Gli Sweden Democrats arretrano per la prima volta dalla loro entrata in Parlamento e il centrosinistra di Magdalena Andersson intravede il ritorno al governo. Non è ancora la sconfitta del populismo europeo e sarebbe ingenuo celebrarla come tale. Ma dalla Svezia arriva una domanda che riguarda tutto il continente: dopo avere adottato una parte delle ricette della destra radicale sull’immigrazione, gli elettori vogliono davvero consegnarle anche le chiavi del governo?

La sorpresa viene dalla Svezia

Forse qualcosa si è mosso nel grande laboratorio politico del Nord Europa. Non ancora un’inversione di tendenza, certamente non la prova che l’ondata delle destre radicali europee sia terminata. Ma una frenata sì, e abbastanza significativa da meritare attenzione.

Alle elezioni svedesi del 13 settembre il blocco che sostiene la socialdemocratica Magdalena Andersson risulta, nello scrutinio ancora provvisorio, davanti alla coalizione del premier conservatore Ulf Kristersson. Il margine è minimo: 176 seggi contro 173. In una democrazia parlamentare frammentata significa che tutto resta complicato e che la formazione di un eventuale governo Andersson potrebbe trasformarsi in una lunga trattativa.

Il dato più interessante, però, è un altro. Gli Sweden Democrats di Jimmie Åkesson scendono attorno al 17,5 per cento, dal 20,5 per cento circa del 2022, perdendo una decina di seggi. È la prima volta, da quando sono entrati nel Riksdag nel 2010, che arretrano in un’elezione politica.

In un’Europa nella quale sembrava esistere soltanto una direzione — verso destra e ancora più a destra — la Svezia ha improvvisamente inserito un punto interrogativo.

Non è tornata la Svezia delle porte aperte

Attenzione, però, a non leggere il risultato con categorie troppo semplici. La Svezia non si è svegliata improvvisamente progressista, multiculturalista e desiderosa di tornare alla politica migratoria degli anni della grande accoglienza.

Quella stagione è finita.

Persino i Socialdemocratici di Andersson hanno ormai assunto una posizione molto più restrittiva sull’immigrazione rispetto al passato. Negli ultimi anni il Paese ha conosciuto una trasformazione profonda del proprio dibattito politico, anche sotto la pressione della criminalità organizzata, delle bande giovanili e delle difficoltà di integrazione. Le domande sulla sicurezza poste dagli Sweden Democrats non sono evaporate semplicemente perché il partito ha perso tre punti.

Anzi, qui appare il primo paradosso.

La destra radicale può perdere elettoralmente dopo avere vinto culturalmente.

Se costringe gli altri partiti a utilizzare il suo vocabolario, a riconoscere i problemi che aveva denunciato e infine ad adottare parte delle sue politiche, una diminuzione percentuale non equivale necessariamente a una sconfitta politica.

La Svezia di domani, anche con Andersson premier, difficilmente tornerà alla Svezia migratoria di dieci o quindici anni fa.

Ma allora perché arretra Åkesson?

È precisamente questa la domanda interessante.

Se gli elettori continuano a chiedere controllo dell’immigrazione e sicurezza, perché una parte di loro ha abbandonato proprio il partito che di queste battaglie aveva fatto la propria bandiera?

Una spiegazione è certamente interna. Gli Sweden Democrats hanno sostenuto dall’esterno il governo Kristersson dal 2022 e hanno quindi sperimentato il problema che prima o poi incontra ogni forza antisistema: quando contribuisci realmente a governare, diventi responsabile anche di ciò che non funziona.

È facile essere il partito della protesta quando si osserva il palazzo dalla piazza. Diventa molto più difficile quando le proprie decisioni contribuiscono a determinare ciò che accade dentro il palazzo.

Ma esiste anche un secondo elemento. Questa volta la posta in gioco era diventata più alta: non soltanto appoggiare un governo conservatore dall’esterno, ma aprire la strada alla possibilità che gli Sweden Democrats entrassero direttamente nell’esecutivo.

Ed è possibile che una parte dell’elettorato abbia detto: fin qui sì, oltre no.

L’ombra tedesca dell’AfD

Qui entra in scena la Germania.

Non credo si possa parlare semplicisticamente di un “effetto AfD” sulla Svezia, come se l’elettore di Göteborg o Stoccolma fosse entrato nella cabina elettorale pensando alle vicende tedesche. Non abbiamo elementi per affermarlo.

Esiste però un effetto europeo più ampio.

L’avanzata di Alternative für Deutschland ha modificato la percezione della destra radicale nel continente. Quando una forza di protesta diventa sufficientemente grande da poter aspirare concretamente al potere, cambia anche il modo nel quale viene osservata. Le parole smettono di essere provocazioni pronunciate dall’opposizione e diventano potenziali politiche di governo.

Immigrazione, islam, identità nazionale, “remigrazione”, cittadinanza: ciò che pronunciato da un movimento al 5 per cento può sembrare lo sfogo di una periferia politica, pronunciato da una forza che può conquistare il governo assume tutt’altro significato.

La domanda dell’elettore cambia: non più “hanno ragione nel denunciare il problema?”, ma “voglio veramente che siano loro a gestire lo Stato?”

È una differenza enorme.

Il fantasma della “remigrazione”

E c’è una parola che dovrebbe preoccupare particolarmente un cristiano: remigrazione.

Nata apparentemente come espressione tecnica, è diventata in alcuni ambienti della destra radicale europea qualcosa di assai più ambiguo: non soltanto rimpatrio di chi non possiede titolo per rimanere, questione sulla quale uno Stato ha evidentemente il diritto di legiferare, ma progetto di ridefinizione culturale ed etnica della comunità nazionale.

