L’indisponibilità della vita umana e il destino degli embrioni congelati

L’inverno demografico è ormai una delle emergenze più gravi dell’Occidente. L’Italia, con uno dei più bassi tassi di natalità al mondo, sperimenta ogni anno il progressivo svuotamento delle scuole, l’invecchiamento della popolazione, la crisi del welfare e la desertificazione di interi territori. È comprensibile, dunque, che ogni bambino che nasce venga salutato come una speranza per il futuro.

Meno comprensibile è che, di fronte a questa emergenza, si ritenga automaticamente buona qualsiasi soluzione tecnologica che prometta di aumentare il numero delle nascite. La domanda decisiva non è soltanto quanti figli nascono, ma come nascono e, soprattutto, quale idea dell’uomo accompagna la loro origine.


I dati pubblicati dalla Società europea di riproduzione umana ed embriologia (ESHRE) sono eloquenti. Dal 1997 al 2023 nei trentasei Paesi europei monitorati sono stati avviati quasi sedici milioni di cicli di procreazione medicalmente assistita, dai quali sono nati circa tre milioni e duecentomila bambini. Il successo complessivo si aggira attorno al 20%.

Questi numeri vengono normalmente presentati come il trionfo della medicina riproduttiva. Esiste però un’altra contabilità, assai meno raccontata, che costituisce la vera questione bioetica: quella degli embrioni prodotti, selezionati, congelati, trasferiti, scartati, destinati alla ricerca o semplicemente dimenticati nei contenitori di azoto liquido.

È il grande silenzio della fecondazione artificiale.

Ogni embrione congelato rappresenta una vita umana posta in una condizione paradossale: esiste, ma non può svilupparsi; possiede un’identità genetica irripetibile, ma il suo futuro dipende dalla decisione di altri; è figlio, ma è custodito come materiale biologico.

Il vero problema non è il freddo dell’azoto liquido. È il freddo culturale che rende possibile considerare normale tutto questo.

La domanda decisiva è una sola: chi è quell’embrione?

Se fosse soltanto un aggregato di cellule, il problema morale sarebbe minimo. Se invece, come affermano l’embriologia moderna e la ragione filosofica, dal momento della fecondazione esiste un nuovo individuo della specie umana con un patrimonio genetico autonomo e irripetibile, allora la prospettiva cambia radicalmente.

La bioetica personalista, fatta propria dal Magistero cattolico, parte esattamente da questo punto.

San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae, afferma che «fin dal primo momento della sua esistenza, all’essere umano devono essere riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita» (EV, 60).

Ancora prima, l’Istruzione Donum Vitae (1987) aveva ricordato che «l’essere umano deve essere rispettato e trattato come persona fin dal suo concepimento» (I,1).

Non si tratta di un’affermazione confessionale, ma di una conseguenza del principio fondamentale della dignità umana: ciò che appartiene alla famiglia umana non acquista valore perché desiderato, sano, efficiente o sviluppato. Possiede valore semplicemente perché è umano.

È precisamente questo principio che rischia oggi di incrinarsi.

La crioconservazione, infatti, introduce una novità antropologica senza precedenti nella storia: l’uomo può essere sospeso, immagazzinato, conservato e amministrato.

L’Istruzione Dignitas Personae del 2008 definisce con chiarezza tale pratica. Pur riconoscendo che il congelamento nasce spesso per aumentare le probabilità di gravidanza, il documento osserva che la crioconservazione degli embrioni «è incompatibile con il rispetto dovuto agli embrioni umani», perché li espone a gravi rischi, li priva temporaneamente dell’accoglienza materna e li pone in una situazione di oggettiva vulnerabilità (DP, n. 18).

A distanza di quasi vent’anni, quelle parole mostrano tutta la loro attualità.

Oggi esistono nel mondo centinaia di migliaia — probabilmente milioni — di embrioni crioconservati. Molti resteranno tali per anni; altri verranno distrutti; altri ancora saranno utilizzati nella ricerca. Si tratta di una popolazione invisibile, di figli sospesi, la cui esistenza interpella la coscienza collettiva.

