Valter Lavitola è in carcere con l’accusa di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Ma il movente ipotizzato dal gip rovescia ogni schema: non avrebbe voluto fermare il giornalista, bensì trasformarlo in un eroe, spingerlo in politica e ritagliarsi un posto accanto a lui. Nel mezzo, Gomes Clesio Tavares, il factotum camerunense che per l’accusa avrebbe fatto da cerniera con gli esecutori.
Se fosse la sceneggiatura di una serie televisiva, probabilmente qualcuno la giudicherebbe troppo inverosimile. C’è un giornalista d’inchiesta al quale fanno esplodere un ordigno sotto casa. C’è un amico che lo consola, gli pronostica Palazzo Chigi, gli raccomanda maggiore protezione. E adesso proprio quell’amico viene arrestato perché, secondo i magistrati, sarebbe stato lui a commissionare la bomba. Non per distruggere la carriera della vittima, ma per lanciarla. È il paradosso quasi dostoevskiano dell’affaire Lavitola-Ranucci.
Valter Lavitola da lunedì è a Rebibbia. La Procura di Roma lo considera il mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci danneggiando pesantemente le automobili del giornalista e della figlia. Gli viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso. Il punto essenziale, però, è che siamo davanti a una tesi accusatoria ancora da verificare nel processo: Lavitola respinge le accuse e Ranucci, secondo il gip, non sarebbe stato in alcun modo partecipe del piano. Anzi, il giudice scrive che non è emerso alcun elemento dal quale ricavare un accordo del giornalista con il presunto mandante.
Ma è proprio il movente ipotizzato nell’ordinanza a trasformare una storia di cronaca nera in qualcosa di molto più inquietante: una specie di ingegneria della popolarità praticata con l’esplosivo. Secondo il gip, Lavitola avrebbe commissionato l’attentato «esclusivamente» per accrescere la notorietà di Ranucci e accelerare un suo progetto politico. L’ordigno, nella costruzione attribuita all’indagato, avrebbe dovuto sembrare la rappresaglia contro il giornalista scomodo, senza però ucciderlo: la vittima intimidita sarebbe diventata, agli occhi dell’opinione pubblica, il simbolo vivente di un potere che vuole far tacere chi indaga. E il simbolo, una volta consacrato, poteva diventare candidato.
È qui che compaiono le lusinghe. E sembrano quasi il copione preparatorio di quella che Lavitola immaginava come una “discesa in campo”. Nelle conversazioni acquisite dagli investigatori, l’ex direttore dell’Avanti! dipinge a Ranucci un futuro smisurato: sostiene che da solo potrebbe prendere il 30 per cento, lo definisce praticamente presidente «garantito», gli scrive che se lo cacciassero da Report sarebbe addirittura un «bingo» e gli profetizza: «Tra due anni fai il presidente». In un altro passaggio arriva a evocare Berlusconi: lo avrebbe fatto copresidente e poi, nella fantasia di Lavitola, gli avrebbe persino ceduto il posto.
Più che una proposta politica, è una seduzione. Lavitola non gli dice semplicemente: dovresti candidarti. Gli costruisce intorno uno specchio nel quale Ranucci appare come l’uomo che il Paese starebbe aspettando. Perfino un eventuale allontanamento dalla Rai viene trasformato da disgrazia professionale in trampolino elettorale. E il gip parla esplicitamente di manipolazione: il giornalista, proprio a causa del profondo rapporto di amicizia, sarebbe rimasto vittima della «raffinata astuzia» dell’uomo che considerava vicino.
In questo quadro l’attentato assumerebbe una funzione agghiacciante: fabbricare il martire senza ucciderlo. Creare la fotografia dell’uomo sotto assedio, il giornalista che il potere occulto vuole intimidire, il volto capace di trasformare la solidarietà nazionale in consenso. Lavitola, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe poi immaginato per sé il ruolo naturale di consigliere, stratega, spin doctor, eminenza grigia del nuovo protagonista politico. È un’ipotesi accusatoria, certo, ma possiede una sua spaventosa coerenza interna: non eliminare l’amico, bensì renderlo indispensabile.
Ed ecco un altro particolare quasi cinematografico. Dopo l’attentato, l’uomo che oggi è accusato di esserne stato il mandante si mostrava preoccupatissimo della sicurezza dell’amico. Insisteva perché Ranucci avesse una protezione maggiore, una seconda vettura, una struttura capace di controllare in anticipo i luoghi dove il giornalista sarebbe arrivato. Per l’accusa anche questo comportamento si inserisce nella manipolazione successiva all’attentato; Lavitola, sostiene il gip, avrebbe continuato ad alimentare nell’amico la convinzione dell’inverosimiglianza della pista che conduceva proprio a lui.
