La storia non è finita: da Mussolini a Fidel Castro, la libertà continua a chiedere coscienze vigili
Il 25 luglio non è una data qualsiasi nella storia italiana. Lunedì 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Benito Mussolini, segnando l’inizio della fine del regime. Ottantatré anni dopo, il 25 luglio 2026, presentare a Roma il volume Contro il fascismo di Fidel Castro Ruz significa molto più che ricordare un anniversario. Ricordiamo, tra l’altro, anche il centenario della nascita del leader massimo. Questo ha suscitato l’impegno della pubblicazione a larga scala delle sue opere grazie all’impegno della scuola la sua scuola di critica alla politica economica internazionale del prof. Vasapollo e di Rita Madafferi.
L’obiettivo e la pertinenza za temporale della riflessione significa domandarsi se il fascismo appartenga definitivamente ai libri di storia oppure se continui a riaffacciarsi, con linguaggi diversi, ogni volta che il potere pretende di imporsi sulla dignità della persona.
Il luogo scelto rende questa domanda ancora più intensa. Il Parco Caduti del 19 luglio 1943, nel quartiere di San Lorenzo, conserva la memoria del bombardamento che devastò Roma e anticipò il crollo del regime. Qui la storia non è un’astrazione. È una ferita. E proprio da una ferita nasce spesso la coscienza.
Viviamo, però, in un tempo curioso. Tutti si dichiarano antifascisti, ma sempre meno si interrogano sul significato del fascismo. La parola è diventata un’arma polemica, spesso svuotata della sua densità storica. Si usa contro l’avversario politico, raramente contro le logiche di dominio che attraversano anche il nostro presente.
È proprio per questo che un libro come Contro il fascismo conserva una sorprendente attualità.
Naturalmente la figura di Fidel Castro continua a dividere. È inevitabile. La storia non è un tribunale che distribuisce assoluzioni o condanne definitive. È un laboratorio permanente di interpretazione critica. Nessun protagonista del Novecento può essere trasformato né in un santo né in un demonio.
Eppure vi è una frase di Fidel Castro che continua a esercitare un fascino particolare. Dopo il fallito assalto alla caserma Moncada, nel 1953, davanti ai giudici pronunciò parole destinate a entrare nella storia: «La historia me absolverá», La storia mi assolverà.
Non era soltanto l’autodifesa di un imputato. Era la convinzione che il giudizio della storia sia più profondo delle convenienze politiche del presente.
Oggi quella frase continua a provocare interrogativi.
Perché, al di là delle valutazioni sul sistema politico cubano, resta difficile negare che la rivoluzione abbia costruito un modello sociale fondato sull’accesso universale all’istruzione, alla sanità pubblica e a una diffusa cultura della solidarietà internazionale. Un modello che ha formato medici inviati nei Paesi più poveri del mondo, che ha combattuto l’analfabetismo e che continua a resistere nonostante oltre sessant’anni di embargo economico.
Nessuno è obbligato a condividere quell’esperienza politica. Ma è difficile non vedere come il bloqueo, lungi dall’aver piegato il governo, abbia soprattutto aggravato le condizioni di vita della popolazione civile. Le sanzioni economiche, quando trasformano medicine, energia e alimenti in strumenti di pressione geopolitica, pongono un problema morale prima ancora che politico.
Forse, allora, Cuba rappresenta qualcosa di più di un’isola caraibica.
Ricorda il Grillo Parlante di Collodi.
È quella voce che continua ostinatamente a disturbare la coscienza del potere. Una voce che richiama all’idea che possa esistere un ordine internazionale diverso da quello imposto dai rapporti di forza. E come accade nella favola di Pinocchio, ogni volta che il Grillo dice una verità scomoda, c’è sempre qualcuno che vorrebbe ridurlo al silenzio con un colpo di martello.
È una metafora, naturalmente. Ma ogni metafora custodisce una parte di verità.
Nella storia contemporanea, gli imperialismi hanno spesso reagito così verso le esperienze considerate alternative: non limitandosi a discuterle, ma tentando di isolarle, delegittimarle e renderle invisibili.
P. Bruno in una piazza pubblica, per presentare quest’antologia introduce un elemento ancora più originale. Accosta Fidel Castro a san Massimiliano Maria Kolbe. Non per sovrapporre due figure incomparabili, ma perché entrambe ricordano, ciascuna nella propria storia, che il primo bersaglio di ogni totalitarismo è la libertà della parola. Kolbe fu arrestato anche perché editore e comunicatore. Prima si chiudono le tipografie, poi si chiudono le coscienze.
Da qui nasce una domanda inevitabile.
Siamo davvero sicuri che il fascismo appartenga soltanto al passato?
Umberto Eco parlava di un “fascismo eterno”, capace di cambiare linguaggio pur conservando la stessa struttura mentale. Pasolini intuiva un totalitarismo più sottile, capace di entrare nei desideri attraverso il consumo e l’omologazione culturale. Brecht ammoniva che «il ventre che lo generò è ancora fecondo». Non si tratta di citazioni ornamentali. Sono avvertimenti rivolti anche al nostro presente.
Forse il fascismo di oggi non indossa più la camicia nera. Forse preferisce gli algoritmi che decidono cosa possiamo vedere e cosa deve diventare invisibile. Forse alimenta la paura dell’altro per costruire consenso. Forse divide il mondo tra amici e nemici, trasformando il dissenso in tradimento.
L’antifascismo, allora, non può ridursi a una celebrazione rituale del passato. Deve diventare un criterio permanente di discernimento. Ogni volta che il potere umilia la persona, limita la libertà della coscienza, trasforma i popoli in strumenti della geopolitica o riduce il dialogo alla propaganda, la domanda ritorna.
Da francescano, padre Alfonso Bruno conclude ricordando san Francesco davanti al Sultano. Non il trionfo sull’avversario, ma l’incontro con l’altro. Perché il fascismo, prima ancora di essere un regime politico, nasce nel momento in cui si smette di riconoscere l’umanità di chi ci sta davanti.
È forse questa la lezione più preziosa che emerge dalla presentazione di Contro il fascismo.
La storia non assolve automaticamente nessuno.
Ma continua a interrogare tutti.
