Iran e Stati Uniti prigionieri della rappresaglia, mentre il Medio Oriente diventa un unico campo di battaglia
Due soldati americani uccisi in Giordania, un terzo disperso. Nuovi bombardamenti statunitensi sull’Iran. Missili e droni iraniani contro basi e infrastrutture in Kuwait, Bahrein e Giordania. Impianti idrici ed elettrici colpiti, rotte petrolifere minacciate, popolazioni intere trascinate in una guerra che nessuno ha formalmente dichiarato e che tutti continuano ad alimentare.
L’escalation tra Washington e Teheran ha superato la soglia oltre la quale la rappresaglia non contiene più il conflitto: lo riproduce. Ogni attacco genera il successivo, ogni morto esige altri morti, ogni dimostrazione di forza restringe lo spazio della politica. La guerra, ormai, sembra aver acquisito una volontà propria.
Il Medio Oriente conosce bene la grammatica della vendetta. Un missile viene presentato come risposta al missile precedente; un bombardamento come inevitabile conseguenza dell’attacco subito; la nuova offensiva come punizione necessaria per impedire quella futura.
È una sintassi apparentemente razionale che conduce, con metodica precisione, alla follia.
La morte dei due militari statunitensi in un attacco iraniano contro una base in Giordania ha provocato un’ulteriore ondata di incursioni americane contro installazioni militari, sistemi di sorveglianza costiera e depositi di missili e droni in Iran. Il Comando centrale statunitense ha confermato sia le vittime sia la prosecuzione delle operazioni, dichiarando di voler ridurre la capacità iraniana di minacciare la navigazione e colpire le forze americane.
Teheran, a sua volta, non limita più la risposta agli obiettivi statunitensi direttamente collegati alle operazioni. Gli attacchi si estendono ai Paesi che ospitano uomini, aerei e strutture americane. Il Kuwait denuncia danni a impianti energetici e di desalinizzazione; in Bahrein risuonano le sirene; la Giordania intercetta missili nel proprio spazio aereo; l’intera penisola arabica scopre che offrire una base militare significa poter diventare parte della guerra.
Non esistono più retrovie.
Una pista in Giordania, un radar in Kuwait, un centro dati in Bahrein, una cisterna in Arabia Saudita, un ponte iraniano o una centrale elettrica diventano frammenti dello stesso fronte. La carta geografica non distingue più con chiarezza tra belligeranti, alleati, piattaforme logistiche e vittime collaterali.
La guerra si regionalizza non perché tutti la desiderino, ma perché ciascuno ha concesso a uno dei contendenti un pezzo del proprio territorio, del proprio cielo o della propria sicurezza.
Il mito della guerra controllata
Washington continua a parlare di attacchi mirati. Teheran descrive le proprie operazioni come risposte proporzionate. Entrambe le parti sostengono di voler impedire una guerra più vasta mentre compiono, ogni notte, azioni che la rendono più probabile.
È la grande illusione della guerra contemporanea: credere che l’enorme precisione delle armi consenta anche una precisione politica.
Un missile può raggiungere con esattezza un deposito, ma nessuno può calcolare con altrettanta esattezza le conseguenze della sua esplosione. Può abbattere un radar e insieme abbattere un negoziato. Può distruggere un ponte e aprire la strada a una rappresaglia. Può uccidere due soldati e obbligare un presidente, stretto tra opinione pubblica e prestigio nazionale, a dimostrare di non essere debole.
La tecnica sa dove colpire. Non sa dove fermarsi.
Nella guerra della rappresaglia la proporzione, infatti, non è una misura oggettiva. Ogni parte considera moderata la propria risposta ed eccessiva quella dell’avversario. Gli Stati Uniti affermano di punire le Guardie rivoluzionarie; l’Iran sostiene di difendersi da un’aggressione. Washington vuole garantire la libertà di navigazione; Teheran utilizza Hormuz per ricordare al mondo che non può essere bombardata senza costi globali.
Tra queste narrazioni contrapposte resta una certezza: più aumentano le operazioni, meno ciascuno controlla il risultato finale.
