Quando la politica trasforma il carcere in spettacolo e il detenuto in preda

Prima vengono le parole. Poi le immagini generate dall’intelligenza artificiale. Infine arrivano i decreti. È così che una provocazione, apparentemente grottesca, può lentamente acquistare la rispettabilità di un progetto politico. In Israele, la ministra per la Protezione ambientale Idit Silman ha riclassificato i coccodrilli del Nilo, consentendo che animali prima destinati essenzialmente a strutture zoologiche possano essere allevati e utilizzati anche per finalità di sicurezza. Il ministro Itamar Ben Gvir ha immediatamente salutato la decisione come il primo passo verso la sua idea: circondare di coccodrilli una prigione destinata ai detenuti palestinesi.

Non è una scena di un film distopico. È la trasformazione della crudeltà in comunicazione politica.


La burocrazia, si sa, possiede talvolta un talento che la fantasia non raggiunge. Basta cambiare una definizione e il mondo sembra cambiare natura. Il coccodrillo non è più semplicemente un animale selvatico protetto, ma diventa “fauna selvatica allevata in cattività”. Una formula apparentemente innocua, quasi veterinaria, capace però di aprire la strada a un impiego che fino a ieri sarebbe apparso degno di un sovrano assiro o di un cattivo da fumetto.

La lingua amministrativa compie così il miracolo: non elimina la ferocia, ma la rende regolamentare.

Il progetto di Ben Gvir, del resto, non nasce oggi. Già nei mesi scorsi il ministro della Sicurezza nazionale aveva proposto una struttura penitenziaria circondata da fossati popolati da rettili, sul modello dichiarato di “Alligator Alcatraz”, il controverso centro per migranti realizzato nelle Everglades della Florida. Le autorità israeliane avevano persino avviato sopralluoghi presso allevamenti e strutture zoologiche per studiare la fattibilità dell’idea.

Il ministro ha poi accompagnato l’annuncio con un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae mentre tiene un coccodrillo al guinzaglio, insieme a una frase dal tono minaccioso: chi pensa di fuggire farebbe bene a ripensarci.

L’immagine contiene l’intera filosofia politica dell’operazione.

Il coccodrillo non serve soltanto a impedire una fuga. Serve a costruire un’identità. Da una parte il ministro dominatore, capace di tenere al guinzaglio la bestia; dall’altra il detenuto ridotto a preda potenziale. Nel mezzo, il pubblico, invitato non a riflettere sull’efficacia, sulla legalità o sull’umanità del sistema penitenziario, ma a provare una soddisfazione primitiva davanti alla minaccia.

La politica smette così di amministrare la sicurezza e comincia a mettere in scena la paura.

Non è necessario che i coccodrilli vengano realmente impiegati. Il loro primo compito è già stato assolto: occupare l’immaginario. Il messaggio è che il detenuto palestinese non deve essere soltanto privato della libertà; deve essere umiliato, terrorizzato, trasformato nel protagonista involontario di uno spettacolo punitivo.

È questo il punto nel quale la questione smette di essere zoologica e diventa morale.

Una democrazia si misura anche dal modo in cui tratta chi ha commesso un crimine, chi è accusato di averlo commesso e perfino chi considera proprio nemico. La pena può essere severa, ma non può diventare vendetta. Può impedire la fuga, ma non può compiacersi della paura. Può proteggere la società, ma non può privare il detenuto della sua dignità fondamentale.

Il carcere non è un’arena.vIl detenuto non è una preda.vLo Stato non è un domatore.

Eppure la retorica del coccodrillo conduce esattamente in questa direzione. Il diritto penale viene sostituito dall’intimidazione scenografica; la custodia dalla minaccia; la giustizia dall’umiliazione. Non importa più che una prigione sia sicura. Deve apparire spaventosa. Non basta che un detenuto non possa fuggire. Occorre che immagini il proprio corpo tra le fauci di un animale.

È una forma di governo attraverso il terrore simbolico.

In questo senso il richiamo ad “Alligator Alcatraz” non è casuale. La struttura della Florida è stata presentata dai suoi promotori come un luogo dal quale sarebbe stato impossibile fuggire anche per la presenza di alligatori e pitoni nelle zone circostanti. Al di là della propaganda, il centro è stato al centro di dure controversie giudiziarie, ambientali e umanitarie; una Corte d’appello federale ne ha comunque consentito la prosecuzione, ritenendo non applicabile, in quella fase, la normativa federale sulla valutazione ambientale.

Ma ciò che viaggia dalla Florida a Israele non è soltanto un modello penitenziario. È uno stile politico.

È la politica dell’eccesso, nella quale la misura di un leader non è la capacità di risolvere un problema, ma quella di formulare la minaccia più memorabile. È il governo trasformato in meme. Il decreto diventa contenuto social, il carcere diventa un marchio, il coccodrillo diventa un logo elettorale.

La sicurezza, naturalmente, è una responsabilità seria. Le evasioni devono essere impedite. Le strutture penitenziarie devono essere protette. Chi ha commesso crimini gravi deve essere custodito secondo la legge. Ma proprio perché questi problemi sono seri, non dovrebbero essere affidati alla fantasia sadica della propaganda.

Non si combatte il terrorismo adottandone la grammatica della paura.

Non si difende lo Stato di diritto introducendo l’immagine di una morte animale come strumento deterrente.

Non si rafforza una democrazia quando il suo rappresentante sembra provare piacere nell’evocare il terrore di chi è affidato alla custodia pubblica.

Il problema, inoltre, non riguarda soltanto Ben Gvir. Un ministro può lanciare una provocazione; più grave è quando l’apparato dello Stato comincia a predisporre gli strumenti giuridici perché quella provocazione diventi possibile. La riclassificazione dei coccodrilli mostra proprio questo passaggio: dalla battuta al procedimento, dal post al regolamento, dal teatro alla norma.

È così che le democrazie possono lentamente assuefarsi all’indecenza.

All’inizio si ride. Poi si discute. Infine si firma.

Resta da capire chi debba temere davvero quei coccodrilli. I detenuti, certamente, nelle intenzioni del ministro. Ma forse dovrebbe temerli anche la democrazia israeliana. Perché ogni volta che lo Stato trasforma l’essere umano in una preda, finisce per liberare qualcosa di selvatico anche dentro se stesso.

Il coccodrillo al guinzaglio di Ben Gvir è più di una provocazione. È il simbolo di una politica che non vuole soltanto punire, ma esibire la punizione; che non cerca soltanto sicurezza, ma consenso attraverso la paura. E quando la ferocia viene riclassificata con un decreto, il vero animale da sorvegliare non è più quello dietro la recinzione, ma quello che rischia di entrare nelle istituzioni.