A cinque anni dalla riconquista di Kabul, l’Unesco denuncia una catastrofe educativa senza precedenti: 2,4 milioni di ragazze sono escluse dall’istruzione secondaria e, se il divieto continuerà, saranno quasi quattro milioni entro il 2030. Ma nelle case, nelle cantine e davanti ai cancelli chiusi delle scuole continua una resistenza fatta di libri, lezioni clandestine e ragazze che rifiutano di scomparire.

C’è una ragazza afgana di tredici anni che, per continuare ad andare a scuola, aveva escogitato una strategia disperata: sbagliare apposta. Prendere brutti voti, ripetere l’anno, restare bambina ancora per qualche mese davanti alla legge degli uomini che, superata una certa età, le avrebbe chiuso il cancello dell’istruzione. Si chiama Madina. Non voleva essere promossa perché essere promossa, nell’Afghanistan dei talebani, significava essere espulsa. È forse questa l’immagine più feroce dei cinque anni trascorsi dalla caduta di Kabul: un Paese nel quale una bambina deve fingere di non imparare per poter continuare a imparare.

Adesso i numeri danno alla tragedia una dimensione quasi impossibile da immaginare: due milioni e quattrocentomila ragazze. Tante, secondo l’Unesco, sono oggi le afgane private dell’istruzione secondaria dopo il ritorno dei talebani al potere nell’agosto del 2021. Sono circa duecentomila in più rispetto all’anno scorso e oltre un milione in più rispetto al 2024. Se il divieto resterà in vigore, entro il 2030 saranno quasi quattro milioni. Quattro milioni di banchi vuoti, di quaderni che non verranno aperti, di possibili insegnanti, medici, informatiche, avvocate, infermiere, ricercatrici e imprenditrici alle quali qualcuno ha deciso che il sapere non spetta.

L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale alle ragazze è formalmente vietato proseguire gli studi oltre la scuola primaria. Bisognerebbe fermarsi su questa frase: l’unico al mondo. Non stiamo parlando semplicemente di un Paese povero nel quale le ragazze faticano ad arrivare a scuola perché mancano edifici, autobus o insegnanti. Non stiamo parlando soltanto di disuguaglianza economica o di una tradizione sociale difficile da superare. Qui esiste una decisione politica deliberata. Le scuole ci sono, le ragazze vogliono entrarvi e il potere impedisce loro di farlo. È questo che rende la vicenda afgana moralmente intollerabile.

Fra il 2001 e il ritorno dei talebani era accaduto qualcosa che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Nel 2001 le bambine rappresentavano meno di un alunno su dieci nella scuola primaria; nel 2018 erano diventate circa quattro su dieci. L’alfabetizzazione femminile era aumentata e migliaia di giovani donne erano entrate nelle università. Non era il paradiso: l’Afghanistan restava poverissimo, violento, segnato dalla guerra e da enormi disuguaglianze. Ma esisteva una direzione. Poi, nell’agosto 2021, la storia ha invertito la marcia. Dal 2022 oltre centomila donne hanno dovuto abbandonare anche l’università. Alle ragazze viene negato lo studio dopo i dodici anni, gran parte dei lavori femminili è stata proibita, la libertà di movimento drasticamente limitata e la presenza pubblica delle donne progressivamente cancellata.

La questione educativa è dunque molto più di una questione scolastica. È il pilastro di un sistema che mira a rendere invisibile metà della popolazione. Perché se togli a una bambina la scuola non le stai soltanto togliendo algebra, storia o letteratura. Le stai togliendo la possibilità di scegliere, di lavorare, di avere un reddito proprio, di comprendere le leggi che la governano, di curare altre donne, di diventare insegnante delle bambine che verranno dopo di lei. Le stai togliendo soprattutto il diritto di immaginarsi diversa da come il potere ha deciso che debba essere.