E poi c’è Gomes Clesio Tavares, 47 anni, cittadino camerunense. Qui il romanzo si sposta dall’adulazione alla logistica. È il factotum, l’uomo di fiducia di Lavitola, con il quale condivideva anche interessi d’affari. Secondo l’ordinanza sarebbe stato proprio Tavares l’anello di congiunzione tra il presunto mandante e il gruppo di quattro persone accusato di avere materialmente eseguito l’attentato. Gli investigatori gli attribuiscono un ruolo nel reclutamento del gruppo e nel sopralluogo; il Corriere riferisce che avrebbe anche messo a disposizione l’automobile utilizzata per verificare il luogo dove compiere il blitz.
Non è dunque, nell’ipotesi degli inquirenti, una comparsa. È la cerniera senza la quale l’idea non sarebbe diventata azione: Lavitola sopra, gli esecutori sotto, Tavares nel mezzo. E intorno ai due emerge perfino un lessico quasi familiare. Le cronache riportano il rapporto strettissimo tra l’ex editore e il camerunense; oggi Tavares si trova in Camerun, è destinatario di un mandato d’arresto e nega ogni responsabilità, sostenendo che i magistrati stiano sbagliando. Alla domanda sul suo rientro in Italia ha prima detto che sarebbe tornato, salvo poi spiegare che la situazione era diventata più complicata.
La parte più delicata della storia riguarda però Ranucci. L’amicizia con Lavitola è reale, intensa e certamente destinata a essere discussa anche sul piano della deontologia giornalistica: un cronista deve sempre interrogarsi sulla distanza dalle proprie fonti, tanto più quando queste appartengono a mondi opachi. Ma sarebbe intellettualmente scorretto trasformare questa domanda in una scorciatoia giudiziaria. Essere amico di un indagato non significa essere complice di ciò che l’indagato è accusato di avere fatto. E su questo l’ordinanza, almeno allo stato degli atti, è netta: Ranucci non sapeva. Il gip lo considera vittima di una manipolazione, mentre la difesa del giornalista parla di una triplice vittimizzazione: l’attentato, il tradimento dell’amico e la successiva strumentalizzazione pubblica.
C’è qualcosa di profondamente italiano, e insieme universale, in questa storia. Non semplicemente il faccendiere che cerca il potere: quello appartiene alla storia di ogni corte. È piuttosto l’idea che il potere possa essere costruito artificialmente, che una biografia possa essere riscritta come si prepara una campagna pubblicitaria, che persino la paura possa diventare capitale politico. Prima si sussurra all’amico che è destinato a Palazzo Chigi. Poi, secondo l’accusa, si crea intorno a lui la scenografia dell’uomo perseguitato. Infine ci si propone implicitamente come colui che sa interpretarne il destino.
È forse questa la parola più inquietante dell’intera ordinanza: non bomba, non attentato, neppure politica. Manipolazione.Perché la violenza distrugge, mentre la manipolazione pretende di creare. Entra nell’immaginario dell’altro, gli suggerisce chi potrebbe diventare, gli costruisce intorno amici e nemici, pericoli e salvatori. Se la ricostruzione giudiziaria sarà confermata, Lavitola non avrebbe semplicemente tentato di influenzare Ranucci: avrebbe cercato di scrivergli la vita come si scrive la trama di un film, riservando naturalmente a se stesso il ruolo del regista.
Solo che fuori dal cinema l’esplosivo esplode davvero. Una macchina apparteneva alla figlia di Ranucci. Una bomba che dovrebbe soltanto spaventare può uccidere. Il presunto grande gioco di Palazzo Chigi sarebbe passato sopra la vita concreta di persone ignare. Ed è precisamente qui che il grottesco finisce e resta soltanto la gravità.
Per questo il caso Lavitola-Ranucci è molto più interessante del consueto giallo sul “chi ha messo la bomba”. Se l’impianto accusatorio resisterà, avremo davanti qualcosa di persino più perturbante dell’attentato punitivo: l’attentato promozionale, la violenza usata non per abbattere una reputazione ma per costruirla; l’amico che invece di tradirti consegnandoti ai nemici, ti tradisce decidendo al posto tuo quale debba essere il tuo destino.
E sullo sfondo resta Tavares, in Camerun, mentre Lavitola è in una cella di Rebibbia e Ranucci deve fare i conti con la scoperta forse più amara per un giornalista abituato a diffidare del potere: che talvolta il personaggio da investigare non è quello che ti minaccia da lontano. È quello che ti chiama fratello e ti assicura che tra due anni sarai presidente.
Catenaccio — Il gip ipotizza un attentato concepito per trasformare Ranucci da giornalista sotto pressione a possibile leader politico, con Lavitola nel ruolo di futuro stratega e Tavares quale presunto raccordo operativo con gli esecutori. Una storia in cui la bomba non avrebbe dovuto chiudere una carriera, ma inaugurarne un’altra.
