Dopo oltre vent’anni di moratoria di fatto, Beirut cancella la pena capitale dal proprio ordinamento e diventa il primo Paese del Medio Oriente a compiere questo passo. Una decisione che riguarda almeno 84 detenuti e che, in una regione attraversata da guerre, vendette e nuove esecuzioni, assume un significato che va molto oltre il diritto penale.

 C’è qualcosa di profondamente controcorrente nella decisione presa dal Parlamento libanese l’11 agosto. In una regione dove la morte continua troppo spesso a essere utilizzata come linguaggio della politica, della guerra e persino della giustizia, il Libano ha deciso che lo Stato non deve più uccidere in nome della legge. Dopo una moratoria non ufficiale durata dal 2004, la pena capitale viene cancellata dall’ordinamento e sostituita con l’ergastolo. Non significa essere indulgenti con il crimine. Significa stabilire che esiste una linea che neppure la giustizia può oltrepassare: quella oltre la quale la punizione diventa irreversibile soppressione della persona.

È una notizia che merita più di una breve di cronaca, soprattutto perché arriva dal Libano. Dal Paese dei cedri, fragile e tormentato, ferito da guerre, crisi economiche, tensioni confessionali, violenze politiche e dal confronto permanente con Israele, arriva una scelta che sembra quasi fuori tempo rispetto al vento che soffia nella regione. Mentre altrove si reintroducono o aumentano le esecuzioni, Beirut decide di eliminarle. È un piccolo Paese che, proprio mentre fatica a tenere insieme se stesso, prova a dire qualcosa di grande sul valore della vita.

L’abolizione non nasce dal nulla. L’ultima esecuzione in Libano risale al gennaio 2004. Da allora i condannati a morte hanno continuato a ricevere formalmente sentenze capitali, ma nessuna autorità ha dato seguito all’esecuzione. Era una situazione sospesa: lo Stato aveva smesso di uccidere, ma non aveva ancora rinunciato al diritto di farlo. E proprio qui stava la fragilità della moratoria. Ciò che un governo decide di non applicare oggi può essere applicato domani da un altro governo. Per oltre vent’anni la pena di morte è rimasta nell’ordinamento come una porta chiusa ma non murata.

Ora quella porta viene definitivamente chiusa. La nuova legge elimina la pena capitale dovunque essa compaia nel diritto libanese e produce effetti anche sui detenuti già condannati. Secondo le organizzazioni che hanno sostenuto la riforma, almeno 84 persone vedranno commutata la propria condanna. Non saranno liberate. Non verrà cancellata la gravità dei delitti commessi. Continueranno a scontare pene durissime. Ma resteranno vive.

È questo il punto che troppo spesso si perde quando si discute di pena capitale. Abolirla non significa negare la sofferenza delle vittime. Sarebbe persino offensivo. Chi ha perso un figlio, un padre, una moglie o un fratello per un omicidio porta una ferita che nessuna sentenza potrà cancellare. La domanda è un’altra: se alla morte della vittima debba necessariamente aggiungersi la morte del colpevole perché la giustizia sia compiuta.

Una scena del 1998 contiene forse tutta la questione. Due condannati stavano per essere giustiziati a nord di Beirut. Le famiglie delle vittime attendevano l’esecuzione; alcuni attivisti contrari alla pena capitale arrivarono vestiti di nero e voltarono le spalle al patibolo mostrando uno striscione. Il senso del messaggio era semplice: piangiamo la vittima del primo delitto e anche quella dell’esecuzione. Fu allora che in Libano si aprì con forza un dibattito destinato a durare quasi trent’anni.

La protagonista di quella battaglia è Ogarit Younan, sociologa e attivista che nel 1997 avviò la campagna nazionale per l’abolizione. Il suo lavoro ricorda una verità spesso dimenticata: le grandi trasformazioni legislative raramente nascono il giorno in cui il Parlamento alza la mano. Cominciano molto prima, quando qualcuno accetta di sostenere una posizione minoritaria, impopolare, magari derisa, e continua a farlo anche quando sembra impossibile che diventi legge.

Per un cristiano la questione possiede inevitabilmente una profondità ulteriore. La Chiesa cattolica ha maturato nel tempo una posizione sempre più netta sulla pena capitale, fino all’attuale formulazione del Catechismo che la considera inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona. Papa Francesco ha insistito ripetutamente su questo punto: neppure chi ha commesso il crimine più grave perde la propria dignità umana.

È una posizione esigente, soprattutto quando ci si trova davanti a delitti atroci. È facile proclamare la sacralità della vita quando si parla dell’innocente. Molto più difficile è riconoscerla nell’assassino. Eppure proprio qui si misura la radicalità dell’affermazione cristiana. La dignità non è il premio dato ai buoni. Se lo fosse, non sarebbe dignità: sarebbe merito. È qualcosa che appartiene alla persona e che nemmeno il delitto riesce completamente a cancellare.

Questo naturalmente non significa abolire la pena. Il cristianesimo non chiede allo Stato di rinunciare alla giustizia. Il male deve essere chiamato per nome, il colpevole deve rispondere delle proprie azioni, la società deve essere protetta e le vittime devono essere riconosciute. Ma una cosa è impedire al colpevole di nuocere ancora, altra cosa è dichiarare che per proteggere la società sia necessario eliminarlo fisicamente quando esistono strumenti penitenziari capaci di renderlo inoffensivo.

