Centotrentadue giorni dopo la sua uccisione, Ali Khamenei è entrato nel santuario dell’imam Reza accompagnato da un popolo sterminato. L’attacco israelo-statunitense, anziché disgregare l’Iran, ha trasformato la Guida suprema in un martire e ricompattato una nazione divisa attorno alla propria bandiera.

Sono stati, probabilmente, i funerali del secolo. Non soltanto per il numero delle persone scese nelle strade, per la lunghezza delle processioni o per la solennità delle cerimonie. Lo sono stati per il significato politico e religioso assunto da quel feretro, trasportato per centotrentadue giorni attraverso la geografia sacra dello sciismo, prima di raggiungere Mashhad e il santuario dell’imam Reza.

Ali Khamenei è stato sepolto nel luogo più santo dell’Iran sciita dopo essere passato da Najaf e Karbala, le città irachene nelle quali la memoria del martirio non appartiene soltanto alla storia, ma continua a interpretare il presente. Il suo corpo ha unito simbolicamente i santuari, le comunità e i popoli dello sciismo. La Guida suprema, uccisa il 28 febbraio insieme ad alcuni familiari durante un attacco israelo-statunitense alla sua residenza, è stata consegnata alla memoria collettiva come un martire della patria e della fede.

Milioni di persone hanno accompagnato il feretro. Uomini, donne, anziani, giovani e bambini hanno riempito le strade di Teheran, Qom e Mashhad. Hanno pianto, battuto il petto, sollevato ritratti, bandiere e immagini dei familiari uccisi durante la guerra. Non erano soltanto militanti dei Guardiani della Rivoluzione o funzionari convocati dal potere. Vi era un popolo reale, quello delle città e delle campagne, dei ceti religiosi, delle famiglie dei caduti, delle comunità che si sentono minacciate dall’esterno.

Negarlo significherebbe non comprendere l’Iran.

L’Occidente ha spesso rappresentato la Repubblica islamica come un regime isolato, sostenuto soltanto dalla coercizione e circondato da una popolazione pronta ad accogliere come liberatori i bombardieri stranieri. Le esequie di Khamenei hanno mostrato una realtà molto più complessa. L’Iran è attraversato da profonde divisioni, soffre una grave crisi economica e conosce un dissenso interno che non può essere cancellato. Ma quando il Paese viene bombardato e il suo capo assassinato da potenze straniere, il conflitto tra cittadini e governo lascia spazio, almeno temporaneamente, a una più elementare appartenenza nazionale.

È il riflesso antico di ogni popolo aggredito: ci si può opporre ai propri governanti senza accettare che siano eserciti stranieri a decidere il destino della patria.

Washington e Tel Aviv sembrano non avere compreso questa verità. Pensavano forse che la morte di Khamenei avrebbe prodotto il collasso del sistema, una rivolta popolare o una disgregazione dell’apparato statale. È avvenuto il contrario. L’attacco ha offerto alla Repubblica islamica ciò che anni di propaganda non erano riusciti a produrre pienamente: un’immagine di unità nazionale costruita attorno al sangue versato.

Le bombe hanno trasformato un leader contestato in un simbolo. Hanno ricondotto sotto la stessa bandiera persone che fino al giorno precedente potevano trovarsi su fronti politici opposti. Hanno permesso al potere iraniano di presentare la propria sopravvivenza come sinonimo della sopravvivenza della nazione.

È questo il grande fallimento strategico dell’attacco americano.

L’assassinio di un capo politico non determina necessariamente la fine del sistema che rappresenta. Può anzi renderlo più forte, soprattutto quando la morte viene percepita non come risultato di una crisi interna, ma come effetto di un’aggressione esterna. Ali Khamenei governava da trentasei anni; aveva sostenitori fedeli, ma anche avversari irriducibili. La sua uccisione ha sospeso, almeno per un momento, questa distinzione. Il giudizio sul governante è stato sostituito dalla reazione all’attacco contro il Paese.

Un iraniano può desiderare riforme, contestare la teocrazia, rifiutare l’obbligo del velo o denunciare la repressione senza per questo accettare che un missile americano o israeliano stabilisca chi debba governare l’Iran.

