Alla vigilia della sentenza sul caso Regeni, il Cairo celebra la normalizzazione con Roma. Affari, energia, migranti e diplomazia tornano a correre. Ma esiste un punto oltre il quale la ragion di Stato rischia di trasformarsi in ragione del mercato.

Pecunia non olet, dicevano i romani: il denaro non puzza. È una delle massime più ciniche e insieme più realistiche che l’antichità ci abbia consegnato. Gli affari non chiedono da dove viene il denaro, non interrogano la coscienza di chi firma un contratto, non ricordano i nomi dei morti. I mercati hanno una memoria cortissima. Le famiglie, invece, no. E neppure uno Stato democratico dovrebbe averla.

È per questo che l’immagine di Abdel Fattah al-Sisi che riceve Antonio Tajani al Cairo, mentre la stampa egiziana racconta il ritorno alla piena normalità tra Italia ed Egitto, lascia una sensazione difficile da liquidare con il linguaggio felpato della diplomazia. L’incontro è avvenuto a poche settimane dalla sentenza italiana sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni; la stampa egiziana lo presenta come il segno di rapporti ormai ricostruiti.

Naturalmente gli Stati devono parlarsi. La politica estera non può essere amministrata con le categorie dell’amicizia privata e nemmeno con quelle dell’indignazione permanente. L’Italia ha interessi economici, energetici, commerciali e strategici nel Mediterraneo. L’Egitto è un interlocutore inevitabile sui dossier libico, palestinese, energetico e migratorio. Nessun governo responsabile può fingere che il Cairo non esista.

Ma esiste una differenza enorme tra dialogare con un Paese e permettere che la normalizzazione diplomatica diventi normalizzazione della memoria.

Ed è qui che ritorna Giulio.

Non come ostacolo alle relazioni internazionali. Non come bandiera contro l’Egitto. Non come pretesto politico. Giulio Regeni torna semplicemente come cittadino italiano che entrò nel meccanismo oscuro di una vicenda sulla quale, dopo dieci anni, una Corte d’Assise italiana sta per pronunciare una sentenza.

Il 28 settembre quattro appartenenti agli apparati egiziani saranno giudicati dalla magistratura italiana. Sono imputati e dunque, fino alla sentenza definitiva, valgono per loro tutte le garanzie proprie di uno Stato di diritto. Ma proprio perché l’Italia è uno Stato di diritto, la politica dovrebbe avere un compito elementare: lasciare che la giustizia percorra fino in fondo la propria strada senza essere avvolta da un clima nel quale tutto, intorno, sembra già dichiarare chiuso ciò che giudiziariamente non lo è affatto.

Nessuno può seriamente sostenere che un incontro diplomatico possa determinare la decisione dei giudici italiani. Sarebbe offensivo innanzitutto verso la loro indipendenza. Il problema è un altro, più sottile. È la costruzione politica della normalità. È quel racconto per cui, mentre il processo non è ancora concluso, la vicenda Regeni appare progressivamente retrocessa da questione tra Stati a doloroso fascicolo giudiziario affidato ai tribunali.

Gli affari, intanto, proseguono.

Commercio, investimenti, energia, infrastrutture, trasporto marittimo, agricoltura, turismo. E poi il dossier che in Europa sembra ormai capace di aprire qualsiasi porta: l’immigrazione. Il Cairo è considerato un partner fondamentale nel controllo delle partenze e nella stabilizzazione della sponda meridionale del Mediterraneo.

Sono interessi reali. Sarebbe infantile negarli.

Ma la politica non può essere soltanto contabilità degli interessi. Per un cattolico, soprattutto, la domanda dovrebbe essere ancora più radicale: quanto vale una persona?

Non è retorica. È la domanda che attraversa l’intera Dottrina sociale della Chiesa quando ricorda che l’economia deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dell’economia. Anche la ragion di Stato incontra un limite quando davanti a essa appare la dignità irriducibile della persona.

Giulio Regeni, allora, non può diventare il prezzo silenzioso da pagare perché le merci continuino a viaggiare, perché gli accordi energetici funzionino e perché le intese migratorie restino operative.

E neppure Nessy Guerra può trasformarsi in una pedina di questa delicatissima partita.

La cittadina italiana, madre di una bambina italo-egiziana, è coinvolta da mesi in una durissima controversia familiare e giudiziaria in Egitto. La Farnesina ha confermato di assisterla e ha ricordato che la donna è stata condannata in appello per il reato di presunto adulterio previsto dall’ordinamento egiziano, mentre sulla figlia grava un divieto di espatrio disposto nell’ambito della controversia con l’ex marito.

Lo Stato italiano ha il dovere di fare tutto ciò che diplomaticamente e legalmente è possibile per tutelare lei e sua figlia.

Ma proprio per questo occorre che le due vicende restino radicalmente separate.

Non esiste e non deve esistere alcuna contabilità morale nella quale una cittadina italiana che torna a casa possa diventare implicitamente la compensazione per un altro cittadino italiano sul quale si cerca verità e giustizia. Nessy non è una moneta diplomatica. Giulio non è una pratica da archiviare. Sono persone.

La stessa famiglia Regeni ha continuato in questi anni a manifestare fiducia nella magistratura. Ed è forse questo il punto più alto della vicenda: dopo depistaggi denunciati dall’accusa, difficoltà nelle notifiche e un percorso processuale tormentato, la risposta non è stata la vendetta, ma la richiesta ostinata di una sentenza.

Una democrazia si riconosce anche da questo. Non dal modo nel quale tratta soltanto i casi convenienti, ma dalla capacità di difendere il diritto quando farlo costa diplomaticamente, economicamente e politicamente.

Naturalmente Roma deve parlare con il Cairo. Deve commerciare, negoziare, cercare stabilità, difendere le proprie imprese, discutere di energia e migrazioni. La politica internazionale non è il convento dei santi e non lo è mai stata.

Ma dovrebbe esserci almeno una stanza della Repubblica nella quale il cartello “pecunia non olet” non venga appeso.

È la stanza della giustizia.

Lì il petrolio non conta. Le esportazioni non contano. Le commesse non contano. Non contano i vertici, le fotografie, i comunicati congiunti, gli equilibri mediterranei.

Contano i fatti, le prove, le responsabilità individuali e la legge.

Il Cairo può desiderare la normalizzazione. Roma può considerarla necessaria. Gli imprenditori possono auspicarla. La geopolitica può persino renderla inevitabile.

Ma c’è una parola che non appartiene né al governo italiano né a quello egiziano.

È la parola che pronunceranno i giudici.

Ed è giusto che sia così.

Perché gli Stati possono riconciliarsi, gli interessi possono convergere, gli ambasciatori possono tornare a stringersi la mano. Ma una democrazia non dovrebbe mai chiedere alla memoria di tacere perché gli affari possano parlare più forte.

 Pecunia non olet, dicevano i romani. Ma la giustizia non può essere inodore. L’Italia può e deve dialogare con l’Egitto, tutelare Nessy Guerra, difendere i propri interessi e cercare stabilità nel Mediterraneo. Senza dimenticare che il 28 settembre non si celebrerà un rapporto diplomatico: una Corte italiana sarà chiamata a pronunciarsi sulla morte di Giulio Regeni. E davanti alla giustizia non esiste ragion di Stato capace di valere più della verità.

giulio regeni murales