Magnitudo 7,4, ipocentro a oltre cento chilometri di profondità eppure devastazione in superficie: il terremoto del 10 agosto ha colpito soprattutto Cali e l’Eje Cafetero. Il bilancio provvisorio è salito ad almeno 224 morti. Ma dalle macerie arrivano anche storie quasi impossibili: una madre e la sua bambina di sei mesi, donne e bambini estratti vivi mentre i soccorritori scavano perfino con le mani.

Il dettaglio più inquietante del terremoto colombiano non è soltanto il 7,4 scritto dai sismografi. È quel 103 che compare accanto alla parola “profondità”. Perché un terremoto che nasce a più di cento chilometri sotto i piedi dovrebbe, almeno in linea generale, arrivare in superficie più stanco di uno superficiale. Quello che lunedì 10 agosto ha sconvolto la Colombia non ha rispettato questa rassicurante geometria. È risalito dalle viscere della placca di Nazca, ha attraversato la crosta e ha fatto crollare palazzi, ospedali e case. E mentre il numero dei morti cresce, dalle rovine di Cali continuano a uscire uomini, donne e bambini vivi. Come se dentro la tragedia la terra avesse lasciato aperte alcune minuscole porte.

Alle 7.34 del mattino di lunedì 10 agosto, quando la giornata colombiana era appena cominciata, il sottosuolo si è mosso sotto San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó. Il Servicio Geológico Colombiano ha fissato la magnitudo a 7,4e la profondità a 103 chilometri; l’USGS statunitense la colloca poco più giù, a circa 110 chilometri. È il terremoto di maggiore magnitudo registrato in Colombia nel XXI secolo. È stato avvertito in gran parte del Paese e anche oltre frontiera, fino a Panama e Venezuela. L’intensità massima segnalata dal servizio geologico colombiano ha raggiunto il livello 7, associato a danni severi.

E qui conviene correggere una piccola abitudine giornalistica: non sono “7,4 gradi”. Oggi i grandi terremoti vengono descritti con la magnitudo momento, Mw 7,4. La magnitudo indica la dimensione fisica del terremoto e l’energia liberata; l’intensità, invece, descrive ciò che il sisma produce in un determinato luogo. Per questo lo stesso terremoto ha una sola magnitudo ma può avere intensità diverse da città a città. In Colombia, quella mattina, la distinzione accademica è diventata tragicamente concreta: la stessa scossa ha attraversato centinaia di chilometri, ma ha trovato edifici, terreni e città diversamente vulnerabili.

Il bilancio, mentre scriviamo l’11 agosto, è ancora una fotografia che cambia di ora in ora. Le stime locali più recenti citate da Reuters portano i morti intorno a 224, mentre le squadre continuano a raggiungere quartieri rimasti isolati e a scavare sotto gli edifici crollati. Il dato consolidato delle organizzazioni internazionali era rimasto più basso nelle ore precedenti proprio perché le comunicazioni con alcune zone, soprattutto nel Chocó, sono difficili. Quasi cinquemila abitazioni risultano danneggiate secondo i dati umanitari riportati da Reuters; servizi elettrici, acqua, telefonia e strutture sanitarie sono stati interrotti in varie aree.

La parola “anomalo”, però, va usata con cautela. Non è anomalo che la Colombia abbia terremoti. Sarebbe piuttosto anomalo il contrario. Il Paese vive sopra uno dei grandi nodi geologici del pianeta, dove interagiscono diverse placche. Lungo la costa pacifica la placca oceanica di Nazca sprofonda sotto quella Sudamericana: è la subduzione, uno dei motori fondamentali della sismicità andina. Il Servicio Geológico Colombiano registra in media circa 2.500 terremoti al mese, quasi tutti così piccoli da non essere percepiti.

Ciò che rende singolare il terremoto del 10 agosto è un’altra cosa: la sua profondità confrontata con la violenza degli effetti in superficie.

