Dalla procreazione assistita ai gameti artificiali, dalla selezione genetica all’intelligenza artificiale in medicina: i vescovi francesi entrano nel dibattito sulla revisione della legge bioetica con una domanda che precede tutte le altre. Non quanto possiamo spingere avanti la tecnica, ma quale idea di uomo vogliamo consegnare al futuro.

Ci sono domande che arrivano sempre troppo tardi.

La prima è: possiamo farlo?

La seconda, assai più difficile, dovrebbe invece venire prima: dobbiamo farlo?

È dentro lo spazio che separa queste due domande che oggi si gioca una parte decisiva della bioetica contemporanea. La scienza corre, la tecnica apre possibilità che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza, la legislazione cerca affannosamente di inseguirle. E nel frattempo rischiamo di perdere di vista la domanda più semplice e più radicale: che cosa stiamo facendo dell’uomo?

È precisamente su questo terreno che la Chiesa cattolica francese ha scelto di intervenire negli États généraux de la bioéthique, il grande confronto pubblico che precede la revisione della legge prevista per il 2028. La Conferenza episcopale francese ha pubblicato una corposa riflessione nella quale prova a far ascoltare quella che definisce una propria «parola singolare»: non una pretesa di fermare la ricerca scientifica, ma il tentativo di tenere insieme avanzamento tecnico e progresso autenticamente umano.

È una distinzione fondamentale.

Non tutto ciò che rappresenta un progresso della tecnica costituisce automaticamente un progresso dell’uomo.

La storia lo ha già dimostrato molte volte. La capacità di intervenire sulla materia non produce da sola il criterio morale per decidere come utilizzarla. Possiamo conoscere sempre meglio il genoma, manipolare cellule, sostituire organi, costruire algoritmi capaci di assistere diagnosi e terapie. Ma nessuna macchina potrà dirci che cosa sia una vita degna di essere vissuta. Nessuna provetta potrà stabilire che cosa significhi essere padre, madre, figlio. Nessun algoritmo potrà decidere quale grado di fragilità renda una persona meno persona.

Ed è precisamente qui che la bioetica smette di essere una materia per specialisti. Essa riguarda tutti.

La questione della procreazione, ad esempio, non consiste soltanto nel decidere quali tecniche autorizzare. Significa chiedersi quale rapporto vogliamo stabilire tra desiderio e diritto, tra generazione e produzione, tra figlio e progetto.

Nel documento dei vescovi francesi torna infatti con forza il richiamo alla «dignità della procreazione». Di fronte alle nuove possibilità offerte dalla medicina riproduttiva, la Chiesa teme che l’atto del generare possa progressivamente trasformarsi in una prestazione tecnica governata dalla logica dell’efficienza, della selezione e della soddisfazione del desiderio adulto.

La questione è più seria di quanto suggeriscano gli slogan contrapposti.

Non si tratta di giudicare le persone né di ignorare il dolore di chi desidera un figlio e non riesce ad averlo. Proprio la sofferenza umana merita rispetto. Ma rispettare una sofferenza non significa considerare automaticamente lecita ogni soluzione tecnicamente possibile.

Il figlio non è un prodotto. Non è il risultato dovuto di un investimento emotivo, economico o sanitario. È un altro.

È forse questa alterità radicale del figlio ciò che la cultura contemporanea fatica maggiormente ad accettare. Noi siamo abituati a programmare. Programmiamo viaggi, carriere, consumi, investimenti, persino l’immagine che vogliamo offrire di noi stessi. La tecnica ci ha educati alla personalizzazione.

Ma una persona non può essere personalizzata come un prodotto.

Il documento episcopale usa un’espressione particolarmente significativa: occorre recuperare la capacità di meravigliarsi davanti alla novità di una vita, sottraendo la procreazione alle logiche della fabbricazione, dell’ottimizzazione e della mercificazione.

È una parola antica, la meraviglia. Eppure forse è precisamente ciò che manca alla nostra società tecnologica. Ci meravigliamo sempre meno perché pretendiamo di controllare sempre di più.

