Il nuovo governo di Bogotá autorizza operazioni congiunte contro il narcoterrorismo. Una decisione che interroga la coscienza cristiana sul bene comune, sui limiti della forza e sul vero significato della pace.


Nei giorni scorsi il governo colombiano del presidente Abelardo de la Espriella ha chiesto e autorizzato operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul proprio territorio per combattere il cosiddetto “narcoterrorismo”. L’annuncio, reso pubblico il 12 agosto 2026 dal segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante un incontro a Panama, colloca la Colombia all’interno della Coalizione contro i cartelli delle Americhe e prevede un rafforzamento sostanziale della cooperazione in materia di sicurezza, con un pacchetto di assistenza da un miliardo di dollari. Di fronte a questa svolta, la fede cattolica non può restare indifferente. Non perché debba scegliere campo politico, ma perché ogni uso della forza, ogni alleanza militare e ogni lotta contro il male strutturale toccano questioni essenziali: l’ordine della società, la giustizia, la sovranità e, soprattutto, la pace autentica.


La Colombia vive da decenni sotto il peso di un male che non è solo economico o criminale, ma profondamente umano: il narcotraffico e i gruppi armati che da esso traggono vita e potere. Villaggi interi sono stati svuotati, famiglie distrutte, giovani reclutati o uccisi, intere regioni trasformate in territori di violenza. Il nuovo presidente, che si è presentato con un linguaggio di “mano dura” e di rottura rispetto alla stagione precedente, ha deciso di cercare un alleato potente e ha aperto formalmente le porte a operazioni congiunte con le forze armate degli Stati Uniti. È un atto di governo che rivendica la responsabilità di proteggere i cittadini e di restaurare l’ordine pubblico.

La tradizione cattolica non rifiuta a priori l’uso della forza. Sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino hanno elaborato i criteri della guerra giusta: autorità legittima, causa giusta, retta intenzione, proporzionalità e, infine, la necessità che la forza sia l’ultimo ricorso. San Bonaventura e il beato Giovanni Duns Scoto, nella loro sensibilità francescana, ricordano però che ogni ordine terreno è relativo e deve rimanere ordinato all’amore e alla dignità della persona. La forza può contenere il male, ma non lo sradica. Può proteggere, ma non redime. Può ristabilire una certa quiete, ma non genera da sola la pace.

Qui si apre la domanda più delicata. Il narcoterrorismo è certamente un’ingiustizia grave, una struttura di peccato che schiavizza e uccide. Combatterlo è un dovere di chi governa. Tuttavia, ridurre la risposta a un’operazione militare congiunta, per quanto efficace possa apparire, rischia di lasciare intatti i nodi più profondi: la povertà strutturale, la corruzione, la mancanza di opportunità, la ferita culturale e spirituale di intere generazioni. La Chiesa ha sempre insistito sul fatto che la vera pace non è semplice assenza di guerra, ma “tranquillitas ordinis”, quiete dell’ordine, e che l’ordine autentico nasce dalla giustizia e dalla carità.

In Colombia questa tensione tra forza e riconciliazione è stata vissuta in prima persona dalla Chiesa cattolica. Per oltre quarant’anni vescovi e sacerdoti hanno camminato nei territori più feriti, mediando tra governo e gruppi armati, accompagnando le vittime, aprendo corridoi umanitari e tenendo viva la memoria di chi non ha voce. Hanno sostenuto l’accordo di pace del 2016 con le FARC, hanno accompagnato i dialoghi con l’ELN e, anche quando i tavoli si interrompevano, sono rimasti presenti dove spesso lo Stato non arrivava. Non come parte negoziale, ma come coscienza morale e presenza pastorale. Anche oggi, di fronte alla nuova stagione di “mano dura”, la Conferenza Episcopale continua a ricordare che verità, giustizia e riparazione restano indispensabili, e che nessuna vittoria militare potrà sostituire la ricostruzione del tessuto umano e sociale.

C’è poi la questione della sovranità e della presenza militare straniera. Un popolo ha il diritto e il dovere di difendersi, e può chiedere aiuto. Ma ogni intervento esterno, anche richiesto, porta con sé rischi di dipendenza, di polarizzazione interna e di possibili abusi. La storia latinoamericana conosce bene queste ambiguità. Per questo la riflessione cristiana invita a una vigilanza costante: che la forza resti sempre al servizio del bene comune e non diventi strumento di altri interessi; che le operazioni rispettino rigorosamente il diritto umanitario e la dignità di ogni persona, anche del nemico; che non si dimentichi mai che dietro ogni “narcoterrorista” c’è ancora un uomo chiamato alla conversione.

Infine, rimane il compito più alto e più difficile: ricostruire il tessuto morale e sociale. Nessuna coalizione militare, per quanto potente, potrà sostituire la necessità di educazione, di lavoro dignitoso, di famiglie forti, di comunità che recuperino il senso del bene e del male. Il creato grida quando l’uomo è ferito. E l’uomo colombiano è ferito da troppi anni di violenza. La fede ci ricorda che solo la giustizia unita alla misericordia può sanare ferite così profonde.


La richiesta di aiuto militare non è solo un atto di politica internazionale. È uno specchio. Ci mostra quanto sia fragile l’ordine umano quando viene meno la giustizia, e quanto sia urgente che chi governa e chi combatte non dimentichi mai che la pace vera non si impone con le armi, ma si costruisce con la pazienza del bene.