È significativo che persino chi sostiene la fecondazione assistita riconosca come gli embrioni soprannumerari costituiscano uno dei maggiori problemi etici ancora irrisolti.

L’emergenza, dunque, non è soltanto demografica. È antropologica.

Naturalmente nessuna riflessione seria può ignorare il dolore delle coppie infertili. L’infertilità rappresenta una sofferenza autentica, spesso silenziosa, che merita rispetto, ascolto e accompagnamento.

La medicina ha il dovere di curare la sterilità ogni volta che sia possibile.

Ma una cosa è curare la fertilità; altra cosa è sostituire l’atto generativo con un processo tecnico di produzione della vita.

Lo ricorda anche il professor Tullio Ghi, direttore dell’Unità di Ostetricia del Policlinico Gemelli, osservando come molte coppie vengano indirizzate troppo precocemente verso la fecondazione artificiale senza aver prima esplorato percorsi terapeutici rispettosi della fisiologia.

L’esperienza dell’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI dimostra che un approccio fondato sulla diagnosi e sulla cura delle cause dell’infertilità può ottenere risultati significativi senza produrre inevitabilmente embrioni destinati alla crioconservazione.

Il punto decisivo è un altro.

La tecnica non è mai moralmente neutra quando modifica il significato dell’origine della persona.

La generazione appartiene al linguaggio del dono.

La produzione appartiene al linguaggio del possesso.

Quando il figlio viene progressivamente percepito come il risultato di una procedura tecnologica, cambia inevitabilmente anche il rapporto culturale con lui. Si insinua, quasi impercettibilmente, una mentalità efficientista nella quale entrano in gioco criteri di selezione, qualità biologica, probabilità di successo, conservazione, eliminazione.

Papa Francesco ha denunciato più volte questa deriva della “cultura dello scarto”, ricordando che la dignità della persona non dipende dall’efficienza né dall’utilità. E Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, metteva in guardia da una tecnica che pretende di sostituirsi al discernimento morale, trasformando ciò che è possibile in ciò che sarebbe automaticamente lecito (CV, 70).

La crisi della natalità, dunque, non può essere affrontata semplicemente aumentando le possibilità tecniche di produrre gravidanze.

Occorre piuttosto creare le condizioni perché i giovani possano scegliere di mettere al mondo figli nel tempo biologicamente più favorevole: lavoro stabile, sostegno economico alle famiglie, tutela della maternità, conciliazione tra vita lavorativa e familiare, prevenzione dell’infertilità, contrasto agli inquinanti ambientali che compromettono la fertilità maschile e femminile.

Come osserva efficacemente il professor Ghi, non si risolve il problema dell’acqua aumentando i secchi per raccoglierla, ma riparando le tubature.

È un’immagine semplice che racchiude una grande verità.

L’emergenza demografica non si supera affidandosi esclusivamente ai laboratori.

Si supera restituendo fiducia alla famiglia e riconoscendo che la maternità e la paternità non sono ostacoli alla realizzazione personale, ma una delle sue espressioni più alte.

Per questo il problema degli embrioni congelati non riguarda soltanto i credenti.

Interroga ogni coscienza.

Perché il modo in cui trattiamo l’essere umano nel suo momento più fragile rivela il livello di civiltà che abbiamo raggiunto.

Se accettiamo che una vita possa essere congelata, immagazzinata e amministrata come una risorsa biologica, allora il principio dell’indisponibilità della persona comincia lentamente a dissolversi.

E quando la dignità dell’uomo diventa disponibile, prima o poi diventa negoziabile.

San Giovanni Paolo II scriveva che «la vita umana è sempre un bene» (Evangelium Vitae, 34). Non un bene disponibile, ma un bene affidato. Ogni figlio è dono prima che progetto, mistero prima che risultato, persona prima che desiderio. È questa la grande sfida della bioetica contemporanea: impedire che il figlio diventi il prodotto della tecnica e custodire, anche nell’epoca della massima potenza scientifica, quella verità elementare sulla quale si fonda ogni autentico umanesimo: la vita umana non appartiene mai completamente a nessuno, perché ogni uomo appartiene anzitutto a se stesso e, per chi crede, a Dio.