inevitabile, i ragazzi delle scuole e i cantanti di successo, che lo portano senza saperne nulla. Nel 1994 un documentario di Conrado Berning ne fissò la formula: Casaldáliga vi spiega che l’anello è segno dell’alleanza con la causa indigena e con le cause popolari, che chi lo porta ha assunto quelle cause «e as suas consequências», e conclude domandando allo spettatore se se la sentirebbe di portarlo. Non era una domanda retorica. A São Félix do Araguaia esiste un santuario dedicato ai martiri della caminhada, e i nomi incisi là dentro non sono un’allegoria.
C’è, in tutto questo, un dettaglio linguistico che vale l’intero apparato. In guaraní l’anello si dice kuairû, parola composta da kuã, «dito», e irû, «compagno». L’anello è il compagno del dito. Non un ornamento che si aggiunge alla mano, ma qualcuno che le sta accanto. Chi coniò quella parola aveva già scritto, senza saperlo, tutta la teologia dell’anello.
Bisogna però dire anche il resto, perché ogni segno che diventa insegna rischia poi di diventare divisa. Nato clandestino fra chi non aveva voce, l’anello nero ha finito per essere, in certe stagioni ecclesiali, un contrassegno fra persone che di voce ne avevano parecchia: e c’è stato chi lo ha letto come una tessera, e chi lo ha portato come una tessera. La tentazione è antica quanto i simboli: scambiare il costo con il costume. Si aggiunga che quell’anello non appartiene a nessun rituale approvato, e che il frate minore, per statuto, l’anello non lo porta affatto — il suo segno è una corda con tre nodi, e quei nodi non sono decorativi.
Eppure, sotto la crosta ideologica, c’è uno strato più antico e più solido. Nella tradizione cristiana l’anello non è mai stato anzitutto un distintivo: è un pegno. Nel rito della consacrazione delle vergini viene chiamato arrha, caparra — non il pagamento, ma l’acconto di nozze non ancora consumate. E la nostra lingua, che in queste materie è più teologa di noi, l’anello nuziale lo chiama fede. Ecco allora la differenza fra i due cerchi. L’oro dice: possiedo e sono posseduto. Il seme nero dice: non possiedo nulla e sono interamente di un Altro. Dicono la stessa cosa; solo che il secondo la dice alla lettera, ed è per questo che scandalizza.
È qui che un francescano si sente a casa. La povertà non è un espediente reso necessario dal peccato, una misura d’emergenza in un mondo andato storto: è la forma che l’amore sceglie quando è libero di scegliere. Cristo non è il primo perché è il rimedio, è il primo perché è l’Amato; e la sua indigenza non ripara un guasto, rivela una preferenza. Così l’Immacolata, che non possiede nulla di proprio e appunto per questo può essere tutta di Dio: il vuoto che diventa capienza, il nulla che diventa dimora. E chi ha portato quella logica fino in fondo, fino a un sotterraneo di Auschwitz, non aveva addosso né oro né semi, ma un numero cucito sulla giacca.
Restano le spine. Casaldáliga amava ricordare che il tucum è una palma armata, che si difende con aculei tutt’altro che gentili. Il seme più duro e più nero dell’Amazzonia cresce su una pianta che ferisce chi la raccoglie. Due cerchi, dunque, e la medesima materia: uno posato sul capo, l’altro infilato al dito.
Resta soprattutto la domanda del film, che è poi l’unica domanda seria in materia di simboli. Non «che cosa significa», ma «lo porteresti». Perché un segno che si sa spiegare e non si sa pagare rimane un gioiello, anche quando è nero.
Nato fra schiavi e indios che l’oro non potevano permetterselo, adottato dai vescovi del Patto delle catacombe, portato da Casaldáliga al posto dell’anello episcopale. Negli anni Ottanta fu letto in Curia come insegna di parte. Oggi che l’opzione per i poveri è patrimonio di tutti, non è più una bandiera: è una promessa.