L’USGS indica che la rottura è avvenuta a circa 110 chilometri di profondità con un movimento prevalentemente trascorrente, uno strike-slip: due porzioni di roccia che scivolano lateralmente l’una rispetto all’altra. Le analisi collocano l’evento all’interno della placca di Nazca che sta sprofondando sotto il continente. Non dunque la classica faglia superficiale che si apre praticamente sotto una città, ma una rottura profonda nella lastra oceanica già inghiottita dal mantello.

Ed è proprio questo il paradosso colombiano.

A cento chilometri di profondità ci si sarebbe potuti attendere un impatto superficiale relativamente più contenuto. La sismologa Suzan van der Lee ha osservato che, teoricamente, un evento tanto profondo dovrebbe generare meno scuotimento al suolo. Ma 7,4 è una magnitudo enorme e l’evento si è prodotto sotto una regione continentale densamente abitata. La sua posizione, il tipo di movimento e la complessissima struttura geologica delle valli andine hanno contribuito a trasformare una scossa profonda in un terremoto distruttivo.

Il Servicio Geológico Colombiano offre una spiegazione ancora più immediata: quando la magnitudo è così elevata, una quantità sufficiente di energia riesce a raggiungere la superficie nonostante la profondità. Per questo il terremoto è stato sentito tanto lontano dall’epicentro.

Non è dunque un terremoto “misterioso”. È forse qualcosa di più perturbante: un terremoto perfettamente spiegabile dalla geologia che tuttavia si comporta, agli occhi dell’uomo, contro l’intuizione.

Noi immaginiamo il pericolo vicino alla superficie. La Colombia ha scoperto lunedì mattina che cento chilometri di roccia non sono necessariamente una distanza sufficiente.

Cali si è svegliata dentro una nuvola di polvere. A Pereira interi pezzi di quartieri residenziali sono diventati lastre spezzate, stanze aperte sul vuoto, ferri contorti. A Manizales le immagini hanno mostrato il cedimento di una delle torri laterali della cattedrale neogotica. Sei aeroporti sono stati chiusi per controlli o danni. In un ospedale di Cali sono crollati alcuni piani, compresi settori destinati all’assistenza pediatrica, e centinaia di pazienti sono stati assistiti all’esterno.

Ma questa storia non si racconta soltanto contando i morti.

Perché da Ciudad Capri, nel sud di Cali, arriva l’altra immagine del terremoto.

Un edificio di cinque piani crolla. Sotto rimangono delle persone. I soccorritori arrivano verso le nove e mezza. All’inizio, racconta uno di loro, silenzio. È probabilmente il suono più terribile che si possa ascoltare davanti alle macerie.

Poi, una ventina di minuti dopo, qualcosa.

Voci.

Si comincia a scavare.

E dalle rovine emerge una bambina di sei mesi, coperta di polvere. È viva. Con lei c’è sua madre. Viva anche lei. La piccola ha soltanto alcune lacerazioni ed è stabile. Nello stesso edificio i soccorritori riescono a estrarre vive complessivamente sette persone e continuano a lavorare perché sotto quelle macerie arrivano ancora segnali di vita da altri dispersi.

C’è una fotografia morale dentro questa scena. Intorno, il cemento ha perso improvvisamente tutta la sua presunzione di eternità; una casa di cinque piani si è accartocciata in pochi secondi. E dentro quel cemento una bambina di sei mesi, infinitamente più fragile del cemento, è rimasta viva.

È difficile trovare un’immagine più potente della sproporzione tra ciò che crediamo forte e ciò che invece resiste davvero.

Altrove a Cali un vigile del fuoco, Mauricio Andrade, racconta che la sua squadra ha tirato fuori due donne adulte e due bambini. Una volontaria, Carmen Yasmin Garcia, riferisce che il suo gruppo ha aiutato sette persone a uscire da un altro edificio caduto. Poi il lavoro continua perché sotto ci sono ancora esseri umani e persino un cane. Si ascolta. Si aspetta un colpo, un raschiare, una voce. Si spostano pietre. Quando i mezzi non riescono ad arrivare abbastanza vicino, si usano le mani.

