Trump frena sulla produzione dei missili in Ucraina, mentre il mercato nero della guerra attira le mafie e la scarsità degli intercettori incrina l’illusione di una difesa assoluta per Israele

C’è sempre un momento nel quale la retorica della potenza deve fare i conti con l’inventario dei magazzini. È il momento in cui le promesse incontrano il numero reale dei missili disponibili, i tempi delle fabbriche e il timore che le tecnologie consegnate agli alleati possano un giorno finire nelle mani sbagliate.

Donald Trump lo ha scoperto con i Patriot.

Dopo aver prospettato la possibilità di concedere all’Ucraina la licenza per produrre gli intercettori americani, il presidente ha frenato. Washington, ha spiegato, deve essere prudente prima di trasferire una tecnologia tanto sensibile, che comprende sistemi di guida, componenti elettroniche, capacità radaristiche e procedure industriali strategiche.

Dietro il timore della dispersione tecnologica si nasconde però una difficoltà ancora più concreta: gli Stati Uniti non possiedono intercettori in quantità illimitata.

L’Ucraina ne ha bisogno per difendere le proprie città. Israele per contrastare i missili iraniani. Le basi americane nel Golfo e nel Pacifico devono conservare scorte sufficienti, mentre gli alleati europei cercano di ricostituire arsenali ormai ridotti.

Gli stessi missili non possono trovarsi contemporaneamente a Kyiv, Tel Aviv, Guam e nei depositi statunitensi. La tecnologia è segreta, ma è soprattutto scarsa.

Mentre le grandi potenze discutono su chi possa produrre le armi più sofisticate, il mercato nero generato dalla guerra russo-ucraina attira la criminalità organizzata. Il procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, ha denunciato l’interesse delle mafie per munizioni trasportate o lanciate attraverso droni e per sistemi offensivi comparsi nei circuiti clandestini.

È il nuovo volto della globalizzazione criminale.

Un tempo le organizzazioni mafiose cercavano soprattutto pistole, fucili ed esplosivi. Oggi osservano i campi di battaglia digitali e imparano che un piccolo velivolo commerciale può essere trasformato in una bomba guidata.

Non occorre possedere una fabbrica militare. Basta procurarsi un drone, modificarlo, dotarlo di un ordigno e affidarlo a qualcuno capace di pilotarlo attraverso uno schermo.

Le mafie non inventano quasi mai le tecnologie della violenza: le osservano, le acquistano e le adattano. Un drone potrebbe essere utilizzato contro un rivale, un magistrato, una caserma, un carcere o un’infrastruttura sensibile, senza avvicinare materialmente l’attentatore al bersaglio.

Le guerre finiscono, ma le armi sopravvivono nei depositi, nelle mani degli intermediari, nelle rotte del contrabbando e nelle competenze di chi ha imparato a usarle.

Il timore americano sulla dispersione dei segreti non è dunque privo di fondamento. Ma il problema non si risolve semplicemente chiudendo il forziere statunitense. Se Washington non condivide la produzione, gli alleati rimangono dipendenti da fabbriche incapaci di moltiplicare rapidamente gli intercettori. Se condivide senza controlli, aumenta il rischio di spionaggio e dispersione.

Se promette e poi ritira, indebolisce la fiducia politica.

Il dilemma diventa ancora più evidente guardando a Israele. Lo Stato ebraico dispone di uno dei sistemi difensivi più articolati del mondo: Iron Dome, David’s Sling, Arrow e il sostegno americano attraverso Patriot, THAAD e sistemi navali.

Eppure nessuno scudo può garantire un’impenetrabilità assoluta davanti a un attacco iraniano massiccio, coordinato e prolungato.

Non è necessario che tutti i missili superino la difesa. Basta che ne passi una piccola percentuale.

Contro ogni bersaglio possono essere impiegati più intercettori. Se l’attacco combina missili balistici, droni, esche e ordigni con traiettorie differenti, il difensore deve scegliere quali minacce abbattere e quali rischi accettare. Anche il sistema più sofisticato può essere sottoposto a saturazione.

Lo scudo israeliano può ridurre enormemente i danni. Non può abolire la guerra e, soprattutto, non può farlo indefinitamente.

Ogni intercettazione consuma munizioni costose e lente da produrre. I recenti combattimenti con l’Iran hanno ridotto le riserve americane di Patriot e THAAD, ponendo il problema di come distribuire risorse finite tra Israele, Ucraina, basi statunitensi e futuri scenari di crisi.

È questa la contraddizione dell’America di Trump: Washington vuole custodire gelosamente i propri segreti militari, ma non riesce ancora a produrre abbastanza intercettori per proteggere tutti gli alleati che dipendono dalla sua tecnologia.

Le armi offensive diventano economiche e accessibili. Quelle necessarie a fermarle rimangono costose, complesse e rare.

Un drone modificato può costare poche migliaia di euro; il missile chiamato ad abbatterlo può costarne centinaia di migliaia o milioni. L’aggressore deve riuscire una volta. Il difensore deve riuscire sempre.

Il dietrofront sui Patriot non è dunque soltanto una delle consuete oscillazioni di Trump. È il segno di un Occidente che continua a promettere protezione globale senza possedere ancora la capacità industriale necessaria per garantirla.

L’Ucraina chiede gli strumenti per sopravvivere, Israele uno scudo contro l’Iran, l’Europa nuove scorte e gli Stati Uniti guardano alla Cina. Le mafie, intanto, acquistano nel sottosuolo della guerra ciò che riescono a trovare.

I governi discutono su come custodire i segreti delle armi più avanzate. La criminalità compra quelle che già circolano.

Trump frena sulla produzione dei Patriot in Ucraina per proteggere i segreti militari americani. Ma la vera vulnerabilità occidentale è nella scarsità degli arsenali: mentre le mafie guardano ai droni del mercato nero, neppure Israele può contare su uno scudo illimitato contro un attacco balistico iraniano di massa.