I raid israeliani nel Sud del Libano, la risposta ai droni di Hezbollah e una tregua che esiste sempre meno sul terreno. La sicurezza di Israele è un diritto, ma non può trasformarsi nella condanna permanente di un intero territorio.

C’è qualcosa di tragicamente familiare nelle immagini che arrivano dal Sud del Libano: una casa sventrata, un escavatore che solleva macerie, uomini che cercano qualcuno sotto il cemento. Domenica 6 settembre i raid israeliani hanno colpito Arab Salim, Nabatieh, Nabatieh al-Fawqa e Kfar Reman. Il primo bilancio parlava di quattro morti; nelle ore successive le autorità libanesi ne hanno contati almeno sette. E oggi, 7 settembre, un nuovo attacco su Kfar Rumman ha provocato almeno dodici vittime, tra le quali due bambini e quattro donne. Israele sostiene di reagire ai droni lanciati da Hezbollah e di colpire uomini e infrastrutture dell’organizzazione sciita. Ma quando una tregua continua a produrre funerali, bisogna avere il coraggio di chiedersi quale pace sia rimasta oltre la parola scritta sui documenti diplomatici. 

Il Libano conosce troppo bene il rumore delle guerre altrui combattute sul proprio corpo. È un Paese che porta ancora le cicatrici della guerra civile, delle occupazioni, delle invasioni, degli attentati, delle crisi economiche e istituzionali. È anche un mosaico fragile di cristiani, sunniti, sciiti, drusi, armeni, nel quale ogni detonazione rischia di produrre fratture che sopravvivono alle bombe. Ecco perché parlare oggi del Sud del Libano richiede di sottrarsi alla tentazione più facile: scegliere una tifoseria.

Hezbollah porta una responsabilità grave. Uno Stato sovrano non può convivere indefinitamente con una struttura militare autonoma che decide guerra e pace al di fuori delle istituzioni, riceve armamenti e sostegno da una potenza straniera e utilizza il territorio nazionale all’interno di una strategia regionale. Il lancio di droni contro militari israeliani non è un gesto simbolico e non può essere trattato come tale. La sicurezza della popolazione israeliana non è una concessione politica: è un diritto. Ma proprio perché è un diritto, e non una vendetta, deve essere difesa dentro limiti che distinguano la forza necessaria dalla logica della punizione.

È qui che le immagini di Arab Salim diventano una domanda morale. Due donne morte, feriti, abitazioni distrutte. A Nabatieh edifici colpiti, un ospedale già fuori servizio danneggiato nei raid, una popolazione nuovamente costretta a calcolare la distanza tra la propria casa e il prossimo bersaglio. Israele afferma di aver preso di mira strutture e uomini di Hezbollah e di adottare misure per ridurre le vittime civili; il governo libanese denuncia invece attacchi contro infrastrutture e centri abitati. Queste due affermazioni vanno riferite entrambe. Ma i morti civili non diventano meno morti perché collocati all’interno di una spiegazione militare. 

La guerra possiede una grammatica pericolosa: ogni azione contiene già la giustificazione della successiva. Hezbollah lancia due droni perché Israele occupa territorio libanese; Israele bombarda perché Hezbollah lancia i droni; Hezbollah rivendica il diritto alla resistenza perché Israele bombarda; Israele amplia la propria “zona di sicurezza” perché Hezbollah continua a essere armato. E così la causa e l’effetto finiscono per inseguirsi in cerchio fino al punto in cui nessuno ricorda più chi dovesse compiere il primo passo verso la pace.

È precisamente questo automatismo che la politica dovrebbe spezzare. Il 20 agosto, ricevendo in Vaticano il presidente libanese Joseph Aoun, la Santa Sede aveva espresso «serie preoccupazioni» per le difficoltà nell’attuazione dell’accordo destinato a stabilizzare il confine meridionale e a condurre verso una pace giusta e duratura. Non era una formula diplomatica di circostanza. Era la percezione di una tregua sospesa sopra un abisso. 

Solo pochi giorni fa, il 3 settembre, Leone XIV parlando ai vescovi latini delle regioni arabe ha indicato una postura cristiana che vale assai più di un generico pacifismo: essere «voce di verità, giustizia e pace», senza rispondere alla violenza con altra violenza. È una prospettiva esigente perché non assolve nessuno. Non assolve Hezbollah quando trasforma la sovranità libanese in una variabile della strategia iraniana. Non assolve Israele quando la superiorità militare rischia di trasformare l’esigenza di sicurezza in una presenza armata permanente oltre il proprio confine. Non assolve neppure la comunità internazionale quando firma accordi, fotografa strette di mano e poi lascia che i villaggi tornino a essere il luogo nel quale si misurano i rapporti di forza. 

Per un cristiano la pace non coincide con la vittoria del più forte e neppure con l’impunità di chi provoca la guerra. È un ordine fondato sulla giustizia. Significa che il Libano deve poter esercitare realmente la propria sovranità e che l’esercito libanese deve poter controllare il territorio nazionale senza milizie parallele. Significa che Israele deve poter vivere senza droni, razzi e minacce alle proprie frontiere. Ma significa anche che una famiglia di Nabatieh non può essere considerata il prezzo inevitabile di questa sicurezza.

Dietro la parola “obiettivo” esiste sempre un luogo. Dietro la parola “danno collaterale” esiste sempre un volto. Una madre, una ragazza, un soccorritore, un bambino che si preparava per andare a scuola. È forse questo che la guerra cerca di farci dimenticare: trasformare le persone in categorie abbastanza astratte da rendere sopportabile la loro morte.

E intanto il Libano continua a perdere case, giovani, futuro. Le famiglie partono. I cristiani diminuiscono. I villaggi si svuotano. Le comunità che per secoli hanno custodito una delle esperienze più singolari di pluralismo religioso del Medio Oriente diventano sempre più fragili. Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut, lo ha ricordato in questi giorni con parole semplici: la pace non può essere imposta attraverso la guerra e il Sud del Paese non può essere dimenticato. 

Una tregua non è il silenzio tra due esplosioni. Non è un intervallo durante il quale scegliere meglio il prossimo bersaglio. È la decisione politica di interrompere la catena per cui ogni morto reclama un altro morto. Ed è precisamente questa decisione che oggi manca.

Il diritto di Israele alla sicurezza e il diritto del Libano alla propria sovranità non sono principi incompatibili. Possono convivere soltanto quando Hezbollah depone la logica della milizia e Israele rinuncia alla logica dell’occupazione e della rappresaglia permanente. In mezzo non esistono “effetti collaterali”: esistono persone. Ed è dal momento in cui ricominciamo a chiamarle per ciò che sono — uomini, donne e bambini — che può ricominciare anche la politica. La pace, prima di essere un accordo, è il rifiuto di considerare normale un’altra casa ridotta in macerie.