Qui la politica dell’immigrazione cambia natura.

Uno Stato ha il diritto e il dovere di controllare le proprie frontiere. Può stabilire chi abbia diritto all’asilo, contrastare l’immigrazione irregolare, espellere chi non possiede titolo per restare e pretendere integrazione, conoscenza della lingua, rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.

Ma quando il problema non è più ciò che una persona fa, bensì ciò che una persona è, abbiamo attraversato un confine.

La Dottrina sociale della Chiesa non prescrive quote migratorie né obbliga uno Stato ad accogliere indiscriminatamente chiunque. Ma afferma qualcosa che precede qualsiasi politica migratoria: la dignità della persona non dipende dal passaporto, dalla razza, dalla religione o dall’utilità economica.

Una politica può essere severa senza diventare disumana. È precisamente questa distinzione che l’Europa rischia di perdere.

La lezione svedese: ascoltare il problema senza sposare l’ideologia

Ed è forse qui che la Svezia diventa interessante anche per il resto dell’Europa.

Per anni una parte delle élite progressiste ha commesso un errore enorme: chiunque sollevasse problemi sull’immigrazione veniva troppo facilmente sospettato di xenofobia. Intanto nelle periferie crescevano segregazione, criminalità, difficoltà scolastiche e conflitti culturali. La destra radicale ha occupato quello spazio lasciato vuoto.

Oggi rischiamo l’errore contrario.

Avendo finalmente riconosciuto che esiste un problema di governo dei flussi migratori, dovremmo forse accettare anche il nazionalismo identitario, la teoria della sostituzione etnica, la diffidenza verso il musulmano in quanto musulmano e l’idea della società come comunità etnicamente omogenea?

No.

Tra il negazionismo progressista e l’ossessione identitaria esiste uno spazio politico enorme. Ed è proprio lì che dovrebbe ricostruirsi il centro della democrazia europea.

La destra moderata rischia di essere divorata dalla propria alleanza

C’è poi una lezione che riguarda soprattutto i conservatori.

Kristersson ha governato grazie al sostegno degli Sweden Democrats e ha realizzato una parte significativa della svolta restrittiva sull’immigrazione. Ma quando una destra tradizionale adotta progressivamente linguaggio e priorità della destra radicale, sperando così di neutralizzarla, corre un rischio.

L’elettore può domandarsi: se quelle idee sono giuste, perché dovrei votare la copia quando posso scegliere l’originale?

Oppure può accadere il contrario, come sembra essere avvenuto almeno in parte in Svezia: l’elettore approva alcune politiche ma non vuole consegnare l’intero governo alla forza più radicale.

Ed è questa seconda possibilità che dovrebbe far riflettere l’Europa.

Si può volere meno immigrazione senza volere l’estrema destra.

Si può chiedere sicurezza senza desiderare una società della paura.

Si può difendere l’identità nazionale senza trasformare lo straniero nel capro espiatorio di ogni fallimento.

Si può amare la propria patria senza avere bisogno di disprezzare quella degli altri.

Il Nord Europa sta mettendo un argine?

Sarebbe prematuro dirlo.

Gli Sweden Democrats conservano circa un sesto dell’elettorato svedese. Non sono scomparsi, non sono stati marginalizzati e hanno contribuito profondamente a modificare l’agenda nazionale. Anche il risultato complessivo rimane appeso a pochissimi seggi e la sinistra che potrebbe sostenere Andersson è tutt’altro che omogenea.

Per questo non vedo nella Svezia il principio automatico di una “riscossa progressista”.

Vedo qualcosa di più interessante: un possibile limite alla normalizzazione dell’estrema destra.

Gli elettori possono accettare che alcune delle sue domande siano legittime senza condividerne tutte le risposte. Possono chiedere confini controllati senza desiderare frontiere morali. Possono pretendere integrazione senza accettare discriminazione. Possono preoccuparsi della sicurezza senza consegnare alla paura la propria scheda elettorale.

Né AfD né ritorno al passato

La domanda iniziale, dunque, rimane: effetto AfD oppure consapevolezza interna?

Probabilmente soprattutto la seconda, dentro però un clima europeo nel quale la prima contribuisce a rendere visibili le conseguenze possibili della radicalizzazione.

La Germania mostra quanto lontano possa arrivare un movimento quando la protesta identitaria diventa forza politica di massa. La Svezia potrebbe invece mostrarci il momento nel quale una parte dell’elettorato conservatore decide che esiste una distanza fra correggere le politiche migratorie e consegnare il governo alla destra radicale.

Se fosse davvero questa la lezione delle urne, sarebbe importante anche per l’Italia, la Francia e l’intera Unione europea.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato per la sinistra festeggiare pensando di poter tornare indietro. Non può. Le domande sulla sicurezza, sull’integrazione, sulla sostenibilità dei flussi migratori e sulla coesione sociale restano sul tavolo. Ignorarle nuovamente significherebbe preparare la prossima vittoria della destra radicale.

La risposta democratica non consiste nel negare quelle domande. Consiste nel dare risposte migliori.

E per un cristiano esiste un criterio ulteriore: governare senza trasformare l’uomo in nemico. Perché uno Stato può decidere chi abbia diritto a varcare una frontiera. Non può decidere chi abbia diritto alla dignità.

 Gli Sweden Democrats arretrano per la prima volta alle elezioni politiche, mentre il centrosinistra di Magdalena Andersson sfiora il ritorno al governo. Non è ancora il riflusso della destra radicale europea e non dimostra un “effetto AfD”. Ma potrebbe indicare qualcosa di altrettanto importante: una parte dell’elettorato vuole politiche migratorie rigorose senza necessariamente affidarsi a chi trasforma immigrazione e identità nella spiegazione di ogni problema nazionale.