In via della Giuliana pallini e piombini colpiscono i passanti, soprattutto donne. Due ferite in pochi giorni, una decina di segnalazioni. Un gesto ripetuto che svela la fragilità del quartiere “bene” e una violenza minuta, precisa, quasi domestica.

Lunedì pomeriggio, via della Giuliana semideserta, due passi dalle mura vaticane. Cristina Stillitano cammina e parla al telefono. Un dolore improvviso al tricipite, un foro netto sulla maglietta, il sangue. Dietro di lei nessuno. Il pallino — radiopaco, forse metallo, forse ceramica — le ha attraversato il braccio. Al pronto soccorso del Santo Spirito aspettano l’intervento al Cto. I commercianti della via, però, non si stupiscono: «Succede da giorni. Sempre alle donne».

Prati non è un quartiere che si presta al romanzo nero. È pietra chiara, palazzi umbertini, negozi di vetrina, uffici, ristoranti, turisti che scendono verso San Pietro. È il rione in cui la città si crede al sicuro, quel tratto di Roma in cui la violenza dovrebbe arrivare solo dai telegiornali. E invece arriva da una finestra, o da un’auto, o da un balcone: un colpo secco, quasi senza rumore, un oggetto piccolo che entra nella carne e poi sparisce.

Angela Perrone, commercialista, 57 anni, era passata dallo stesso marciapiede venerdì sera. Dolore al polpaccio, livido, «spostamento d’aria». Ha pensato a un ragazzino con la cerbottana. Ha denunciato solo quando ha letto il nome di Cristina. Due donne diverse per età, mestiere, fisionomia. Stesso tratto di strada, stessa ipotesi: qualcuno mira alle donne. «Un mitomane», dice Perrone. Non qualcuno che ce l’ha con lei o con l’altra: qualcuno che sceglie il genere.

I negozianti parlano di una decina di episodi. Gommini raccolti per terra. Turiste sfiorate. Poi i numeri si allungano: altre testimonianze, altri colpi, forse anche due uomini nella scia. I carabinieri perquisiscono, acquisiscono telecamere, cercano la traiettoria. L’arma è ad aria compressa, softair o qualcosa di più pesante: quello che ha ferito Stillitano non è un giocattolo da fiera. Ha perforato. Se avesse preso un occhio, una tempia, il collo, oggi parleremmo d’altro.

C’è qualcosa di particolarmente romano — e particolarmente contemporaneo — in questo cecchino da finestra. Non è il killer da film, non è la rapina, non è la rissa. È un gesto di potere minuscolo e ripetuto: stare al chiuso, scegliere il bersaglio che passa, premere. La vittima non vede, spesso non sente lo sparo, si volta e trova il vuoto. È la violenza che non si fa riconoscere, che si nasconde nella quotidianità del quartiere elegante. Il sacro è a due isolati; il profano spara ai polpacci e alle braccia delle donne che camminano.

Si può sorridere, si può dire «solo pallini». Si può ricordare che non è un kalashnikov. Ma il punto non è la potenza dell’arma: è la scelta del bersaglio e la durata del gioco. Giorni. Forse una settimana. Donne sole, orari diversi, stesso tratto. Chi spara sa che la città fatica a vedere ciò che non fa rumore da prima pagina. Sa che una ferita al braccio, se non diventa tragedia, resta cronaca minuta. Sa che molte non denunciano subito perché «sembrava un ragazzino».

C’è anche un altro strato, più sgradevole. In un Paese che discute da anni di violenza di genere, di strade sicure, di «non è un complimento», ecco un uomo — o chi per lui — che traduce il pregiudizio in gesto: la donna che passa è bersaglio disponibile. Non serve conoscerla. Basta che sia donna. Il mitomane di via della Giuliana non inventa nulla: applica, in scala ridotta e con un’arma da softair, una logica antica. La strada è sua. Il corpo che la percorre è oggetto.

Prati reagisce come sa fare Prati: i commercianti parlano, i residenti si allarmano, i carabinieri perlustrano. Qualcuno ha già i sospetti, quattro nomi girano tra le carte. Ma il vero scandalo non è solo l’identità di chi spara. È che sia stato possibile farlo per giorni, in pieno centro, a due passi da uno dei luoghi più sorvegliati d’Italia, senza che la via si fermasse. La città ha occhi ovunque eppure, a un certo punto, smette di vedere il particolare: un foro di cinque millimetri sulla maglietta, un livido al polpaccio, un pallino raccolto nel cassetto del ristorante.

Cristina Stillitano ha deciso di esporsi «perché non accada più». È la frase giusta e insufficiente. Non accadrà più solo se chi spara viene trovato. Accadrà ancora, in altre forme, finché una donna che cammina da sola in una via “bene” resterà, per qualcuno, un bersaglio a disposizione.

A Prati il cecchino non ha bisogno della notte: gli basta una finestra e una donna che passa.