La vita, invece, conserva qualcosa che sfugge al controllo. Arriva come un dono, porta con sé l’imprevisto, può essere fragile, malata, diversa da come l’avevamo immaginata.

Ed è proprio sulla fragilità che si apre il secondo grande fronte della bioetica.

La possibilità di estendere i test genetici prima della nascita, di selezionare embrioni, di individuare sempre più precocemente anomalie e predisposizioni potrebbe certamente offrire strumenti preziosi alla medicina. Ma porta con sé una domanda terribile: quando la diagnosi smette di servire la persona e comincia a selezionarla?

La frontiera è sottilissima. Una medicina costruita per curare il malato può lentamente trasformarsi in una medicina che evita la nascita del malato. Sono due cose completamente diverse.

È qui che assume significato quella che i vescovi francesi chiamano «etica della vulnerabilità»: affermare che la dignità umana non dipende dalla corrispondenza a parametri di normalità fisica o genetica. Altrimenti il rischio è introdurre, quasi senza accorgercene, una nuova discriminazione: vite desiderabili e vite indesiderabili, bambini compatibili con le nostre aspettative e bambini che sarebbe stato preferibile non far nascere.

La parola eugenetica fa paura. Per questo raramente viene pronunciata.

Ma le società non diventano eugenetiche soltanto quando lo Stato impone brutalmente una selezione. Possono diventarlo anche dolcemente, attraverso aspettative sociali, protocolli sanitari, pressioni economiche, assicurazioni, statistiche e una cultura nella quale mettere al mondo un figlio affetto da una determinata patologia finisce per apparire quasi come una scelta irresponsabile.

La discriminazione moderna non ha necessariamente bisogno dell’uniforme. Può indossare un camice bianco.

E tuttavia sarebbe un errore ridurre l’intervento della Chiesa alla sola sessualità o alla procreazione. La stessa riflessione francese affronta l’intelligenza artificiale applicata alla medicina, gli xenotrapianti, il rapporto fra salute e ambiente, le disuguaglianze nell’accesso alle cure e la sostenibilità dei sistemi sanitari.

Ed è forse proprio qui che emerge il contributo più interessante della visione cristiana.

L’uomo non può essere diviso in pezzi.

Non esiste l’embrione separato dal povero, il malato separato dall’ambiente, l’anziano separato dal sistema economico, il disabile separato dalla comunità, il migrante separato dalla salute pubblica.

O la dignità è indivisibile oppure diventa semplicemente un privilegio concesso a chi possiede determinate caratteristiche.

La bioetica, dunque, non è soltanto la disciplina che decide che cosa è permesso fare nei laboratori.

È il luogo nel quale una società decide chi considera degno di essere accolto.

Ed è qui che la «parola singolare» della Chiesa può diventare una parola utile anche per chi non crede.

Perché il cristianesimo non possiede una tecnica alternativa. Non offre un laboratorio concorrente. Offre una misura.

La persona. Ogni persona.

Quella desiderata e quella inattesa. Quella sana e quella malata. Quella produttiva e quella improduttiva. Quella giovane e quella anziana. Quella già nata e quella che non può ancora parlare.

Forse è questo il criterio che rischiamo di smarrire mentre celebriamo le nostre capacità tecnologiche.

La vera domanda non è fin dove arriveremo. Probabilmente arriveremo molto lontano. La vera domanda è chi saremo quando ci saremo arrivati. Perché una civiltà non diventa più umana semplicemente perché riesce a fare ciò che prima era impossibile.

Diventa più umana quando, proprio nel momento in cui potrebbe fare quasi tutto, conserva il coraggio di riconoscere che alcune cose non devono essere fatte.

Non per paura della scienza. Ma per amore dell’uomo.

 La sfida della bioetica contemporanea non consiste nel fermare la ricerca, ma nell’impedire che la tecnica diventi il criterio ultimo dell’umano. Quando tutto appare possibile, la vera libertà consiste ancora nel saper pronunciare una parola antica e necessaria: limite.