Il collettivo tecnologico italiano sospende i propri servizi dopo essere stato inserito dall’amministrazione Trump nella lista dei soggetti sanzionati per terrorismo globale. Washington lo accusa di fornire infrastrutture a cellule Antifa violente. Ma il caso apre una questione più grande: fino a dove può spingersi una potenza straniera nel colpire una realtà italiana senza una pronuncia dei nostri tribunali?
Banca Etica blocca il conto di Autistici/Inventati
Da ieri, 6 settembre, il caso Autistici/Inventati non è più una disputa ideologica d’oltreoceano. È diventato un problema italiano. Dopo venticinque anni di attività, il collettivo che forniva email, blog, mailing list e servizi digitali indipendenti ha annunciato la propria chiusura. La decisione arriva undici giorni dopo l’inserimento nella blacklist statunitense dei soggetti colpiti dalle sanzioni antiterrorismo volute dall’amministrazione Trump. Il Tesoro americano sostiene che A/I abbia messo infrastrutture digitali a disposizione di cellule Antifa e di altri gruppi violenti dell’estrema sinistra internazionale; il collettivo respinge questa lettura e rivendica la propria attività come servizio tecnologico destinato a movimenti e attivisti.
Il punto, prima ancora che politico, è giuridico e civile. Il 26 agosto il Dipartimento del Tesoro americano ha incluso Autistici/Inventati tra i soggetti sanzionati nell’ambito della lotta alle reti terroristiche dell’estrema sinistra. La motivazione ufficiale è severa: secondo Washington, il collettivo italiano fornirebbe strumenti, architetture digitali e servizi alle cellule Antifa considerate violente e ad altri gruppi radicali. La designazione è stata accompagnata dall’intervento del Dipartimento di Stato, che ha qualificato A/I come Specially Designated Global Terrorist.
Sono accuse gravi. E proprio perché sono gravi esigerebbero una precisione altrettanto rigorosa nel distinguere fatti accertati, responsabilità personali, uso di infrastrutture digitali e contiguità ideologica. Un servizio di posta elettronica, un hosting o una piattaforma cifrata possono essere utilizzati da migliaia di soggetti diversi. Stabilire quando il fornitore di un’infrastruttura diventi corresponsabile dei reati eventualmente commessi da alcuni utenti è una questione che non può essere risolta con la semplice forza di un’etichetta politica.
Da questo punto di vista il caso italiano è inquietante soprattutto per i suoi effetti pratici. Banca Etica, presso cui Autistici/Inventati aveva un conto dal 2018, ha dichiarato che l’operatività del rapporto era sempre risultata regolare sotto il profilo antiriciclaggio. Dopo la decisione americana, tuttavia, la banca ha dovuto elevare il profilo di rischio e sospendere l’operatività, spiegando che l’eventuale esposizione alle cosiddette sanzioni secondarie statunitensi avrebbe potuto compromettere servizi essenziali per l’intera clientela, dalle carte ai pagamenti internazionali. La banca ha contestato pubblicamente l’utilizzo degli strumenti antiterrorismo contro ciò che considera dissenso politico, ma ha nello stesso tempo riconosciuto di non potersi sottrarre facilmente alle conseguenze concrete del sistema finanziario americano.
È forse questo l’aspetto più delicato dell’intera vicenda. Non è stato un tribunale italiano a ordinare la chiusura. Non è intervenuta una sentenza della magistratura italiana che abbia accertato responsabilità terroristiche del collettivo. Eppure una decisione amministrativa statunitense ha prodotto conseguenze capaci di attraversare l’Atlantico, entrare nel sistema bancario europeo e incidere direttamente sulla sopravvivenza di una realtà italiana.
Autistici/Inventati ha annunciato ieri di dover cessare progressivamente i propri servizi. Secondo quanto riferito dalla stampa, migliaia di caselle di posta, blog, mailing list e siti sono già diventati inaccessibili. Il collettivo sostiene di aver scelto di fermarsi anche per evitare che utenti e realtà che semplicemente interagiscono con esso possano essere esposti a conseguenze economiche o giudiziarie.
Qui bisogna evitare due semplificazioni opposte. La prima sarebbe trasformare chiunque si definisca antifascista in un innocente per definizione. Non è così. Se un militante usa la violenza, organizza un attentato, aggredisce una persona o distrugge beni, deve risponderne davanti alla legge. Nessuna ideologia, neppure quella che si presenta come antifascista, concede una dispensa morale o penale.
Ma sarebbe altrettanto pericoloso compiere l’operazione inversa: trasformare progressivamente il termine “Antifa” in sinonimo di terrorismo e, da lì, lasciare che il sospetto scivoli sull’antifascismo stesso. Per un italiano questa distinzione non è un vezzo ideologico. È iscritta nella storia costituzionale della Repubblica. La XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione vieta esplicitamente «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».