È forse questa la grandezza terribile dei terremoti: per alcuni secondi cancellano quasi tutte le categorie con cui organizziamo la vita. Ricco e povero, importante e sconosciuto, proprietario e inquilino: sotto una soletta di cemento diventiamo tutti soltanto qualcuno che respira. E l’altro, quello che scava, non domanda a chi appartenga quella mano che spunta dalle macerie. La prende.

La tragedia colombiana arriva inoltre in una terra che conosce la memoria dei terremoti. Nel 1999, il sisma dell’Eje Cafetero, di magnitudo 6,2, provocò più di mille morti soprattutto attorno ad Armenia e Pereira. Ventisette anni dopo, Pereira è di nuovo tra le città che ascoltano nel silenzio delle macerie per capire se qualcuno sia ancora vivo.

E c’è anche un’altra paura che in queste ore corre sui social network: il vulcano Puracé, attualmente sorvegliato per la sua attività, avrebbe qualcosa a che fare con il terremoto. Il Servicio Geológico Colombiano lo ha escluso nettamente: non esiste una relazione tra il sisma di San José del Palmar e l’attività del Puracé. È importante dirlo perché le catastrofi hanno sempre una seconda onda, invisibile ma velocissima: quella delle false spiegazioni, delle profezie e delle paure moltiplicate.

Le repliche, invece, sono reali. Il SGC ne aveva già registrate 18 nelle prime ore, fino a magnitudo 4,8; gli aggiornamenti successivi ne contavano molte di più. Possono continuare per giorni, settimane e talvolta mesi. Non significa che stia necessariamente arrivando un terremoto più forte e soprattutto non significa che qualcuno possa prevederlo: la scienza, ricorda il servizio geologico colombiano, non possiede oggi un metodo affidabile capace di dire quando e dove avverrà il prossimo sisma.

Resta allora la scena di quella bambina.

Forse è persino troppo facile chiamarla “miracolo”. La parola appartiene alla fede e non dovrebbe servire a cancellare la fatica umanissima di chi ha scavato, studiato dove tagliare, ascoltato i rumori, rischiato un secondo crollo. Ma per uno sguardo cristiano esiste qualcosa che precede perfino la domanda sul miracolo: ogni vita salvata ricorda che una persona non diventa statisticamente irrilevante neppure quando intorno a lei i morti sono centinaia.

Duecentoventiquattro vittime non sono un numero. Sono duecentoventiquattro mondi interrotti.

E quella bambina non è “uno” sottratto al conto dei morti.

È un mondo restituito.

La terra, a San José del Palmar, si è spezzata a più di cento chilometri di profondità. In superficie sono caduti muri che sembravano solidi e sono rimaste vive persone che sembravano impossibili da raggiungere. Forse è questo che resterà delle immagini della Colombia: la sproporzione fra la forza cieca della terra e quelle mani minuscole, sporche di polvere, che riemergono dalle macerie.

La prima non sa ciò che distrugge.

Le seconde, invece, sanno esattamente che cosa stanno cercando di salvare.

Il terremoto di magnitudo 7,4 del 10 agosto è il più forte registrato in Colombia nel XXI secolo. La profondità superiore ai cento chilometri rende particolarmente impressionante la violenza dello scuotimento in superficie. Il bilancio provvisorio è arrivato ad almeno 224 morti, mentre continua la corsa contro il tempo. E tra le macerie di Cali una bambina di sei mesi, sua madre e altri sopravvissuti ricordano che, nelle ore in cui le statistiche crescono, il compito dei soccorritori è ostinatamente l’opposto: riportare ogni singola persona dalla parte dei vivi.