Trentatré anni fa Cosa nostra uccideva il parroco di Brancaccio nel giorno del suo compleanno. Oggi Palermo è diversa, ma sarebbe consolatorio pensare che la mafia appartenga al passato. Non spara più come nella stagione delle stragi, cerca meno clamore, entra nell’economia, nella droga, nelle scommesse e nelle periferie abbandonate. E alla Chiesa siciliana Puglisi continua a porre la stessa domanda: basta condannare la mafia o bisogna sottrarle il terreno umano sul quale cresce?

Quel sorriso che Cosa nostra non riuscì a uccidere

Alle 20.40 del 15 settembre 1993 padre Giuseppe Puglisi veniva assassinato davanti alla porta di casa, in piazzale Anita Garibaldi. Compiva cinquantasei anni. Cosa nostra aveva compreso perfettamente la pericolosità di quel piccolo prete apparentemente disarmato: non organizzava eserciti contro i boss, sottraeva loro i bambini. A Brancaccio aveva capito che la mafia non comincia con la pistola, ma molto prima, quando un ragazzo cresce convincendosi che lo Stato è lontano, la scuola inutile, il lavoro impossibile e il mafioso l’unico uomo capace di risolvere un problema. Per questo aveva fondato il Centro Padre Nostro e ripeteva che con bambini e adolescenti si era ancora in tempo. Fu ucciso in odium fidei, riconoscendo così la Chiesa che la mafia non aveva eliminato soltanto un oppositore civile, ma un testimone del Vangelo.

Palermo è cambiata. Ma la mafia non è scomparsa

Sarebbe ingiusto raccontare la Palermo di oggi come quella del 1993. La città ha conosciuto una straordinaria crescita della coscienza antimafia, generazioni di studenti sono cresciute con i nomi di Falcone, Borsellino, Livatino e Puglisi, lo Stato ha colpito duramente Cosa nostra. Ma sarebbe altrettanto ingenuo celebrare la vittoria. Le indagini del 2026 descrivono ancora mandamenti capaci di coordinarsi, vecchi boss che mantengono influenza, racket, droga, scommesse e investimenti nell’economia legale. La mafia contemporanea ha imparato una lezione: il kalashnikov attira lo Stato, il denaro molto meno. Può preferire l’impresa alla strage, la dipendenza economica all’intimidazione spettacolare, il controllo silenzioso alla dimostrazione militare. Non è necessariamente una mafia più debole: è una mafia che cerca di diventare meno visibile.

Lorefice: «La peste è tornata»

Per questo hanno avuto un peso enorme le parole pronunciate dall’arcivescovo Corrado Lorefice durante il Festino di Santa Rosalia dello scorso luglio: «la peste è tornata a Palermo». Non era retorica. Lorefice ha parlato del ritorno del racket, delle intimidazioni, della violenza, della droga, dei giovani scoraggiati e della mancanza di lavoro, arrivando a denunciare responsabilità della politica quando non riesce a progettare il futuro o presenta contiguità con logiche mafiose. Ma ha compiuto un gesto ancora più ecclesiale: non ha assolto la Chiesa. Ha riconosciuto che anche essa deve interrogarsi quando non testimonia abbastanza luminosamente il Vangelo.

È questo il linguaggio di Puglisi. La mafia non è soltanto criminalità organizzata: è peccato organizzato. È una struttura che trasforma il bisogno in dipendenza, il favore in obbedienza, il denaro in potere e la paura in silenzio. Per questo il mafioso può portare una statua in processione, tenere un’immagine sacra in casa o finanziare una festa religiosa, ma non può pretendere di essere contemporaneamente uomo di mafia e uomo di Chiesa. La Conferenza Episcopale Siciliana lo aveva affermato con parole inequivocabili già nel 1994: l’appartenenza deliberata alla mafia è «in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo».

Una Chiesa che deve stare dove la mafia recluta

La CESi ha oggi una responsabilità particolare: trasformare quella condanna dottrinale in presenza pastorale. È significativo che nel marzo scorso la Commissione regionale per i Problemi sociali e il lavoro sia andata proprio allo ZEN, nella parrocchia San Filippo Neri, dopo le intimidazioni subite dalla comunità. È lì che la Chiesa deve stare: non soltanto nelle celebrazioni antimafia, ma nei quartieri nei quali il ragazzo deve decidere chi sarà il suo maestro, nei luoghi dove manca lavoro, nelle famiglie indebitate, accanto al commerciante al quale viene chiesto il pizzo.

Puglisi aveva intuito che l’antimafia cristiana non può ridursi alla legalità. La legalità è indispensabile, ma il Vangelo domanda di più: restituire dignità, libertà e speranza. Dove una parrocchia offre educazione a un bambino, una comunità accompagna una famiglia fragile, un sacerdote convince un commerciante a non piegarsi, un’associazione crea lavoro pulito, lì Cosa nostra perde territorio.

Non trasformiamo 3P in un santino

Oggi in Cattedrale il cardinale Domenico Battaglia presiede la Messa per il XXXIII anniversario del martirio e subito dopo viene presentato Il Vangelo per le strade, il libro nel quale Lorefice raccoglie i suoi discorsi alla città. È un accostamento significativo: Puglisi e la strada. Perché il modo peggiore di onorarlo sarebbe rinchiuderlo dentro una teca, trasformando il prete che disturbava i mafiosi nel santo innocuo delle commemorazioni ufficiali.

Padre Pino non deve diventare un santino antimafia. Deve continuare a disturbare. Deve disturbare il mafioso che pretende i sacramenti senza conversione, il politico che cerca voti nelle zone grigie, l’imprenditore che considera il pizzo un costo aziendale, il cristiano che vede e tace e anche una Chiesa che eventualmente preferisse la prudenza alla profezia.

Perché Cosa nostra può cambiare pelle, linguaggio, affari e perfino generazione. Il Vangelo, invece, continua a porle davanti lo stesso limite che Puglisi incarnò a Brancaccio: l’uomo non appartiene al mafioso. Appartiene a Dio.

 A trentatré anni dall’assassinio di padre Pino Puglisi, Palermo non è più la città delle stragi ma Cosa nostra non è scomparsa: cerca denaro, consenso e controllo con strumenti meno appariscenti. Lorefice ha avuto il coraggio di dire che «la peste è tornata» e la Chiesa siciliana è chiamata a raccogliere fino in fondo l’eredità di 3P: non soltanto denunciare la mafia, ma stare nei luoghi nei quali essa recluta, compra il silenzio e sfrutta la disperazione. Perché l’antimafia di Puglisi cominciava dal Vangelo e diventava educazione, lavoro, libertà.