L’acqua trasformata in arma
Tra gli obiettivi colpiti compaiono impianti di desalinizzazione, centrali elettriche, ponti e reti di comunicazione. Secondo le informazioni disponibili, gli attacchi americani hanno danneggiato infrastrutture iraniane, mentre quelli iraniani hanno raggiunto strutture civili ed energetiche nei Paesi del Golfo. Il Kuwait ha qualificato come gravissimi gli attacchi contro servizi indispensabili alla popolazione.
È qui che cade la distinzione rassicurante tra guerra militare e guerra contro i civili.
In una regione desertica, un impianto di desalinizzazione non è una struttura accessoria: è la sorgente artificiale da cui dipendono città intere. Colpirlo significa lasciare famiglie, ospedali e villaggi senza acqua. Distruggere una centrale significa interrompere refrigerazione, cure, comunicazioni, servizi essenziali.
La guerra moderna non deve necessariamente colpire direttamente una persona per minacciarne la vita. Le basta spegnere ciò che la mantiene possibile.
Un bombardamento su una pompa idrica non possiede la spettacolarità di un’esplosione in un centro urbano. Non mostra immediatamente i cadaveri. Produce però una violenza più lenta: sete, malattie, evacuazioni, impoverimento. È la sofferenza amministrata attraverso la distruzione delle infrastrutture.
E quando l’acqua diventa un bersaglio, il conflitto ha già perduto ogni pretesa di essere chirurgico.
La Giordania e la neutralità impossibile
La morte dei militari americani in Giordania espone con particolare evidenza la fragilità del regno hashemita.
Amman ha costruito per anni la propria immagine come fattore di stabilità, mediatore diplomatico e alleato affidabile dell’Occidente. Ma ospitare contingenti e velivoli impegnati nelle operazioni contro l’Iran rende sempre più difficile presentarsi come semplice spettatore del conflitto.
La Giordania può legittimamente difendere il proprio spazio aereo. Può sostenere che la presenza americana risponda a esigenze di sicurezza e di lotta al terrorismo. Ma agli occhi di una parte della popolazione e di Teheran, le basi da cui operano le forze statunitensi sono ormai componenti effettive della macchina bellica.
È la maledizione geografica del regno: essere abbastanza vicino a ogni conflitto da subirne le conseguenze, ma troppo debole per determinarne il corso.
La monarchia deve inoltre confrontarsi con una società profondamente segnata dalla tragedia palestinese, critica verso Israele e diffidente nei confronti del sostegno americano. Intercettare missili iraniani può essere presentato come difesa della sovranità nazionale; ma quando nelle basi giordane muoiono soldati statunitensi impegnati contro Teheran, la linea tra neutralità e partecipazione diventa quasi invisibile.
Il rischio non è soltanto militare. È politico e sociale.
Una guerra regionale può riaprire fratture interne, alimentare proteste, aggravare le difficoltà economiche e trasformare la Giordania da Stato-cuscinetto in terreno di confronto tra potenze.
Hormuz, la gola economica del mondo
Lo Stretto di Hormuz resta il punto nel quale la guerra mediorientale diventa immediatamente guerra mondiale.
Attraverso quel passaggio transita una quota fondamentale del commercio globale di petrolio. Le ostilità e le restrizioni alla navigazione hanno già alimentato la volatilità dei mercati energetici e la paura di nuove interruzioni delle forniture. Reuters riferisce che il blocco e gli scontri attorno allo Stretto stanno minacciando direttamente i flussi energetici internazionali.
Ogni missile lanciato nel Golfo arriva idealmente anche alle pompe di benzina europee, ai bilanci delle famiglie, ai costi delle imprese e ai tassi d’interesse.
A pagare la guerra non saranno soltanto gli iraniani sotto le bombe o i soldati americani nelle basi. La pagheranno i lavoratori dei Paesi importatori, le economie indebitate, gli Stati più poveri che comprano energia e cereali in dollari, le famiglie che vedranno aumentare trasporti e bollette.
Questa è la vera deterrenza iraniana: non la possibilità di vincere militarmente contro gli Stati Uniti, ma la capacità di rendere il conflitto economicamente insostenibile per molti altri.
Teheran sa di non poter pareggiare la potenza aeronavale americana. Può però incendiare il punto attraverso il quale passa una parte decisiva della ricchezza mondiale. È l’arma del più debole: trasformare la propria vulnerabilità in vulnerabilità collettiva.
