Cinque morti e ventisette feriti sull’arteria tra Rieti e Terni. Le responsabilità individuali saranno accertate, ma una strada non è mai un semplice fondale: può prevenire l’errore umano oppure trasformarlo in una condanna senza appello

Cinque morti, ventisette feriti, quattro persone in condizioni gravi. Un pullman, un camper e tre automobili ridotti a un ammasso di lamiere sulla strada statale 79 Ternana, nei pressi del lago di Ventina, tra gli svincoli di Colli sul Velino e Piediluco. Detriti, valigie e oggetti personali sparsi sull’asfalto: ciò che rimane di viaggi cominciati come tanti altri e interrotti in pochi, terribili secondi.

La dinamica dell’incidente dovrà essere ricostruita dalla Polizia stradale. Sarebbe irresponsabile attribuire oggi colpe definitive ai conducenti, alle condizioni dei mezzi o alla strada. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile considerare l’infrastruttura come un fondale neutro, una specie di scenario incolpevole sul quale si consumano fatalità inspiegabili.

Le strade non guidano gli uomini, ma possono perdonarne gli errori oppure moltiplicarne le conseguenze.

La tragedia è avvenuta formalmente nel territorio della provincia di Rieti, a pochi passi dal confine regionale. Eppure riguarda direttamente l’Umbria, perché la Terni-Rieti è una delle principali arterie dell’Umbria meridionale, percorsa ogni giorno da lavoratori, famiglie, pullman, camper e mezzi pesanti. È una strada che unisce due regioni, ma che porta con sé molti dei difetti storici della viabilità appenninica: carreggiate uniche, corsie contrapposte, lunghi tratti nei quali basta una deviazione di pochi metri perché due veicoli si trovino frontalmente l’uno contro l’altro.

L’ultimo tratto della SS 79 bis, inaugurato come il definitivo completamento della Terni-Rieti, è stato realizzato a carreggiata unica, con una sola corsia per senso di marcia e una larghezza complessiva di 10,5 metri. Non è di per sé una configurazione irregolare. Ma quando una direttrice viene chiamata “superstrada”, sostiene traffico veloce e accoglie contemporaneamente automobili, autobus e mezzi pesanti, l’assenza di una separazione fisica tra i due sensi di marcia diventa una questione che non può essere rimossa dal dibattito pubblico.

Non sappiamo ancora perché il camper diretto verso Terni e il pullman proveniente dalla direzione opposta si siano scontrati frontalmente. Sappiamo, però, che su una strada a carreggiate separate un’invasione della corsia opposta incontra una barriera; su una strada a doppio senso, incontra un altro essere umano.

È questa la differenza tra l’errore e la strage.

Il Ministero delle Infrastrutture ha riconosciuto da tempo un principio che dovrebbe orientare ogni politica della mobilità: l’infrastruttura stradale può essere causa e, più frequentemente, concausa degli incidenti, ma soprattutto può determinare la gravità delle loro conseguenze. Affermarlo non significa anticipare le conclusioni degli inquirenti. Significa rifiutare la comoda liturgia istituzionale secondo cui, dopo ogni tragedia, tutto viene ricondotto alla velocità, alla distrazione o a un generico “errore umano”.

L’essere umano sbaglia. Proprio per questo si progettano strade sicure.

Una rete moderna deve essere costruita non soltanto per chi guida perfettamente, ma anche per contenere le conseguenze di un malore, di un colpo di sonno, di una distrazione, di un guasto o di una manovra improvvisa. La sicurezza non consiste nell’immaginare conducenti infallibili; consiste nell’impedire che un singolo errore diventi una sentenza di morte collettiva.

In Umbria il problema assume dimensioni ormai intollerabili. Buche, avvallamenti, segnaletica insufficiente, vegetazione non controllata, frane, cantieri interminabili e manutenzioni eseguite quando il dissesto è già diventato emergenza compongono il paesaggio ordinario di troppe strade regionali, provinciali e comunali. Nel 2025, nella sola città di Terni, l’80 per cento delle denunce relative ai sinistri risultava collegato a buche e tombini; nello stesso anno erano ancora pendenti oltre duecento richieste non arrivate in giudizio. A Perugia sono state circa cinquecento le richieste di risarcimento presentate nel 2025 per danni riconducibili alle condizioni stradali.

Persino la Regione, annunciando diciotto milioni di euro per la viabilità provinciale, ha parlato di risorse per la manutenzione ordinaria “attese da anni”. Quelle parole rappresentano involontariamente una confessione: la manutenzione ordinaria, proprio perché ordinaria, non dovrebbe essere attesa per anni.

Anche nell’area di Piediluco, pochi mesi prima della tragedia, un tratto della provinciale 79 era stato chiuso dopo la caduta di massi sulla carreggiata, provocata dalle intense piogge. Non si tratta dello stesso punto e non esiste, allo stato, alcun collegamento tra quell’episodio e lo schianto del 2 agosto. Ma è il segnale di un territorio fragile che richiede sorveglianza continua, consolidamento dei versanti, manutenzione preventiva e risorse certe, non interventi episodici annunciati dopo l’emergenza.

L’Umbria non può continuare a promuoversi come cuore verde d’Italia e poi costringere residenti e visitatori a percorrere arterie che, troppo spesso, sembrano dimenticate ai margini delle priorità nazionali. Non può esaltare borghi, santuari, laghi e paesaggi e trascurare le strade necessarie per raggiungerli in sicurezza. Non può accettare che tra Perugia, Terni, la Valnerina e i territori di confine la mobilità sia considerata un problema minore, da affrontare con rattoppi e finanziamenti straordinari.

Ora è il momento del dolore e del rispetto. Le vittime non devono diventare un argomento per dispute politiche premature. Ma il rispetto non coincide con il silenzio. Anzi, il silenzio istituzionale, dopo le corone di fiori e le dichiarazioni di cordoglio, sarebbe l’offesa più grave.

Bisogna accertare ogni responsabilità individuale. Bisogna verificare le condizioni dei veicoli, la velocità, la segnaletica, la pavimentazione, la visibilità, le barriere e la conformazione del tratto. Bisogna rendere pubblici gli esiti delle perizie e valutare seriamente la separazione dei flussi nei punti più esposti agli scontri frontali.

La strada non sarà necessariamente la causa di questa tragedia. Ma nessuno può escluderne a priori il concorso infrastrutturale o il ruolo nell’aver reso tanto devastanti le conseguenze dell’impatto.

Cinque persone non torneranno a casa. Ventisette famiglie attendono notizie dagli ospedali. Davanti a questo dolore, le istituzioni non possono limitarsi a raccomandare prudenza agli automobilisti. Devono dimostrare di averla esercitata per prime, progettando, controllando e mantenendo le strade affidate alla loro responsabilità.

La dinamica dello schianto sulla SS 79 dovrà essere accertata senza processi sommari. Ma la tragedia impone una domanda che l’Umbria non può più eludere: quante conseguenze potrebbero essere evitate da strade meglio mantenute, controllate e capaci di perdonare l’errore umano?