La guerra con l’Iran, Gaza, la crisi dello Stretto di Hormuz e le nuove inquietudini delle monarchie del Golfo mostrano il logoramento dell’ordine costruito da Washington dopo la Guerra fredda. Non è la fine della presenza americana nella regione. È qualcosa di più sottile: la fine della convinzione che la superiorità militare degli Stati Uniti basti a produrre stabilità.

Dopo il 1991 sembrava non esistesse alternativa

C’è stato un tempo, non molto lontano, nel quale il Medio Oriente sembrava avere un garante. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la guerra del Golfo del 1991, gli Stati Uniti si trovarono in una posizione irripetibile: basi militari, alleanze con le monarchie arabe, protezione di Israele, controllo delle principali rotte energetiche e nessuna potenza globale realmente in grado di contendere loro il primato regionale.

Era nato quello che potremmo chiamare il Medio Oriente americano. Un sistema fondato su un patto semplice: Washington avrebbe garantito sicurezza e deterrenza; gli alleati avrebbero accettato, con maggiore o minore entusiasmo, la sua leadership.

Quel sistema oggi non è necessariamente morto. Ma è profondamente incrinato.

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha reso evidente ciò che anni di crisi avevano lentamente preparato: possedere la più potente macchina militare del mondo non significa essere capaci di ordinare una regione. Gli Stati del Golfo continuano ad avere bisogno degli Stati Uniti, ma contemporaneamente scoprono quanto possa essere pericoloso dipendere da una potenza che decide strategie dalle quali essi subiscono direttamente le conseguenze.

La forza non basta a costruire un ordine

È questo il punto che spesso sfugge alla cultura politica occidentale. Vincere una battaglia non significa costruire una pace. Bombardare un avversario non significa governare ciò che viene dopo. Abbattere un regime, indebolire una milizia o distruggere un’infrastruttura non equivale a creare un ordine politico migliore.

L’Iraq avrebbe dovuto insegnarlo. L’Afghanistan avrebbe dovuto confermarlo. La Libia avrebbe dovuto renderlo definitivamente evidente.

E invece ritorna continuamente la stessa tentazione: quella di pensare che la superiorità tecnologica possa sostituire la politica.

Anche l’attuale crisi iraniana mostra questo limite. Mesi di guerra non hanno cancellato Teheran dalla carta geopolitica. Lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare un punto vulnerabile dell’economia mondiale, mentre le tensioni si propagano verso il Mar Rosso e il Bab el-Mandeb. Proprio oggi l’escalation degli Houthi contro obiettivi sauditi, insieme alle difficoltà della navigazione attraverso Hormuz, conferma quanto rapidamente una guerra apparentemente circoscritta possa contaminare l’intera regione.

È il paradosso della potenza americana: Washington possiede mezzi militari incomparabilmente superiori a quelli dei suoi avversari, ma non possiede più la capacità di trasformare automaticamente quella superiorità in obbedienza politica.

Il Golfo comincia a guardarsi intorno

Le monarchie arabe non stanno improvvisamente divorziando dagli Stati Uniti. Sarebbe una lettura semplicistica. Non esiste oggi un sostituto immediato dell’apparato militare, tecnologico e d’intelligence americano.

Ma qualcosa è cambiato.

Gli Emirati cercano alternative logistiche alle rotte più esposte alla pressione iraniana; i Paesi del Golfo investono nelle proprie capacità militari; Arabia Saudita, Qatar ed Emirati mantengono contemporaneamente rapporti con Washington, Pechino, Mosca e, quando necessario, con la stessa Teheran. Un consigliere presidenziale emiratino ha riconosciuto in settembre che affidarsi soltanto alla protezione americana non è più sufficiente.

È la fine della fedeltà esclusiva. Il Medio Oriente sta tornando multipolare.

La Cina non deve necessariamente sostituire gli Stati Uniti per vincere questa partita. Le basta che gli Stati della regione non considerino più Washington come l’unica porta attraverso cui passare. Lo stesso vale, in misura diversa, per Russia, India e altre potenze emergenti.

Israele e il limite della deterrenza permanente

Poi c’è Israele. Per decenni la strategia americana ha tentato di compiere un’operazione difficilissima: garantire la sicurezza israeliana e contemporaneamente integrare lo Stato ebraico in un sistema regionale accettabile per gli alleati arabi.

Gli Accordi di Abramo sembravano avere portato quella strategia vicino al successo.

Gaza ha cambiato il quadro.

Si era creduto che la questione palestinese potesse essere progressivamente marginalizzata, quasi amministrata come un problema secondario mentre diplomazia, investimenti, tecnologia e accordi militari ridisegnavano la regione. È stata una delle illusioni più pericolose degli ultimi anni.

La Palestina non era scomparsa perché se ne parlava meno nei palazzi diplomatici.

Ed è difficile costruire una coalizione stabile tra Israele e mondo arabo quando le opinioni pubbliche arabe assistono alla devastazione di Gaza. La politica può ignorare per qualche tempo i popoli; raramente può farlo indefinitamente.

Il nuovo Medio Oriente sarà più instabile, non necessariamente antiamericano

Qui però bisogna distinguersi dalle profezie troppo definitive. Parlare di “fine del Medio Oriente americano” non significa immaginare domani la chiusura delle basi statunitensi o il ritiro della Quinta Flotta.

Le egemonie raramente finiscono in un giorno.

La crisi di Suez del 1956 mostrò che Gran Bretagna e Francia non erano più le potenze dominanti di un tempo, ma il loro ridimensionamento richiese anni. Allo stesso modo, gli Stati Uniti potrebbero restare a lungo la principale potenza militare esterna del Medio Oriente pur avendo perduto qualcosa di ancora più importante: la capacità di definire da soli le regole del gioco.

È questa la trasformazione che stiamo osservando.

Non un Medio Oriente senza America, ma un Medio Oriente nel quale l’America non basta più.

La vera sconfitta è l’illusione dell’onnipotenza

Da cristiani dovremmo osservare questa crisi con uno sguardo capace di andare oltre la tifoseria geopolitica. Non c’è da festeggiare l’indebolimento americano, così come non bisogna trasformare Iran, Russia o Cina in improbabili portatori di un nuovo ordine morale.

Il problema è più profondo.

È la crisi della convinzione che la pace possa essere costruita attraverso una superiorità militare permanente. La forza può fermare un aggressore, proteggere un popolo, impedire un massacro. Può essere necessaria. Ma quando diventa il principale linguaggio delle relazioni internazionali finisce per generare la stessa instabilità che pretende di controllare.

Forse questo è ciò che sta terminando nel Medio Oriente del 2026: non la presenza degli Stati Uniti, ma il mito secondo cui una potenza abbastanza armata possa ordinare indefinitamente la storia degli altri.

E sarebbe un errore sostituire quel mito con un altro impero.

La regione ha bisogno di sicurezza, certamente. Ma ha bisogno soprattutto di politica, diplomazia, riconoscimento reciproco, libertà di navigazione, sviluppo economico e di una soluzione giusta della questione palestinese. Ha bisogno, soprattutto, che i popoli cessino di essere considerati semplicemente caselle sopra una carta strategica.

Perché nessun ordine è veramente stabile quando deve essere continuamente bombardato per rimanere in piedi.

 Il tramonto dell’ordine americano in Medio Oriente non significa necessariamente il tramonto degli Stati Uniti. Significa la crisi di un’idea: che basi militari, alleanze armate e superiorità tecnologica possano sostituire indefinitamente la politica. La pace non nasce quando una potenza riesce a dominare tutti, ma quando nessuno ha più interesse a incendiare la casa comune.