Ne diamo notizia solo adesso, ma alle prime luci dell’alba di sabato 29 agosto, reparti dell’esercito nigerino avrebbero tentato di prendere il controllo di alcuni punti strategici della capitale Niamey, in quella che le autorità hanno interpretato come una grave minaccia alla stabilità della giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tiani, al potere dal luglio 2023.
Secondo le ricostruzioni diffuse da fonti vicine alla giunta e dai media russi, i militari ribelli avrebbero cercato di assumere il controllo della base militare 101 di Niamey, dell’aeroporto, della stazione televisiva nazionale, di alcuni ministeri e del Palazzo presidenziale. I combattimenti si sarebbero protratti per diverse ore. Nella ricostruzione proposta dall’autore, il tentativo sarebbe stato contenuto anche grazie al sostegno delle forze russe dell’Africa Corps e all’appoggio dell’Algeria.
Il presidente Tiani sarebbe stato immediatamente posto sotto protezione e trasferito in una località sicura. Secondo quanto riferito da media russi, l’ambasciatore di Mosca in Niger, Viktor Voropayev, avrebbe inoltre riferito che alcuni alti ufficiali nigerini si sono recati presso la base dell’Africa Corps all’aeroporto, esprimendo gratitudine ai militari russi per il loro contributo alla repressione della ribellione.
Una volta ristabilito l’ordine, sempre secondo queste ricostruzioni, migliaia di persone si sarebbero radunate a Niamey per manifestare il proprio sostegno alla giunta. “Non accettiamo che individui malintenzionati cerchino di destabilizzarci o di minare questo processo di emancipazione che abbiamo abbracciato”, avrebbe dichiarato Ibrahim Boubacar, esponente di un’associazione della società civile. “I nemici esterni che abbiamo cacciato hanno giurato di adottare ogni misura necessaria per destabilizzarci e creare divisioni tra di noi”.
La vicenda si inserisce in un quadro regionale estremamente complesso. Da quando Tiani ha assunto il potere nel 2023, il Niger ha cercato di ridimensionare radicalmente la propria dipendenza dalla Francia e di costruire nuove relazioni internazionali, rafforzando soprattutto i rapporti con Russia, Algeria e altri Paesi africani.
Ma il problema della sicurezza rimane drammatico. Il Paese è sottoposto alla pressione di diversi gruppi jihadisti, tra cui lo Stato Islamico nel Sahel e il JNIM, affiliato ad Al-Qaeda. Gli attacchi contro civili, militari e infrastrutture hanno provocato una situazione di instabilità permanente, soprattutto nelle aree occidentali e meridionali del Paese.
È proprio questa situazione che, secondo le autorità nigerine, avrebbe alimentato il malcontento all’interno di alcuni settori delle forze armate. Per la giunta, tuttavia, dietro l’instabilità militare e politica vi sarebbero anche interessi stranieri intenzionati a riportare il Niger nell’orbita occidentale.
Il nodo centrale rimane quello delle risorse
Per decenni il Niger è stato uno dei principali fornitori di uranio destinato al mercato europeo e, in particolare, alla Francia. Il rapporto con Parigi è stato a lungo segnato da una profonda asimmetria economica e politica. La questione dell’uranio ha assunto così un valore emblematico nella battaglia per la sovranità economica rivendicata dalla giunta di Niamey.
La Francia ha perso progressivamente la propria influenza non soltanto in Niger, ma nell’intero Sahel. Prima il Mali, poi il Burkina Faso e il Niger hanno chiesto il ritiro delle forze francesi e hanno avviato una politica estera più autonoma. I tre Paesi hanno inoltre costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel, cercando di trasformare la propria convergenza politica e militare in un nuovo modello regionale.
In questo processo la Russia ha assunto un ruolo crescente.
Mosca ha colto il vuoto lasciato dall’uscita francese proponendosi come partner militare e politico dei nuovi governi del Sahel. La presenza dell’Africa Corps, che ha raccolto parte dell’eredità operativa della Wagner, è diventata uno degli strumenti attraverso cui il Cremlino ha consolidato la propria presenza nella regione.
Anche l’Algeria rappresenta un attore decisivo. Il Paese nordafricano dispone di una notevole capacità militare, di una lunga esperienza nella lotta al terrorismo e di una posizione geografica strategica. La sua influenza nel Sahel è cresciuta parallelamente al ridimensionamento della presenza francese.
È in questo quadro che va letto il presunto tentativo di destabilizzazione della giunta nigerina.
