La retata contro associazioni e attivisti LGBT voluta dalle autorità turche non può lasciare indifferenti. Ma condannare la repressione non significa rinunciare alla domanda fondamentale: fino a che punto la progressiva equiparazione di ogni forma affettiva al matrimonio finisce per indebolire la famiglia e, con essa, la stessa struttura sociale dello Stato?

La Turchia di Erdoğan ha scelto ancora una volta la strada della forza. Negli ultimi giorni le autorità hanno esteso a quindici province indagini che riguardano 162 persone, nove associazioni e tredici attività; sedici persone sono state incarcerate in attesa di giudizio a Smirne e il 15 settembre almeno 150 manifestanti sono stati fermati davanti al tribunale di Çağlayan, a Istanbul, mentre protestavano contro le precedenti retate. L’operazione è stata significativamente inserita nella campagna denominata “My Family is Safe”, con la quale Ankara dichiara di voler difendere i minori e i valori familiari.

È precisamente qui che un cattolico tradizionalista dovrebbe essere coerente. Non possiamo condannare l’autoritarismo quando colpisce la libertà religiosa, i cristiani o il dissenso politico e considerarlo improvvisamente accettabile quando ad essere fermati sono attivisti LGBT. Se attribuiamo allo Stato il potere di reprimere un’identità o una posizione morale semplicemente perché non coincide con la nostra, prima o poi quello stesso potere potrà essere utilizzato contro di noi. La libertà non può dipendere dalla simpatia che proviamo per chi la esercita. Il Catechismo, pur formulando un giudizio morale inequivocabile sugli atti omosessuali, afferma altrettanto chiaramente che le persone omosessuali devono essere accolte con «rispetto, compassione, delicatezza» e che deve essere evitata ogni forma di ingiusta discriminazione.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato compiere il salto opposto e concludere che il rispetto della persona imponga l’accettazione di ogni rivendicazione sociale, culturale o giuridica collegata all’orientamento sessuale. La libertà privata è una cosa; la trasformazione dell’identità sessuale in categoria pubblica, simbolica e politica è un’altra. Una persona ha diritto alla propria dignità, alla propria sicurezza, alla propria vita privata e alla protezione dello Stato. Ciò non significa che ogni manifestazione pubblica della sessualità, ogni ostentazione identitaria o ogni richiesta di riconoscimento debba automaticamente assumere il rango di diritto indisponibile e sottratto alla discussione democratica.

Il punto centrale rimane infatti la famiglia. Non perché le persone omosessuali siano una minaccia, ma perché il matrimonio non nasce storicamente e antropologicamente come semplice riconoscimento pubblico dell’affetto tra due adulti. Nasce dall’unione dell’uomo e della donna, dalla loro complementarità sessuale e dalla potenziale generazione dei figli. Il Catechismo collega esplicitamente la differenza sessuale ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare, osservando che l’armonia della società dipende anche dal modo in cui viene vissuta questa complementarità.

È per questo che l’equiparazione giuridica delle unioni tra persone dello stesso sesso al matrimonio non è una semplice estensione di diritti individuali. Modifica il significato stesso dell’istituto matrimoniale. Se il matrimonio cessa di essere legato alla differenza sessuale e alla naturale apertura alla generazione, diventa progressivamente la certificazione pubblica di un legame affettivo. E quando tutto può essere matrimonio, il rischio è che il matrimonio perda proprio quella specificità per la quale lo Stato lo ha storicamente protetto. La questione, dunque, non riguarda il valore umano delle persone coinvolte, ma la funzione sociale dell’istituzione.

In questo senso si può affermare che indebolire la famiglia significa, nel lungo periodo, indebolire lo Stato. La famiglia precede lo Stato: genera, educa, trasmette solidarietà tra generazioni, sostiene bambini, anziani e persone fragili, crea quella rete primaria di responsabilità senza la quale nessun apparato pubblico potrebbe reggere. Uno Stato che considera la famiglia soltanto una delle molte aggregazioni affettive possibili rischia di consumare il capitale umano e sociale dal quale esso stesso dipende.

Proprio per questo bisogna distinguere il matrimonio da altre forme di convivenza. I PACS francesi, le unioni civili o altri istituti destinati a regolare rapporti patrimoniali e assistenziali possono essere discussi politicamente e giuridicamente, ma non sono la stessa cosa del matrimonio. Riconoscere questa diversità non significa negare alle persone la tutela dei propri beni, dell’assistenza reciproca o di determinate situazioni concrete. Significa rifiutare quella omologazione per cui due realtà differenti devono necessariamente ricevere lo stesso nome, lo stesso statuto e la stessa funzione sociale.

La contraddizione diventa ancora più evidente quando dall’unione della coppia si passa alla filiazione. Il desiderio di avere un figlio, per quanto umano e comprensibile, non può trasformarsi in un diritto a procurarselo con qualsiasi mezzo. È particolarmente evidente nella maternità surrogata, dove il corpo di una donna entra in un processo destinato a soddisfare il progetto genitoriale altrui. Dignitas infinita afferma con nettezza che il bambino non può diventare oggetto di contratto e che il legittimo desiderio di un figlio non può trasformarsi in un “diritto al figlio”. La stessa domanda antropologica si pone davanti all’uso delle tecniche di procreazione artificiale quando esse vengono piegate alla pretesa di costruire una filiazione prescindendo deliberatamente dalla complementarità materna e paterna.

È dunque possibile criticare Ankara senza adottare automaticamente l’intera agenda culturale LGBT. Anzi, è proprio questa la posizione che dovrebbe caratterizzare un cattolicesimo maturo. Nessuna retata contro le persone, nessuna persecuzione, nessuna violenza; ma neppure la rinuncia al diritto di affermare che matrimonio e famiglia possiedono una struttura propria e che la società ha interesse a proteggerla. La Chiesa stessa tiene insieme queste due verità: rispetto assoluto della dignità della persona e rifiuto dell’equiparazione tra unione omosessuale e matrimonio.

Resta allora l’interrogativo che l’Occidente preferisce spesso evitare rifugiandosi negli slogan. La libertà privata implica necessariamente che ogni identità sessuale debba ricevere un riconoscimento pubblico equivalente? La lotta contro la discriminazione deve trasformarsi nella cancellazione di ogni differenza antropologica e giuridica? E fino a che punto una società può indebolire l’istituzione familiare senza indebolire, alla fine, se stessa?

La Turchia sbaglia quando pretende di rispondere a queste domande con la polizia. L’Occidente sbaglia quando pretende che le domande non possano nemmeno essere poste. Tra la repressione e l’omologazione esiste invece lo spazio della ragione. Ed è proprio lì che un cattolico dovrebbe collocarsi: difendendo la persona senza dissolvere la famiglia, tutelando la libertà senza trasformare ogni desiderio in un diritto e ricordando che una società che non sa più dire che cosa sia la famiglia rischia, prima o poi, di non sapere più neppure su quali fondamenta costruire il proprio futuro.

Nessuna retata può essere giustificata in nome della famiglia. Ma neppure la libertà individuale obbliga la società a chiamare matrimonio ogni unione affettiva o a trasformare il desiderio di genitorialità in un diritto al figlio. La dignità della persona e la centralità della famiglia non sono principi alternativi: una società veramente libera deve saperli difendere entrambi.