Nel nuovo Consiglio per l’Economia entrano il cardinale Roberto Repole, quattro nuovi laici e due professioniste nate nel 1987 e nel 1990. Confermato alla guida Reinhard Marx. Non una concessione alle mode, ma un segnale preciso: sui soldi della Chiesa servono competenza, controllo e una generazione che non abbia paura della trasparenza.
Si può predicare il Vangelo con parole altissime e perdere credibilità per una fattura opaca. Si può parlare dei poveri, della giustizia e della fraternità universale, ma se i conti non tornano, prima o poi qualcuno chiederà conto anche delle omelie. Leone XIV sembra averlo capito bene. Le nomine rese note l’11 agosto nel Consiglio per l’Economia della Santa Sede sono apparentemente tecniche, quasi burocratiche. Ma dietro quei nomi si intravede una scelta ecclesiale: il denaro non è un tema laterale della riforma della Chiesa. È uno dei luoghi in cui la riforma diventa credibile oppure si smentisce.
Due donne sotto i quarant’anni dentro il Consiglio per l’Economia fanno notizia, inevitabilmente. La principessa Gisela del Liechtenstein, nata nel 1990, amministratore delegato di Industrie und Finanzkontor, ed Elena Wettstein Principato, romana, classe 1987, manager di UBS con esperienza internazionale nel wealth management, rappresentano qualcosa che in Vaticano fino a non molti anni fa sarebbe stato tutt’altro che scontato: giovani professioniste laiche chiamate non a ornare un organismo consultivo, ma a entrare nel cuore della vigilanza economica della Santa Sede.
Bisogna però resistere alla tentazione del titolo facile: “Leone XIV apre alle donne”. Sarebbe poco e sarebbe persino paternalistico. Qui non interessa anzitutto il genere delle nominate, ma il fatto che la Chiesa sembri finalmente considerare normale che una donna di trentasei o trentanove anni, con una competenza finanziaria maturata tra Zurigo, Londra, Singapore, Roma, Stati Uniti e Svizzera, possa controllare bilanci vaticani accanto a cardinali, arcivescovi e uomini con decenni di carriera alle spalle.
La vera notizia, dunque, non è la quota rosa. È la normalizzazione della competenza femminile.
E sarebbe bene che questa normalità non diventasse essa stessa una propaganda. La Chiesa non ha bisogno di esibire le donne come simboli di modernizzazione, ma di affidare loro responsabilità reali, con poteri reali, dentro meccanismi reali di governo. In questo senso la nomina di Gisela del Liechtenstein e di Elena Wettstein Principato vale più di molti convegni sull’inclusione: le mette nel luogo dove si controllano gestione economica, bilanci, amministrazione, investimenti, spese e sostenibilità delle strutture ecclesiastiche.
Il Consiglio per l’Economia non è infatti una commissione decorativa. Nato nel 2014 per volontà di Francesco con il motu proprio Fidelis dispensator et prudens, ha il compito di sorvegliare la gestione economica e vigilare sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri, delle istituzioni collegate alla Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. È, in altre parole, uno dei punti nei quali la grande riforma economica avviata da Francesco può proseguire oppure lentamente svuotarsi.
Leone XIV sceglie chiaramente la prima strada.
E lo dice anche confermando il cardinale Reinhard Marx come coordinatore. Qui sta un altro elemento interessante. Il Papa non sembra voler inventare da zero la macchina economica vaticana, né costruire la propria riforma demolendo quella precedente. Confermare Marx significa garantire continuità a un organismo che ha attraversato anni difficili, tra scandali finanziari, processi, deficit, revisioni dei sistemi di controllo, nuove procedure di appalto e un progressivo adeguamento agli standard internazionali.
Non è la rivoluzione delle facce nuove. È piuttosto una manutenzione seria dell’istituzione.
Accanto a Marx rimane Charlotte Kreuter-Kirchhof, docente di diritto pubblico, internazionale ed europeo, nel ruolo di vice-coordinatrice. Viene confermato anche il segretario, monsignor Brian Edwin Ferme. È significativo che l’architettura del Consiglio conservi una leadership mista, ecclesiastica e laicale, maschile e femminile, giuridica, pastorale ed economica. È una piccola immagine di ciò che dovrebbe essere la Curia quando funziona: non una corte composta esclusivamente da chierici, ma un organismo che chiama le competenze di cui ha bisogno.
Fra i nuovi cardinali entra Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa. La sua presenza è interessante perché Repole non appartiene al cliché dell’uomo di finanza. È un teologo, già presidente dell’Associazione Teologica Italiana, cresciuto dentro una riflessione ecclesiologica che ha insistito molto sulla sinodalità e sulla forma comunitaria della Chiesa.
Potrebbe apparire una scelta eccentrica in un organismo economico.
Non lo è.
Perché il bilancio della Chiesa non è un esercizio neutrale. Dietro ogni cifra esiste una scelta ecclesiologica. Quanto si spende per la Curia e quanto per la missione? Quanto per gli immobili e quanto per le persone? Quanto costa una struttura che forse non serve più? Quale patrimonio deve essere conservato e quale può essere messo a frutto? Quale investimento è compatibile con la dottrina sociale della Chiesa e quale invece genera profitto al prezzo di contraddire ciò che si predica?
L’economia ecclesiale, prima ancora di essere una tecnica, è una teologia tradotta in numeri.
Per questo la presenza di Repole accanto ai manager acquista un senso preciso. Se il Consiglio diventasse soltanto una tavola di esperti finanziari, potrebbe amministrare benissimo e discernere male. Se diventasse soltanto un’assemblea di cardinali, rischierebbe invece di discernere molto e controllare poco. La formula cercata dal Papa sembra essere la contaminazione delle competenze.