Attribuire con certezza alla Francia la regia del golpe richiederebbe prove pubbliche e verificabili che al momento non risultano disponibili. È però evidente che il cambiamento politico avvenuto in Niger ha prodotto conseguenze pesantissime per gli interessi francesi, soprattutto nel settore dell’uranio e più in generale nel sistema di relazioni economiche e strategiche costruito da Parigi nell’Africa occidentale.
Il caso Orano è emblematico. La multinazionale francese, erede di Areva, è stata duramente colpita dalla crisi dei rapporti con Niamey e dalle vicende legate alle concessioni minerarie. Le difficoltà della SOMAIR e la controversia sul giacimento di Imouraren hanno trasformato la questione dell’uranio in uno dei principali terreni dello scontro tra il nuovo Niger sovranista e la Francia.
Il problema non riguarda soltanto Parigi
Nel Sahel si sta consumando una competizione internazionale molto più ampia, nella quale si confrontano interessi francesi, statunitensi, russi, cinesi, turchi e degli stessi Paesi africani. Oro, uranio, petrolio, gas e altri minerali strategici sono diventati strumenti di una partita geopolitica destinata a condizionare il futuro del continente.
Il Niger, insieme a Mali e Burkina Faso, rivendica oggi il diritto di trasformare le proprie risorse naturali in una leva per lo sviluppo nazionale. È una rivendicazione che intercetta un sentimento diffuso in molte società africane: quello di una maggiore sovranità sulle materie prime dopo decenni nei quali una parte significativa della ricchezza prodotta dal continente è stata controllata da imprese e potenze straniere.
Ma il quadro resta tutt’altro che semplice.
La presenza jihadista continua a rappresentare una minaccia concreta. Le accuse secondo cui alcuni gruppi armati sarebbero sostenuti o strumentalizzati da potenze straniere sono ricorrenti nel discorso politico regionale, ma devono essere distinte dalle responsabilità che possono essere effettivamente documentate. Il terrorismo nel Sahel ha radici locali, regionali e internazionali e si alimenta di povertà, marginalizzazione, conflitti intercomunitari, traffici illegali e debolezza delle istituzioni.
Il rischio è che la popolazione civile rimanga schiacciata tra guerra al terrorismo, competizione geopolitica e sfruttamento delle risorse.
Il Niger, dunque, non è soltanto un teatro di confronto tra Russia e Francia. È uno dei luoghi nei quali si decide quale sarà il rapporto futuro tra Africa e potenze internazionali.
La questione dell’uranio rende particolarmente evidente questa trasformazione. Per decenni una delle nazioni più povere del mondo ha alimentato una parte importante del sistema energetico di una delle maggiori potenze industriali europee, senza riuscire a trasformare questa ricchezza naturale in un adeguato sviluppo per la propria popolazione.
La contraddizione che la nuova politica di Niamey cerca di spezzare
La giunta di Tiani presenta la propria scelta come una guerra di liberazione nazionale dal vecchio sistema della Françafrique. I suoi sostenitori parlano di sovranità, dignità e controllo delle risorse. I suoi critici, invece, denunciano il carattere autoritario del nuovo potere e i rischi legati alla sostituzione di una dipendenza con un’altra.
La domanda decisiva, allora, non dovrebbe essere soltanto quale potenza vincerà la partita geopolitica nel Sahel. Dovrebbe essere se i popoli africani riusciranno finalmente a diventare protagonisti delle proprie scelte economiche, politiche e strategiche.
La presenza russa può modificare gli equilibri militari. La Cina può offrire nuove opportunità economiche. L’Algeria può rafforzare la cooperazione regionale. Ma nessuna potenza straniera, occidentale o orientale, può sostituire una reale politica africana di emancipazione.
Il Niger, il Mali e il Burkina Faso stanno cercando di costruirla, attraverso l’Alleanza degli Stati del Sahel e il rafforzamento dei rapporti con i Paesi emergenti, compresi quelli legati ai BRICS.
Il fallimento di qualsiasi tentativo di destabilizzazione, se confermato, avrebbe dunque un significato che va oltre la sopravvivenza dell’attuale giunta. Rappresenterebbe l’ennesimo segnale del tramonto di un modello nel quale le ex potenze coloniali potevano considerare il Sahel come una propria area di influenza naturale.
La vera sfida, però, sarà trasformare la sovranità politica in sovranità economica. Perché l’indipendenza non può limitarsi alla partenza dei soldati stranieri: deve significare controllo delle risorse, infrastrutture, istruzione, energia, occupazione e capacità di decidere autonomamente il proprio futuro.
È su questo terreno che si giocherà la partita decisiva per il Niger e per l’intera Africa occidentale. E sarà una partita nella quale il continente dovrà dimostrare di non voler più essere soltanto il terreno di competizione tra potenze, ma finalmente il soggetto della propria storia.

