La sentenza di Tripoli riapre il caso politico e giudiziario. Se la Libia lo condanna per violazioni dei diritti umani, perché Roma lo ha rimpatriato invece di consegnarlo alla giustizia internazionale?
La vicenda di Osama Najeem Almasri si arricchisce di un dettaglio che rischia di trasformarsi in un macigno politico. L’uomo che il governo italiano ha rimesso su un aereo diretto a Tripoli nel gennaio scorso, dopo averlo arrestato su mandato della Corte Penale Internazionale, è stato ora condannato dalla giustizia libica a sette anni e quattro mesi di carcere per violazioni dei diritti dei detenuti. Una sentenza che pone una domanda semplice quanto imbarazzante: se perfino i giudici del suo Paese lo ritengono responsabile di gravi abusi, perché l’Italia ha scelto di liberarlo?
Il paradosso italiano
La storia assume contorni quasi surreali.
Da una parte c’era un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale, che accusava Almasri di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Dall’altra c’era la decisione delle autorità italiane di non dare seguito alla procedura che avrebbe consentito di trattenerlo e avviare il percorso verso l’estradizione.
Nel giro di pochi giorni, quello che era entrato nelle cronache come uno dei più ricercati funzionari della sicurezza libica si è ritrovato libero e accompagnato in patria a bordo di un volo organizzato dallo Stato italiano.
La motivazione ufficiale fu la sicurezza nazionale. Ma la scelta provocò immediatamente uno scontro istituzionale con la Corte dell’Aja e aprì un caso politico che continua ancora oggi a produrre effetti.
La sentenza che cambia la prospettiva
Ora arriva il verdetto di Tripoli.
Non una condanna emessa da un tribunale occidentale, né da un’organizzazione internazionale per i diritti umani, ma dalla stessa magistratura libica. I giudici hanno riconosciuto responsabilità legate ai maltrattamenti e alle violazioni subite dai detenuti nel sistema carcerario che Almasri contribuiva a gestire.
La pena non riguarda formalmente tutti i reati contestati dalla Corte Penale Internazionale, che continua ad accusarlo di un quadro ben più ampio comprendente torture, omicidi, stupri e persecuzioni sistematiche. Tuttavia il significato politico della decisione è enorme.
Per mesi il dibattito pubblico si è diviso tra chi descriveva Almasri come un criminale responsabile di atrocità e chi sosteneva che le accuse fossero ancora tutte da dimostrare. Oggi è la stessa Libia a certificare che almeno una parte di quelle denunce aveva un fondamento giudiziario.
Mitiga, il carcere simbolo degli abusi
Al centro della vicenda c’è il carcere di Mitiga, uno dei luoghi più controversi della Libia post-Gheddafi.
Per anni organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani hanno denunciato torture, detenzioni arbitrarie, sparizioni e violenze all’interno della struttura controllata dalle Forze Speciali di Deterrenza, la potente milizia Rada.
Secondo gli investigatori internazionali, Almasri non sarebbe stato un semplice funzionario amministrativo, ma uno degli uomini chiave del sistema repressivo che governava il complesso carcerario.
Le accuse formulate dalla Corte Penale Internazionale parlano di torture sistematiche, violenze sessuali, persecuzioni religiose e trattamenti degradanti contro oppositori politici, migranti e detenuti considerati ostili alla milizia.
Un quadro che va ben oltre i singoli episodi e che richiama il tema della responsabilità per crimini contro l’umanità.
La ragion di Stato contro la giustizia
La vicenda mette ancora una volta in evidenza una delle grandi contraddizioni della politica mediterranea europea.
Da anni l’Italia considera la Libia un partner indispensabile per il controllo delle rotte migratorie e per la stabilità energetica del Nord Africa. Questa cooperazione obbliga spesso a rapportarsi con apparati di sicurezza, milizie e figure controverse che esercitano un potere reale sul territorio.
Il caso Almasri è diventato il simbolo di questo dilemma: fino a che punto la ragion di Stato può prevalere sulle esigenze della giustizia internazionale?
La risposta fornita dal governo italiano ha privilegiato la gestione immediata di un problema di sicurezza. La risposta della Corte Penale Internazionale e di molte organizzazioni umanitarie è stata opposta: nessuna ragione politica può giustificare l’impunità per chi è accusato di torture e crimini di guerra.
Una ferita ancora aperta
La condanna pronunciata a Tripoli non chiude la questione. Anzi, la riapre.
La Corte Penale Internazionale dovrà valutare se il procedimento libico sia sufficiente a soddisfare il principio di complementarità oppure se resti necessario perseguire Almasri per il più vasto sistema di crimini contestato nel mandato di cattura internazionale.
Nel frattempo resta la domanda che continua a pesare sulla politica italiana: cosa sarebbe accaduto se quell’uomo fosse rimasto a disposizione della giustizia internazionale?
Per mesi Roma ha sostenuto che la vicenda Almasri fosse soprattutto una questione procedurale. Oggi una sentenza libica racconta un’altra storia: quella di un uomo riconosciuto colpevole di aver violato i diritti dei detenuti. Non è ancora il giudizio definitivo della storia né quello della Corte dell’Aja. Ma basta a rendere ancora più difficile spiegare perché un presunto torturatore, anziché essere consegnato alla giustizia internazionale, sia stato accompagnato fino alla scaletta di un aereo diretto verso casa.
