Nella notte un edificio di Gaza City, danneggiato dai raid e trasformato in rifugio per sfollati, cede mentre tutti dormono. Voci sotto il cemento, bambini tra i morti, ruspe che non arrivano. Non è più solo la guerra: è ciò che la guerra lascia in piedi.

All’una di notte un palazzo di sette piani a Gaza City smette di essere un edificio e diventa un sepolcro. Dentro c’erano famiglie sfollate: gente che aveva scelto quel cemento incrinato perché non c’era altro. La Protezione civile palestinese parla di almeno venti morti, tra cui otto bambini, di sessanta feriti, di un centinaio di persone ancora sotto i detriti, metà delle quali bambini. I numeri, come sempre a Gaza, sono preliminari e destinati a muoversi. Le voci, invece, si sentono già: qualcuno chiama da sotto.

Il palazzo non è caduto dal cielo. Era stato colpito nei mesi più duri della guerra, aveva retto, e proprio per questo era diventato un riparo. Dieci famiglie, dicono i soccorritori; sei secondo altre ricostruzioni. Poco importa il conteggio esatto degli appartamenti: conta la logica che li ha riempiti. Quando la casa propria non esiste più, si abita quella che ancora sta in piedi. Si abita il rischio. Si dorme sotto un solaio che ha già ricevuto la sua sentenza e aspetta solo il giorno in cui eseguirla.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa civile, tiene in braccio una bambina avvolta in una sciarpa sporca di sangue e ripete la stessa richiesta da ore: servono ruspe, escavatori, mezzi pesanti. Israele, dicono i soccorritori, non li fa entrare nella Striscia: teme che finiscano ad Hamas. È un argomento di sicurezza che, sul campo, si traduce in unghie e palme nude sul cemento. Alessandro Mrakic, dell’ufficio UNDP a Gaza, lo dice senza metafore: «C’è chi scava a mani nude». Accanto alla municipalità lavorano il comitato egiziano, la Croce Rossa, squadre di agenzie Onu. Non basta. Un bambino sotto un solaio non aspetta il via libera geopolitico.

Qui l’elzeviro deve fare attenzione. La guerra non nasce dal crollo di stanotte. Nasce dal 7 ottobre 2023, dall’attacco di Hamas in Israele, dai morti, dagli ostaggi, dalla decisione israeliana di rispondere con una campagna che ha polverizzato interi quartieri. Chi cancella quel punto di partenza mente. Chi usa quel punto di partenza per chiudere gli occhi su un palazzo che cede su famiglie addormentate mente altrettanto. Il cemento non fa politica: cede. E quando cede, dentro ci sono bambini che non hanno scelto né il raid né il tunnel.

Le Nazioni Unite stimano circa 61 milioni di tonnellate di macerie. Sette anni per toglierle, se mai arriveranno macchine, carburante, accesso. Duemila edifici colpiti e ancora abitati per necessità. Quattrocento, secondo l’UNDP, a rischio crollo, con l’inverno che si avvicina. Stanotte è toccato a uno. Gli altri aspettano la pioggia, il vento, un altro cedimento silenzioso. A Gaza la tregua, quando c’è stata, non ha messo in sicurezza i solai. Ha solo cambiato il modo in cui si muore: non sempre sotto una bomba, a volte sotto ciò che la bomba ha lasciato in piedi.

C’è una crudeltà specifica in questa morte differita. Il raid è un atto. Il crollo è una conseguenza che si prolunga, che abita la città dopo che le telecamere se ne sono andate. È la guerra che continua a lavorare quando il cielo è vuoto. Le autorità di Gaza scaricano la responsabilità su Israele e sulla comunità internazionale; Israele replica che i mezzi pesanti sono un rischio militare. Nel mezzo resta un fatto poverissimo e inconfutabile: si sentono ancora voci. Finché si sentono, ogni discussione sul “chi ha ragione” è un lusso che chi è sotto il cemento non può permettersi.

Il funzionario Onu avverte che altri palazzi cadranno. Non è una profezia: è statica. Un edificio ferito non guarisce da solo. Una popolazione costretta a rioccuparlo non ha alternative. Una Striscia senza ruspe non ha soccorso. Tre condizioni, una sola notte. Il resto è commento.

Si può discutere per anni di proporzionalità, di Hamas che si nasconde tra i civili, di un esercito che colpisce obiettivi e produce rovina civile, di un cessate il fuoco che non tiene. Si deve. Ma l’elzeviro, di fronte a un palazzo che si siede sulle famiglie, ha un solo dovere: non trasformare i bambini sotto le macerie in un argomento. Sono il prezzo che la città paga due volte: prima quando arriva il colpo, poi quando il colpo, mesi dopo, finisce il lavoro.

A Gaza i palazzi non crollano soltanto sotto le bombe: crollano dopo, quando qualcuno ha dovuto tornarci a dormire.