I funerali di Belgrado mostrano il volto contraddittorio di una società che guarda all’Europa ma continua, in parte, a cercare nei fantasmi della guerra i propri santi civili.
Ci sono funerali che seppelliscono un uomo e altri che riportano in superficie un’intera memoria collettiva. Quello di Ratko Mladic appartiene alla seconda categoria. La bara, i veterani, le bandiere, il linguaggio dell’eroe e del difensore della patria dicono che in Serbia il passato non è ancora davvero passato.
Ratko Mladic è morto da uomo condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Srebrenica, con più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi uccisi, non è una nota laterale della sua biografia. È il nome di una colpa storicamente e giudiziariamente accertata.
Eppure la morte possiede uno strano potere politico: leviga le responsabilità, trasforma il condannato in simbolo, il carcere in martirio, il processo in persecuzione. Così nasce quella che potremmo chiamare una canonizzazione laica post mortem: il criminale non viene più ricordato per ciò che ha fatto, ma per ciò che una comunità ha bisogno che rappresenti.
È qui la contraddizione della Serbia contemporanea. Un Paese che aspira all’Europa, ma che in una parte della propria società continua a difendersi dalla memoria delle guerre balcaniche trasformando la responsabilità individuale in un’offesa nazionale. Come se riconoscere i crimini di Mladic significasse accusare tutti i serbi.
È esattamente il contrario. Un popolo diventa adulto quando sa distinguere se stesso dai propri colpevoli.
Da cristiani la distinzione è ancora più necessaria. Ogni morto ha diritto alla preghiera. Anche il peccatore più grave può essere affidato alla misericordia di Dio. Ma la misericordia non falsifica la storia. Pregare per Mladic non significa cancellare Srebrenica. Avere pietà della sua famiglia non significa dimenticare le madri che hanno cercato per anni i resti dei propri figli.
Il cristianesimo non conosce nazioni innocenti per definizione e nemici indegni di compassione. Conosce persone, vittime, colpe, pentimento e verità. Ed è proprio la verità che rende possibile il perdono.
Forse la Serbia sarà finalmente riconciliata con se stessa quando non avrà più bisogno di chiamare eroe chi ha commesso crimini nel nome del popolo serbo. Quando potrà ricordare i propri morti senza negare quelli degli altri. Quando amare la patria non significherà più difendere ogni uomo che ha combattuto sotto la sua bandiera.
La pietà cristiana accompagna ogni uomo alla tomba. Ma una nazione non si salva costruendo altari civili ai propri colpevoli. Si salva quando trova la forza di dire la verità anche su di loro.