Questo non significa che la Costituzione imponga una militanza di partito, né autorizza la violenza contro chi professa idee di destra. Significa piuttosto che il nostro ordinamento nasce da una cesura storica precisa: il rifiuto di un regime che aveva soppresso il pluralismo, annientato le libertà politiche, perseguitato gli oppositori, introdotto le leggi razziali e trasformato la violenza in strumento ordinario del potere.
Perciò un italiano può criticare duramente un collettivo Antifa, può contestarne metodi, linguaggio e cultura politica. Può pretendere che ogni eventuale reato venga perseguito. Ma dovrebbe essere molto prudente prima di accettare che “antifascista” diventi automaticamente una categoria di sospetto. La Repubblica può reprimere un crimine commesso in nome dell’antifascismo; non può però dimenticare di essere nata essa stessa dal superamento storico e costituzionale del fascismo.
Il caso Autistici/Inventati pone poi una questione ancora più ampia: quella della sovranità europea. Se una decisione presa a Washington è sufficiente a rendere economicamente impraticabile l’esistenza di un’associazione italiana, anche quando nessun giudice italiano ne abbia ordinato la chiusura, allora il problema non riguarda soltanto un collettivo della sinistra radicale. Riguarda tutti. Oggi può toccare un’infrastruttura utilizzata da ambienti Antifa; domani potrebbe riguardare un’associazione ambientalista, un giornale, un’organizzazione umanitaria, una comunità religiosa o una realtà della società civile non gradita a una grande potenza.
La democrazia si riconosce soprattutto quando deve difendere i diritti di chi non le somiglia.
Ed è qui che uno sguardo cristiano può offrire qualcosa di più di una semplice collocazione politica. Il cristianesimo non permette di giustificare la violenza in nome di una buona causa. Papa Francesco ha ricordato nella Fratelli tutti che «la violenza genera violenza, l’odio genera altro odio». Ma nello stesso insegnamento c’è anche l’invito a non cancellare l’altro, a non trasformarlo in un nemico privo di dignità e diritti.
Per il cristiano, dunque, non esistono terroristi buoni e terroristi cattivi a seconda della bandiera che portano. La violenza politica resta violenza. Ma esiste anche un’altra tentazione da respingere: quella del potere che si attribuisce il diritto di stabilire da solo chi debba essere espulso dallo spazio civile, senza il vaglio di una giurisdizione indipendente e senza una responsabilità personale chiaramente accertata.
La libertà non è un premio riservato a chi ci piace. È un diritto che acquista significato soprattutto quando viene riconosciuto a chi contesta il potere, purché non oltrepassi il confine della violenza e del crimine.
Oggi, 7 settembre 2026, la domanda suscitata dal caso Autistici/Inventati dovrebbe dunque interessare anche chi non ha alcuna simpatia politica per quel collettivo. Non si tratta di stabilire se ne condividiamo le idee. Si tratta di decidere quale principio vogliamo difendere: che una persona o un’associazione rispondano di comportamenti concretamente dimostrati davanti a un giudice, oppure che la loro sorte possa essere determinata dall’inserimento in una lista amministrativa redatta oltreoceano e capace, attraverso la potenza del sistema finanziario americano, di produrre effetti immediati anche nel nostro Paese.
L’Italia dovrebbe chiedere chiarezza agli Stati Uniti sulle accuse, pretendere trasparenza sulle prove e allo stesso tempo riaffermare la propria sovranità giuridica. Se esistono elementi che provano attività terroristiche, vengano consegnati alle autorità competenti e siano valutati nelle sedi previste dalla legge. Se invece si tratta di colpire una realtà perché ha fornito strumenti digitali utilizzati anche da soggetti radicali, allora il confine tra contrasto al terrorismo e criminalizzazione per associazione diventa pericolosamente sottile.
Una democrazia forte non teme di sottoporre il potere alla legge. Anzi, proprio questo la distingue dai sistemi che pretende di combattere. E una società cristianamente ispirata dovrebbe ricordare che la verità non ha bisogno né della spranga né della proscrizione: ha bisogno di giustizia, responsabilità, proporzione e rispetto della persona.
Autistici/Inventati può essere criticato, indagato e, se vi sono reati provati, perseguito. Ma una Repubblica fondata sulla Costituzione non dovrebbe accettare con indifferenza che una decisione amministrativa straniera produca sul proprio territorio gli effetti di una sentenza che nessun giudice italiano ha pronunciato. Condannare ogni violenza è doveroso. Difendere lo Stato di diritto lo è altrettanto. Perché la democrazia non si protegge diventando più arbitraria dei suoi nemici, ma restando fedele alle proprie regole.