E lo stesso vale per gli altri ingressi.
Denis Duverne porta una lunga esperienza internazionale maturata nel mondo assicurativo e nella governance. Paolo Nusiner conosce l’impresa, l’università, la sanità, l’editoria cattolica ed è oggi dentro il Dicastero per la Comunicazione. Gisela del Liechtenstein porta l’esperienza bancaria, finanziaria e industriale. Elena Wettstein Principato quella della gestione patrimoniale e dei servizi finanziari internazionali.
Non sono nomi scelti per rappresentare categorie sociali. Sono profili professionali.
E forse è proprio questa la maturità che oggi si dovrebbe chiedere alla Chiesa: smettere di raccontare come eccezionale ciò che dovrebbe essere semplicemente normale.
Una donna competente non deve essere nominata perché è donna.
Un giovane non deve entrare perché è giovane.
Un laico non deve essere chiamato perché bisogna dimostrare di “aprire ai laici”.
Deve entrare perché conosce il mestiere meglio di chi non lo conosce.
Può sembrare una banalità. Nel mondo ecclesiastico, talvolta, è una piccola rivoluzione.
D’altra parte, la storia recente del Vaticano ha insegnato con sufficiente durezza che la buona fede non sostituisce il controllo. La devozione non sostituisce l’audit. L’abito ecclesiastico non garantisce l’immunità dall’errore e neppure dall’avidità. E una cattiva amministrazione non diventa evangelica soltanto perché viene esercitata in nome della Chiesa.
La tradizione cristiana è molto più severa di quanto talvolta ricordiamo. L’amministratore evangelico è chiamato a essere fedele. Il denaro affidato alla Chiesa non è proprietà privata dei suoi amministratori. È patrimonio destinato a una missione. Significa che chi lo gestisce dovrebbe avere un grado di responsabilità persino maggiore rispetto a chi amministra un’impresa privata.
C’è perciò qualcosa di profondamente evangelico in un bilancio trasparente.
E qualcosa di profondamente antievangelico nell’opacità.
La Dottrina sociale della Chiesa, indicata esplicitamente come bussola dell’azione del Consiglio, impedisce però anche l’equivoco contrario. Efficienza non significa trasformare il Vaticano in una multinazionale. Equilibrio finanziario non significa adorare il pareggio di bilancio. Il patrimonio della Chiesa non esiste per produrre rendimenti sempre maggiori, ma per permettere alla Chiesa di svolgere la propria missione nel tempo.
È qui che la sfida diventa interessante.
Una banca può domandarsi se un investimento rende.
La Santa Sede deve anche domandarsi che cosa rende e a quale prezzo morale.
Una società può chiudere un settore improduttivo.
La Chiesa deve domandarsi se quel settore improduttivo custodisce un povero, un malato, una missione, una presenza ecclesiale che nessun algoritmo definirebbe redditizia.
L’etica economica cristiana nasce esattamente in questa tensione: amministrare bene senza trasformare l’efficienza in un idolo.
Forse è questo il banco di prova più serio per le nuove nomine di Leone XIV. Non dimostrare che la Chiesa sa assumere manager come una qualsiasi corporation, ma dimostrare che sa mettere le migliori competenze professionali al servizio di una logica diversa dalla corporation.
Il Papa, in fondo, non ha bisogno di manager che gli insegnino ad amare il profitto.
Ha bisogno di professionisti capaci di impedirgli di sprecare le risorse destinate al Vangelo.
La differenza è enorme.
E riguarda anche le due giovani donne che inevitabilmente attireranno l’attenzione dei media. La principessa manager e la dirigente di UBS costituiscono quasi un cortocircuito simbolico dentro una Chiesa che parla continuamente di poveri, periferie e diseguaglianze.
Ma proprio per questo la loro responsabilità è maggiore.
Non devono dimostrare che il Vaticano sa stare dentro la grande finanza.
Devono aiutare il Vaticano a non diventare prigioniero della sua logica.
È una sfida che vale anche per i cardinali.
Perché il problema non è stabilire se nella Chiesa debbano comandare gli economisti oppure i pastori. È impedire che gli uni ignorino ciò che sanno gli altri.
Le nomine dell’11 agosto, allora, raccontano un Leone XIV che sembra preferire la continuità operativa agli slogan. Mantiene Marx, conferma la struttura, rinnova parte dei componenti, inserisce quattro cardinali e quattro laici, porta dentro due professioniste giovani e internazionali.
Nessuna rivoluzione proclamata.
Nessuna fotografia con il cartello “nuova era”.
Soltanto persone messe davanti ai conti.
Ma forse la riforma della Chiesa passa proprio da queste cose poco spettacolari. Perché un bilancio raramente commuove, un rendiconto non riempie piazza San Pietro e un sistema di controllo interno non diventerà mai un’enciclica.
Eppure da lì passa una domanda dalla quale la Chiesa non può sottrarsi:
credi davvero a ciò che predichi quando amministri il denaro che ti è stato affidato?
Leone XIV ha appena scelto alcune delle persone che dovranno aiutarlo a rispondere.
Fra loro ci sono due donne che non hanno ancora quarant’anni.
La cosa migliore che potrebbe accadere, fra qualche anno, è che nessuno trovi più necessario sottolinearlo.
Con Repole e quattro nuovi laici, fra cui Gisela del Liechtenstein ed Elena Wettstein Principato, Leone XIV rinnova il Consiglio per l’Economia senza rompere con la riforma di Francesco. La conferma di Reinhard Marx indica continuità; l’ingresso di giovani professioniste internazionali segnala invece qualcosa di nuovo: nella Chiesa la competenza laicale e femminile comincia a essere considerata non un’eccezione da celebrare, ma una responsabilità normale da esercitare.
