Quando salvare vite diventa reato

Prima le motovedette libiche — donate dall’Italia — che sparano contro la nave al termine di un soccorso. Poi la Guardia Costiera italiana che sale a bordo, sequestra documenti e indaga il capitano per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Centosessantasei persone salvate, un’inchiesta penale aperta. Il Mediterraneo, specchio fedele delle nostre contraddizioni.

Due sponde dello stesso mare

C’è una scena che vale la pena tenere a mente mentre si legge questa storia. Una nave umanitaria che ha appena salvato centosessantasei persone riceve colpi di arma da fuoco da motovedette libiche. Le stesse motovedette che l’Italia ha donato a Tripoli, che i militari italiani raggiungono periodicamente per ripararne i motori, che operano in un quadro di accordi bilaterali finanziati con le tasse dei contribuenti italiani. La nave riesce comunque ad allontanarsi, raggiunge Brindisi come indicato dal centro di coordinamento di Roma, attracca al porto.

Lì la aspettano gli agenti della Guardia Costiera e della Polizia. Rimarranno a bordo dal mezzogiorno a oltre la mezzanotte. Sequestreranno documenti e attrezzature. Porteranno due membri dell’equipaggio in questura. Notificheranno al capitano un’indagine penale per favoreggiamento dell’ingresso illegale.

Centosessantasei persone salvate. Un’inchiesta penale aperta.

Chiamarla paradosso è quasi un eufemismo. È qualcosa di più architettonico — una costruzione giuridica e politica che ha la sua logica interna, per quanto quella logica produca risultati che sfidano il senso comune. Il governo italiano non considera illegale il soccorso in mare: sarebbe difficile, visto che il diritto internazionale lo impone. Considera illegale, o almeno perseguibile, ciò che viene dopo: l’arrivo in porto, lo sbarco, la presenza sul territorio nazionale di persone che non avevano il diritto di entrarvi. Il capitano che le ha salvate diventa, in questa costruzione, il vettore di un ingresso non autorizzato.

È una logica che ha una sua coerenza. È anche una logica che mette sullo stesso piano chi scappa e chi trasporta, chi fugge e chi agevola la fuga, chi annegherebbe senza soccorso e chi quel soccorso lo ha prestato. Ed è una logica che, come nota la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi, il governo ha fin qui perso davanti a ogni giudice.

Ma i processi sono lenti e i messaggi sono immediati. Un’indagine aperta, una perquisizione notturna, due marinai portati in questura: il segnale arriva forte e chiaro a chiunque navighi nel Mediterraneo con intenzioni umanitarie. Non importa che poi i tribunali assolvano — e fin qui lo hanno fatto. Importa che il costo di salvare vite includa, da qualche parte nel conto, anche questo.

Nel frattempo le motovedette libiche vengono riparate. Gli accordi con Tripoli vengono rinnovati. Bija e Almasri — ricercati internazionali, pluriomicidi secondo le accuse, figure centrali nel sistema di detenzione e tortura dei migranti in Libia — hanno avuto accesso al territorio italiano per ragioni che il governo ha faticato a spiegare in modo convincente. Questa non è una ricostruzione di Sea-Watch: è materia di cronaca verificabile, di atti parlamentari, di sentenze.

La questione non è se le ong debbano operare senza regole — nessuno sostiene questo seriamente. La questione è quale sistema si sta costruendo, mattone dopo mattone, legge dopo legge, indagine dopo indagine. Un sistema in cui i confini del reato si spostano verso chi soccorre e si allontanano da chi spara. In cui il favoreggiamento dell’ingresso illegale è il capitano di una nave umanitaria, mentre chi gestisce i centri di detenzione libici — documentati da ogni organismo internazionale come luoghi di tortura sistematica — è un interlocutore diplomatico.

Giorgia Linardi dice che “la società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti, e per questo da eliminare.” È una lettura di parte, dichiaratamente. Ma contiene una verità che vale la pena non scartare troppo in fretta: le navi umanitarie sono anche macchine da documentazione. Raccolgono testimonianze, fotografano le condizioni degli scafi, registrano le rotte delle motovedette. Sono occhi scomodi in un mare che molti preferirebbero tenere al buio.

Il diritto internazionale obbliga al soccorso. Il diritto italiano indaga chi soccorre. Le motovedette italiane sparano — per procura libica, ma con motori riparati a Tripoli da militari italiani — contro chi ha appena soccorso.

Due sponde dello stesso mare. Una sola contraddizione, grande abbastanza da contenere centosessantasei persone vive e una neonata morta di freddo a Lampedusa e tutto il resto che il Mediterraneo custodisce e non restituisce.