Dalla Gran Bretagna alla Francia, fino al paradosso tunisino della Flotilla, cresce la pressione sugli attivisti che contestano le politiche israeliane a Gaza. L’antisemitismo è un male che un cristiano deve combattere senza esitazioni, così come deve condannare il terrorismo di Hamas. Ma proprio la stessa legge morale impedisce di tacere davanti alla sofferenza degli innocenti palestinesi o di considerare sospetto chi la denuncia pacificamente. La ragion di Stato non è superiore alla coscienza.
Il cristiano non può scegliere quali innocenti meritino di vivere
Il giudizio morale deve partire da qui. Il massacro del 7 ottobre è stato un crimine e nessuna causa palestinese può trasformare l’assassinio deliberato di civili e la presa di ostaggi in atti moralmente accettabili. Ma la condanna di Hamas non concede a nessuno una dispensa dalla legge morale. Il male subito non autorizza il male compiuto. La vita di un bambino palestinese possiede esattamente la stessa dignità della vita di un bambino israeliano, perché nessuno dei due riceve dallo Stato il proprio diritto a esistere. Lo riceve dalla propria irriducibile dignità di persona e, per il cristiano, dall’essere creatura voluta da Dio. Per questo Israele ha diritto alla sicurezza, ma nessuno Stato possiede un diritto assoluto alla sicurezza ottenuto a qualsiasi costo umano.
Quando la difesa dall’antisemitismo diventa censura
Proprio per questo preoccupa ciò che sta accadendo in Europa. CIVICUS ha documentato restrizioni alla solidarietà palestinese in almeno diciassette Paesi europei e Amnesty ha denunciato provvedimenti sproporzionati contro manifestanti pacifici. Naturalmente chi finanzia il terrorismo, incita all’odio, aggredisce un ebreo o minaccia una sinagoga deve risponderne davanti alla legge. Ma criticare Netanyahu non significa odiare gli ebrei, denunciare le sofferenze di Gaza non significa sostenere Hamas e chiedere un cessate il fuoco non costituisce antisemitismo. Confondere deliberatamente queste categorie non protegge gli ebrei: finisce per banalizzare il vero antisemitismo, che proprio noi cristiani, anche per il peso tragico della nostra storia europea, abbiamo il dovere di riconoscere e combattere.
Il paradosso tunisino della Flotilla
Colpisce allora che persino in Tunisia quattro attivisti collegati alla Global Sumud Flotilla siano detenuti da marzo nell’ambito di un’inchiesta su presunti flussi finanziari sospetti e che la custodia cautelare sia stata prorogata per altri quattro mesi. Non spetta a un giornale stabilire la loro innocenza: se esistono reati, devono essere dimostrati in un processo giusto. Ma proprio questo è il punto morale. La giustizia non può trasformarsi in intimidazione e la custodia cautelare non può diventare una pena anticipata. Quando chi tenta di portare aiuti a una popolazione sofferente viene sottoposto a mesi di detenzione preventiva, la domanda sulla proporzionalità non è propaganda: è una domanda di giustizia.
Non esiste una morale per gli amici e una per i nemici
Il cristianesimo diventa scomodo proprio qui. Non consente due pesi e due misure. Se condanniamo giustamente l’uccisione dei civili israeliani il 7 ottobre, dobbiamo riconoscere il medesimo valore morale alla vita dei civili palestinesi. Se denunciamo la persecuzione degli ebrei, dobbiamo denunciare anche la disumanizzazione dei palestinesi. Se difendiamo la libertà di espressione quando viene repressa da Mosca o Teheran, dobbiamo difenderla anche quando a essere contestato è un governo alleato dell’Occidente. Altrimenti non stiamo applicando principi: stiamo semplicemente scegliendo amici.
Ed è qui che il Vangelo spezza la geopolitica. Cristo non ci domanda se l’uomo ferito sulla strada appartenga al nostro popolo. Il Samaritano diventa prossimo precisamente perché rifiuta la logica delle appartenenze. Gaza oggi pone all’Europa la stessa domanda: chi è il mio prossimo? Se la risposta cambia a seconda del passaporto della vittima, abbiamo già tradito il Vangelo.
Nessuna ragion di Stato è un assoluto
Uno degli errori più pericolosi del nostro tempo consiste nel trasformare la sicurezza in un assoluto morale. La Dottrina sociale della Chiesa riconosce il diritto e il dovere degli Stati di proteggere i cittadini, ma nessun fine politico rende automaticamente leciti tutti i mezzi. Esistono limiti che neppure la guerra cancella: distinzione tra combattenti e civili, proporzionalità, tutela degli innocenti, accesso agli aiuti umanitari. La guerra non crea un territorio senza morale.
Questo vale per Hamas. Vale per Israele. Vale per gli Stati europei. Vale per la Tunisia. Nessuna bandiera assolve preventivamente chi la porta.
La Chiesa non può diventare cappellania del potere
Ed è qui che la voce cattolica deve ritrovare coraggio. La Chiesa perderebbe qualcosa della propria libertà profetica se diventasse la cappellania religiosa dell’Occidente, come la perderebbe trasformandosi nella giustificazione ideologica della causa palestinese. Il cristiano non è neutrale davanti al male, ma neppure appartiene a una tifoseria geopolitica. Sta dalla parte della persona: dell’ostaggio israeliano che deve tornare a casa, dell’ebreo europeo che deve poter entrare in sinagoga senza paura, del bambino palestinese che deve poter ricevere pane e medicine, del civile israeliano che non deve vivere sotto la minaccia del terrorismo, dell’attivista pacifico che deve poter denunciare ciò che considera ingiusto senza essere automaticamente trattato come estremista.
Questa non è equidistanza. È radicalità evangelica.
Significa dire ad Hamas che massacrare innocenti è male. Dire all’antisemita che odiare un ebreo è male. Dire a Israele che la sofferenza subita non rende moralmente irrilevante quella inflitta. Dire all’Europa che combattere l’antisemitismo non autorizza a comprimere il dissenso pacifico. E dire alla Tunisia che la giustizia perde credibilità quando appare indistinguibile dall’intimidazione politica.
La coscienza cristiana non può essere concessa in appalto alla ragion di Stato. Quando davanti a un innocente che soffre cominciamo a domandarci da quale parte stia prima di decidere se meriti la nostra voce, il problema non è più Gaza.
Il problema siamo diventati noi.
Il 7 ottobre non giustifica la disumanizzazione dei palestinesi e Gaza non cancella i crimini di Hamas. L’antisemitismo deve essere combattuto, così come l’islamofobia o la cristianofobia, ma non può diventare l’etichetta con cui neutralizzare ogni critica a Israele. La legge morale cristiana non cambia con le alleanze: ogni innocente è inviolabile, ogni potere è limitato, ogni coscienza pacifica deve poter parlare. Perché quando la ragion di Stato pretende di stabilire quali vittime possiamo piangere, il cristiano ha il dovere di disobbedire almeno al silenzio.