Questa differenza essenziale continua a sfuggire alle potenze occidentali, abituate a confondere il dissenso interno con il consenso all’intervento straniero. La storia recente dovrebbe aver insegnato qualcosa. Anche in Iraq si pensava che l’abbattimento del regime avrebbe aperto automaticamente le porte alla democrazia. Ne seguirono invece il collasso dello Stato, la guerra confessionale, il terrorismo e centinaia di migliaia di morti. In Libia la rimozione di Gheddafi fu presentata come l’inizio di una stagione di libertà; produsse frammentazione, milizie e instabilità.

Eppure la medesima illusione ritorna: decapitare il vertice per cambiare la società.

L’Iran non è una costruzione artificiale tenuta insieme esclusivamente dalla repressione. È una delle più antiche civiltà del mondo, dotata di una fortissima identità nazionale. La rivoluzione del 1979 non ha cancellato la coscienza persiana; l’ha intrecciata con l’islam sciita e con la memoria della resistenza contro le interferenze straniere. L’ingerenza occidentale, dal colpo di Stato contro Mohammad Mossadeq nel 1953 fino alle guerre e alle sanzioni contemporanee, occupa un posto centrale nella memoria politica iraniana.

Colpire l’Iran dall’esterno significa dunque risvegliare non soltanto la solidarietà religiosa, ma un nazionalismo profondo e trasversale.

Il corteo di Mashhad non ha cancellato le contraddizioni del Paese. Esistono milioni di iraniani che non si riconoscono nella Repubblica islamica. Esistono donne che chiedono maggiore libertà, giovani esasperati dalla mancanza di prospettive, lavoratori impoveriti, minoranze che denunciano discriminazioni e credenti che rifiutano la sovrapposizione tra religione e potere. Tutto questo rimane vero.

Ma è altrettanto vero che l’attacco straniero ha indebolito proprio queste spinte interne.

Quando un Paese è sotto le bombe, lo spazio del dissenso si restringe. La sicurezza prevale sulla riforma; la difesa nazionale sulla critica politica; l’esercito e gli apparati militari acquistano un’autorità che in tempo di pace avrebbero potuto perdere. Ogni contestazione rischia di essere interpretata come un cedimento al nemico. Chi chiedeva maggiore apertura può sentirsi costretto a rimandare le proprie rivendicazioni per non apparire complice dell’aggressore.

Israele e gli Stati Uniti non hanno liberato l’opposizione iraniana. L’hanno messa nella posizione più difficile possibile.

Il funerale di Khamenei è stato perciò anche il funerale dell’illusione secondo cui la forza militare possa sostituire la politica. Il governo americano ha colpito mentre erano in corso negoziati con Teheran. Ha dimostrato che persino la diplomazia può diventare una copertura per l’attacco. Quale dirigente iraniano potrà ora sostenere serenamente che Washington è un interlocutore affidabile? Quale riformista potrà chiedere un compromesso senza essere accusato di ingenuità o tradimento?

L’assassinio ha rafforzato gli intransigenti. Ha confermato la loro tesi: l’Occidente non vuole un accordo con l’Iran, ma la sua sottomissione.

Anche la successione di Mojtaba Khamenei deve essere letta in questo contesto. La sua ascesa porta con sé interrogativi evidenti. Una Repubblica nata contro una monarchia sembra avere affidato il potere al figlio della precedente Guida. Il nuovo leader, rimasto ferito nell’attacco, non è ancora apparso pubblicamente. La sua autorità personale è incerta e il peso dei Guardiani della Rivoluzione sembra destinato a crescere.

In condizioni normali, una successione così problematica avrebbe potuto aprire una discussione profonda sulla natura del sistema. Ma l’aggressione esterna ha trasformato la continuità in una necessità patriottica. Mojtaba non viene presentato soltanto come il figlio di Khamenei, ma come il sopravvissuto di un attacco contro lo Stato. La sua debolezza personale è compensata dalla forza del martirio paterno e dall’urgenza della guerra.

Ancora una volta, gli avversari dell’Iran hanno consolidato ciò che volevano destabilizzare.

