Mentre l’Italia è in ferie, al San Raffaele di Milano continua in silenzio un’ingiustizia: il licenziamento della delegata RSU che aveva denunciato i rischi per i pazienti
In questi giorni di agosto, mentre le città si svuotano e l’attenzione pubblica si abbassa, al San Raffaele di Milano prosegue una vertenza che merita di non passare sotto silenzio. A fine luglio l’ospedale ha licenziato per giusta causa Margherita Napoletano, storica coordinatrice RSU e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. L’azienda parla di un illecito legato a un tirocinio. Lei e i sindacati parlano di ritorsione per aver denunciato carenze di organico, turni insostenibili e personale non adeguatamente formato. Un’ingiustizia che si consuma a fari spenti, proprio mentre la maggior parte del Paese è in vacanza.
Il San Raffaele non è un luogo qualunque. Porta il nome dell’arcangelo “Medicina di Dio” e nasce, come tante strutture sanitarie italiane, nel solco di una tradizione di assistenza che ha sempre unito competenza e compassione. Quando una lavoratrice che da quasi trent’anni si occupa di sicurezza e diritti viene allontanata dopo aver alzato la voce sui rischi per i pazienti, qualcosa si incrina. Non solo un rapporto di lavoro: si incrina la fiducia che un ospedale debba essere, prima di tutto, casa della fraternità.
Nella visione francescana il malato non è un “utente” e l’operatore non è una voce di bilancio. Entrambi sono volto di Cristo. San Francesco invitava a riconoscere nell’uomo «in quale eccelsa condizione ti ha posto il Signore Dio». Quando la logica della produttività e del taglio del personale prevale sulla tutela di chi cura e di chi è curato, quella eccelsa condizione viene dimenticata. La denuncia di Napoletano – portata anche in una trasmissione nazionale – riguardava proprio questo: turni estenuanti, esternalizzazioni e rischi concreti per la sicurezza dei malati. Punire chi segnala queste criticità significa trasformare la vigilanza in colpa.
Il lavoro sanitario è, nella tradizione cristiana, custodia della creatura. Non merce. Sottoporre chi assiste a condizioni di precarietà o isolare chi difende la sicurezza dei colleghi e dei pazienti è un’ingiustizia che non riguarda solo i contratti. Riguarda la qualità della vita che si offre a chi soffre. E proprio in queste settimane d’agosto, mentre molti sono lontani, il presidio continua: un pezzo di verità che resiste al silenzio estivo.
La pace di un luogo di cura nasce dalla giustizia: dall’ascolto, dalla tutela dei più deboli, dal riconoscimento che la dignità di chi lavora e di chi è assistito è una sola. La vicenda del San Raffaele chiede quindi qualcosa di più di una sentenza. Chiede di restituire centralità alla persona. Di smettere di trattare la sicurezza come un optional e la voce dei lavoratori come un fastidio. Di ricordare che un ospedale che non protegge chi alza la voce sui rischi finisce per indebolire anche chi è più fragile: il malato.
La cura non si svende. Il lavoro non si calpesta. E un’ingiustizia non diventa meno grave solo perché avviene mentre il Paese è in ferie.