La pena di morte possiede inoltre una caratteristica che nessun sistema giudiziario può correggere: l’irreversibilità. Una condanna ingiusta può essere revisionata. Un detenuto può essere liberato. Un errore giudiziario può almeno essere riconosciuto e, per quanto possibile, riparato. Una persona giustiziata non può essere restituita alla vita. E poiché nessun sistema umano è infallibile, affidare a quello stesso sistema il potere definitivo di togliere la vita comporta una responsabilità immensa.

La scelta del Libano acquista ancora maggiore significato se osservata attorno ai suoi confini. La regione mediorientale continua a essere uno degli epicentri mondiali della pena capitale. L’Iran ha raggiunto livelli impressionanti di esecuzioni; l’Arabia Saudita continua a utilizzarla con frequenza; in Giordania sono riprese quest’anno le impiccagioni dopo anni di sospensione. Nel frattempo anche in Israele il dibattito sulla pena capitale è tornato con forza dentro una stagione segnata dalla guerra e dalla radicalizzazione politica.

Il rischio è sempre lo stesso: più una società vive nella paura e nel conflitto, più cresce la tentazione di trasformare la durezza in una prova di forza. La pena capitale diventa così qualcosa di più di una sanzione. Diventa un simbolo: lo Stato mostra di essere forte perché può uccidere legalmente.

Ma forse la forza può essere anche un’altra cosa. Può essere la capacità di punire senza vendicarsi. Di proteggere senza imitare la violenza del criminale. Di affermare che l’assassino non potrà più fare del male, senza per questo assumere come proprio il potere di decidere che la sua vita non meriti più di esistere.

La differenza fra giustizia e vendetta passa precisamente da qui. La vendetta vuole restituire il male. La giustizia deve interromperlo.

È questo che rende interessante la scelta libanese. Non perché il Libano sia improvvisamente diventato il modello dei diritti umani nella regione. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Il Paese conserva enormi problemi istituzionali e politici e la stessa legge appena approvata contiene elementi discutibili, a cominciare dalla formula dell’“ergastolo con lavori forzati aggravati”, criticata dalle organizzazioni abolizioniste. Il passo successivo dovrà essere proprio quello di rendere le pene detentive pienamente rispettose della dignità umana.

Ma la storia procede spesso così: non per atti perfetti, bensì per passi nella direzione giusta. E questo è un passo importante.

Forse anche perché arriva dal Libano, una terra nella quale il cristianesimo non è un reperto archeologico ma una presenza viva e antichissima. Non si tratta di rivendicare una vittoria confessionale: la legge è stata costruita attraverso sensibilità politiche e religiose diverse e appartiene all’intera società libanese. Ma un cristiano mediorientale può certamente riconoscervi qualcosa di familiare: l’idea che nessun uomo coincida definitivamente con il male che ha commesso.

Il Vangelo contiene una delle frasi più difficili da accettare quando siamo feriti: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Cristo non domanda per quale reato quell’uomo fosse finito in prigione. Non idealizza il detenuto, non ne proclama automaticamente l’innocenza. Lo considera ancora una persona.

È questa forse la provocazione più grande.

Una società veramente umana non si misura soltanto da come tratta i migliori. Si misura anche da come tratta i peggiori quando li ha ormai completamente in suo potere.

Il Libano ha deciso che lo Stato può chiudere una cella, ma non deve chiudere per sempre la possibilità della vita. Può condannare, ma non sopprimere. Può chiamare il male con il suo nome senza decretare che l’autore del male sia diventato soltanto quel male.

In un Medio Oriente nel quale ogni giorno qualcuno pretende di giustificare una morte con quella avvenuta il giorno prima, interrompere la catena possiede quasi un valore profetico. La guerra dice: hai ucciso, dunque uccido. La vendetta dice: mi hai tolto qualcosa, dunque ti toglierò qualcosa. La pena capitale rischia di introdurre quella stessa grammatica dentro il diritto.

Il Libano prova ora a cambiare verbo. Non più uccidere. Giudicare, condannare, proteggere, forse un giorno persino riabilitare.

Non è buonismo. Il buonismo rimuove il male. La misericordia cristiana lo guarda negli occhi e proprio perché ne riconosce tutta la gravità rifiuta di lasciargli l’ultima parola.

Il Parlamento di Beirut ha dunque approvato molto più di una modifica al codice penale. Ha compiuto una scelta antropologica: ha affermato che anche l’uomo colpevole resta un uomo e che la giustizia non ha bisogno di trasformarsi in morte per essere giustizia.

In una regione che conosce fin troppo bene i cimiteri, non è poco. È forse un piccolo cedro piantato nella terra della violenza. E sappiamo che i cedri crescono lentamente. Ma resistono a lungo.

 Dopo oltre vent’anni senza esecuzioni, il Libano cancella definitivamente la pena capitale e diventa il primo Paese del Medio Oriente a compiere questa scelta. Almeno 84 condanne saranno commutate. In una regione dove la morte continua a essere utilizzata come strumento politico e giudiziario, Beirut prova a indicare un’altra strada: una giustizia capace di punire senza vendicarsi e di riconoscere che nemmeno il colpevole perde completamente la propria dignità.