Le immagini provenienti dal Libano raccontano il medesimo fenomeno. Alle commemorazioni per Khamenei hanno partecipato famiglie sciite colpite dai bombardamenti israeliani, donne con i ritratti dei mariti, dei fratelli e dei figli uccisi. Non tutte appartengono a Hezbollah; non tutte condividono ogni scelta di Teheran. Ma quando interi villaggi vengono svuotati, quando le case sono distrutte e un ministro israeliano annuncia che parte del territorio dovrà essere sgomberata dai suoi abitanti, l’identità comunitaria si stringe attorno a chi promette protezione.

Anche qui la violenza produce l’effetto opposto a quello dichiarato. Israele dice di voler eliminare Hezbollah, ma l’occupazione e i bombardamenti rendono più difficile separare la popolazione sciita dalla resistenza armata. Quando una comunità intera si sente minacciata, le armi appaiono non più come una scelta ideologica, ma come l’unica difesa disponibile.

Il funerale di Khamenei ha dunque superato i confini dell’Iran. È diventato la manifestazione di un mondo sciita ferito, ma non sconfitto; indebolito militarmente, ma ricompattato psicologicamente dall’aggressione. Da Mashhad a Najaf, da Karbala alla periferia meridionale di Beirut, il feretro ha raccolto attorno a sé una memoria comune: quella di comunità che si percepiscono assediate e che leggono il presente attraverso il paradigma del martirio.

È possibile non condividere questa visione. Non è possibile ignorarne la forza.

Donald Trump ha creduto di poter trattare l’Iran con il linguaggio dell’umiliazione. Ha chiamato i suoi dirigenti “feccia”, “malati”, “bugiardi”, come se la diplomazia internazionale fosse una rissa televisiva. Ma gli insulti contro i leader di un Paese finiscono spesso per essere percepiti come insulti contro il Paese stesso. La retorica disumanizzante non separa il popolo dal potere: li avvicina.

Chi vuole favorire un cambiamento interno dovrebbe lasciare agli iraniani la possibilità di costruirlo. Dovrebbe sostenere la diplomazia, ridurre le sanzioni che colpiscono la popolazione, incoraggiare gli scambi culturali e rispettare la sovranità nazionale. Le bombe, invece, consegnano al potere il monopolio del patriottismo e rendono ogni apertura più rischiosa.

L’Iran ha certamente bisogno di affrontare le proprie contraddizioni. La partecipazione popolare ai funerali non può diventare un alibi per negare le richieste di libertà, giustificare la repressione o impedire qualsiasi riforma. L’unità nata sotto le bombe non equivale a un consenso illimitato al sistema. Quando la guerra finirà, le questioni sociali, economiche e politiche torneranno a emergere.

Ma questo sarà compito degli iraniani.

L’Occidente dovrebbe finalmente imparare che non si democratizza un popolo bombardandolo, non si emancipa una società assassinando i suoi dirigenti e non si indebolisce un’identità nazionale umiliandola. L’intervento militare può distruggere infrastrutture, eliminare comandanti e interrompere vie di comunicazione. Non può decidere ciò che milioni di persone sentiranno nel momento del lutto.

A Mashhad, davanti al santuario dell’imam Reza, l’Iran ha mostrato di non essere crollato. Il lungo corteo ha unito religione e patria, dolore e orgoglio, memoria e resistenza. Per centotrentadue giorni il corpo di Ali Khamenei ha attraversato lo spazio sciita. Alla fine non è stato soltanto un uomo a essere sepolto, ma l’illusione americana che l’assassinio di un leader potesse disgregare una nazione.

I funerali del secolo hanno consegnato una lezione semplice e terribile: le bombe possono uccidere un capo, ma possono anche restituirgli, da morto, un’autorità che da vivo cominciava a perdere.

L’Iran rimane un Paese attraversato da crisi, contraddizioni e domande di libertà. Ma l’attacco israelo-statunitense non ha aperto lo spazio del cambiamento: lo ha ristretto. Ha trasformato Ali Khamenei in un martire, rafforzato gli apparati e provocato un rigurgito di unità nazionale. A Mashhad non è andato in scena soltanto il funerale di una Guida suprema, ma il fallimento di una strategia occidentale che continua a credere di poter dividere i popoli bombardandoli.