Ma è anche un’arma che può ritorcersi contro l’Iran, isolandolo ulteriormente e colpendo Paesi del Golfo che non desiderano essere trascinati nella guerra.
La rappresaglia come prigione
Donald Trump non può lasciare senza risposta la morte di militari americani senza apparire debole. La leadership iraniana non può assorbire bombardamenti quotidiani senza replicare e conservare credibilità davanti alle proprie forze armate e alla popolazione. I governi del Golfo non possono tollerare che le loro infrastrutture vengano colpite. Israele non può ignorare missili che attraversano cieli confinanti.
Tutti possiedono una ragione per reagire.
Nessuno sembra possedere la forza per rinunciare alla reazione.
È questa la trappola. Le parti non sono più libere di scegliere in base a ciò che riduce il pericolo, ma agiscono in base a ciò che evita l’umiliazione. La politica estera viene dominata dal prestigio, dal bisogno di salvare la faccia, dalla necessità di mostrare all’avversario che ogni colpo avrà un prezzo superiore.
Ma se ogni prezzo deve essere superiore al precedente, il conto non può che diventare infinito.
La deterrenza funziona finché la minaccia impedisce l’azione. Quando entrambi iniziano a colpire, non è più deterrenza: è una gara di resistenza nella quale ciascuno scommette che l’altro cederà per primo.
Il problema è che gli Stati Uniti possono sopportare enormi costi militari e l’Iran enormi sofferenze interne. Tra queste due capacità di resistenza rischia di essere sacrificato tutto il Medio Oriente.
La diplomazia umiliata
Il negoziato appare oggi quasi una parola fuori moda. Parlare di cessate il fuoco viene scambiato per debolezza; proporre una mediazione sembra un modo per sottrarre l’avversario alla punizione; chiedere moderazione significa esporsi all’accusa di non comprendere la minaccia.
Eppure la diplomazia serve soprattutto quando le parti si considerano reciprocamente inaffidabili. Non è il premio per chi si comporta bene. È lo strumento imperfetto con cui nemici reali impediscono che la loro ostilità distrugga anche ciò che intendono difendere.
La comunità internazionale, intanto, appare marginale. L’Europa invita alla moderazione; le monarchie del Golfo chiedono di non essere colpite; le organizzazioni internazionali rilasciano dichiarazioni. Ma nessun soggetto sembra possedere contemporaneamente l’autorità, la forza e la credibilità necessarie per imporre una pausa.
La diplomazia è stata progressivamente privata dei propri strumenti e poi accusata di essere inutile.
Il risultato è che la decisione tra guerra e pace resta nelle mani di governi convinti che fermarsi per primi equivalga a perdere.
Nessuno vincerà questa guerra
Gli Stati Uniti possono distruggere infrastrutture iraniane, indebolire sistemi d’arma e imporre costi enormi alla Repubblica islamica. Non possono cancellare l’Iran dalla geografia né governarne politicamente le conseguenze.
Teheran può colpire basi americane, mettere in crisi Hormuz e mostrare che l’egemonia militare statunitense non garantisce invulnerabilità. Non può sostenere indefinitamente una guerra contro una potenza immensamente superiore senza devastare la propria società.
I Paesi del Golfo possono intercettare molti missili, ma non tutti. Israele può proteggere gran parte del proprio territorio, ma non costruire una cupola sopra l’intera regione. La Giordania può dichiararsi neutrale, ma non rendere neutrali le basi operative sul proprio suolo.
Nessuno possiede una vittoria politica credibile.
Esiste soltanto una successione di vittorie tattiche: un deposito distrutto, un missile intercettato, un aereo danneggiato, una base colpita. Ciascuna viene celebrata per alcune ore e poi cancellata dalla rappresaglia successiva.
È la guerra ridotta a contabilità delle rovine.
I due soldati americani morti in Giordania non sono soltanto le ultime vittime dell’escalation. Sono il punto oltre il quale la guerra rischia di cambiare natura, costringendo Washington a colpire più duramente e Teheran a rispondere più lontano. Ma la forza che non sa darsi un limite diventa impotenza politica. Nel Golfo tutti promettono lezioni indimenticabili all’avversario; nessuno sembra ricordare la lezione più semplice della storia: le guerre sono facili da iniziare, difficili da contenere e quasi impossibili da concludere senza aver distrutto molto più di ciò che si voleva difendere.
