Quando la religione diventa uno strumento di potere

Negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa che merita attenzione anche da noi. Alcuni ambienti vicini a Donald Trump stanno cercando di cambiare il rapporto tra religione e politica. Lo fanno usando una parola bella, libertà religiosa, ma dandole un significato molto diverso da quello autentico.

Nel 2025 Trump ha creato una commissione chiamata Religious Liberty Commission. Doveva essere, almeno in teoria, un gruppo di studio sulla libertà religiosa. In realtà, fin dall’inizio è sembrata un’operazione politica: non per difendere tutte le religioni, ma per dare più spazio e più potere a una certa destra cristiana conservatrice.

Nel giugno 2026 questa commissione ha pubblicato una bozza di rapporto molto lunga. L’idea di fondo è semplice: secondo loro, in America si è esagerato nel separare Chiesa e Stato. Dicono che la Costituzione non parla in modo esplicito di “muro” tra religione e politica, e quindi lo Stato dovrebbe poter dare molto più spazio alla religione nella vita pubblica.

Detto così, a qualcuno potrebbe sembrare una cosa innocente. Ma basta guardare meglio per capire dove porta questo ragionamento. Se si sostiene che lo Stato può avvicinarsi sempre di più a una religione, il rischio è chiaro: chi governa finisce per favorire una fede rispetto alle altre, o persino rispetto a chi non ne professa nessuna.

È proprio questo il punto. La vera libertà religiosa non è quando una religione conquista spazio grazie al potere politico. La vera libertà religiosa è quando nessuno viene discriminato, quando tutti possono credere, non credere, pregare, pensare e vivere senza imposizioni.

La commissione trumpiana, invece, propone misure che vanno nella direzione opposta. Vorrebbe allentare i limiti che impediscono agli enti religiosi di fare politica diretta, aumentare la presenza dei simboli religiosi negli spazi pubblici, dare più fondi pubblici a organizzazioni religiose anche quando non rispettano norme civili comuni, e moltiplicare le eccezioni di coscienza su molti temi sociali. In poche parole: non più uno Stato che garantisce tutti, ma uno Stato che si lascia occupare da una parte religiosa ben precisa.

Questa linea si vede anche in Texas, uno degli stati simbolo del trumpismo. Lì è stata approvata una lista di letture scolastiche obbligatorie che comprende racconti biblici e brani evangelici per milioni di studenti. Il problema non è studiare la Bibbia, che può essere letta anche come grande testo culturale. Il problema nasce quando il confine tra cultura, educazione civica e catechismo diventa confuso. In quel caso la scuola pubblica non è più di tutti: diventa il luogo dove una tradizione religiosa prevale sulle altre.

Anche la composizione della commissione parla da sola. Quasi tutti i membri appartengono al cristianesimo conservatore. Mancano praticamente del tutto altre sensibilità religiose, e mancano pure i non credenti. Questo basta a far capire che non siamo davanti a una riflessione aperta sulla libertà religiosa, ma a un progetto ideologico.

Per questo molti gruppi religiosi e civili americani hanno protestato. Alcuni cristiani stessi hanno denunciato il pericolo del cosiddetto nazionalismo cristiano: cioè l’idea che una nazione debba identificarsi con una religione, e che il potere politico debba difendere quella religione come se fosse il cuore dell’identità nazionale. Ma quando accade questo, la fede smette di essere fede e diventa bandiera, propaganda, strumento di comando.

Ed è qui che entra la domanda più importante: dov’è il Vangelo vero in tutto questo?

Il Vangelo non insegna mai a usare Dio per comandare meglio. Non insegna a usare la religione come una clava contro gli avversari. Non insegna a trasformare la fede in uno slogan elettorale. Il Vangelo parla di amore del prossimo, di verità, di libertà della coscienza, di misericordia, di giustizia per i piccoli e per i deboli. Quando invece la religione viene usata per escludere, per dominare, per creare nemici, allora non siamo più nel cristianesimo evangelico: siamo nella religione piegata alla politica.

Anche in Italia conosciamo bene questo problema. Per questo è utile ricordare il motto di Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”. Spesso questa frase viene fraintesa. Non vuol dire una Chiesa umiliata o cacciata fuori dalla società. Vuol dire, al contrario, una Chiesa libera di annunciare il Vangelo senza essere controllata dal potere politico, e uno Stato libero di governare senza essere occupato da un’autorità religiosa.

Questa distinzione è preziosa. Se la Chiesa si confonde con il potere, perde la sua voce profetica. Se lo Stato si mette al servizio di una religione, smette di essere la casa comune di tutti. Alla fine si danneggiano entrambi.

Per questo ciò che sta accadendo negli Stati Uniti non riguarda solo l’America. È un segnale più grande. Ogni volta che qualcuno dice di voler “salvare la religione” mescolandola al potere politico, bisogna fare attenzione. Perché la fede non si salva con i decreti, con le campagne ideologiche o con le forzature nelle scuole. La fede si salva restando fede: cioè incontro con Dio, libertà, responsabilità, servizio.

La commissione voluta da Trump dice di voler difendere la religione. Ma il rischio vero è che finisca per svuotarla. Perché una religione privilegiata dal potere diventa facilmente meno evangelica e più ideologica. Diventa meno testimonianza e più appartenenza tribale. Meno coscienza critica e più strumento di partito.

Il punto allora non è essere contro la religione nello spazio pubblico. Il punto è evitare che una religione si trasformi nel braccio spirituale di un progetto politico. Quando questo accade, non cresce la libertà religiosa: cresce soltanto il potere di chi vuole usare Dio per governare gli uomini.

E allora la domanda iniziale ritorna, ancora più forte: dov’è il Vangelo vero?
Non è nei proclami di chi vuole una nazione sacralizzata.
Non è nelle commissioni costruite su misura per una sola parte.
Non è nell’uso della Bibbia come strumento di lotta culturale.

Il Vangelo vero sta dove la fede non cerca privilegi ma verità.
Sta dove la Chiesa non comanda sullo Stato e lo Stato non usa la Chiesa.
Sta dove Dio non viene arruolato da un partito.
Sta dove l’uomo, ogni uomo, viene rispettato nella sua dignità e nella sua libertà.

Solo così una Chiesa resta davvero libera.mE solo così uno Stato resta davvero giusto.

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,19-21)