Per questo l’educazione è sempre stata una delle prime cose che i regimi autoritari cercano di controllare. Un libro sembra innocuo, e invece è pericolosissimo, perché insegna che il mondo potrebbe essere diverso. Lo sanno le ragazze di Herat che per protestare si danno appuntamento davanti ai cancelli chiusi delle scuole. Restano lì soltanto pochi secondi, mostrano i libri, un telefono sul quale seguono una lezione online, qualche cartello, poi corrono via per paura che arrivino i talebani. La loro manifestazione dura meno di un minuto. Il regime dispone delle armi; loro dispongono di un libro. E tuttavia è il regime ad avere paura.

È uno dei grandi paradossi del potere autoritario: più pretende di essere assoluto, più teme i gesti minuscoli. Una ragazza che apre un manuale, una donna che insegna matematica in una cantina, un gruppo che organizza un club di lettura su WhatsApp, una biblioteca di quaranta libri nascosta dentro una casa. Cose piccolissime, eppure abbastanza per mettere in allarme un regime. A Herat alcune giovani hanno recuperato perfino il nome di una resistenza precedente. La loro associazione si chiama Golden Needle, Ago d’oro. Negli anni Novanta, durante il primo governo talebano, donne alle quali era vietato studiare fingevano di frequentare corsi di cucito per ritrovarsi clandestinamente e leggere. Trent’anni dopo siamo di nuovo lì: ago, filo e libri nascosti. Il progresso umano può essere cancellato molto più velocemente di quanto immaginiamo.

Ed è qui che la vicenda afgana dovrebbe interrogare anche noi occidentali. Perché il pericolo più grande non è soltanto la brutalità dei talebani. È l’abitudine del resto del mondo alla brutalità dei talebani. Cinque anni fa le immagini delle ragazze cacciate dalle università provocarono indignazione internazionale. Oggi rischiano di diventare rumore di fondo. Ci abituiamo ai divieti, ai burqa, alle università proibite, alle donne che non possono viaggiare senza un uomo, perfino all’espressione “apartheid di genere”. Ed è precisamente questa normalizzazione che dovrebbe spaventarci, perché l’ingiustizia ottiene la sua vittoria definitiva non quando viene imposta, ma quando smette di scandalizzare.

Intanto l’Europa discute con Kabul anche di sicurezza, migrazioni e rimpatri. È comprensibile che gli Stati debbano affrontare questi problemi, ma esiste una linea oltre la quale il realismo politico diventa amnesia morale. Non si può trattare la condizione delle donne afgane come una fastidiosa nota a margine mentre si negoziano deportazioni e accordi diplomatici. Non possiamo trasformare due milioni e quattrocentomila ragazze in un dettaglio burocratico perché abbiamo bisogno che i talebani collaborino sulle frontiere. La politica estera vive di compromessi; la dignità umana no.

Da cristiani dovremmo percepirlo con particolare chiarezza. Non perché le ragazze afgane siano cristiane: nella quasi totalità non lo sono. Proprio per questo. La dignità di una persona, per il cristiano, non dipende dalla religione che professa, dal passaporto che possiede, dal sesso con cui è nata o dall’utilità che può avere per noi. Ogni bambina afgana esclusa dalla scuola porta una dignità che precede qualsiasi decreto dei talebani. Nessun governo gliel’ha concessa e nessun governo può revocarla.

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre legato educazione e dignità della persona. Educare significa permettere all’essere umano di sviluppare i doni ricevuti, assumersi responsabilità, contribuire al bene comune. Negare deliberatamente l’educazione a un’intera metà della popolazione significa dunque non soltanto discriminare: significa mutilare un popolo. E infatti le conseguenze stanno già arrivando. L’Unesco prevede che entro il 2030 all’Afghanistan mancheranno più di undicimila insegnanti donne qualificate. È un circolo vizioso perfetto: le ragazze non possono studiare, quindi non possono diventare insegnanti; non essendoci abbastanza insegnanti donne, diventerà ancora più difficile educare le nuove generazioni di bambine. Il regime non sta semplicemente chiudendo le scuole oggi. Sta distruggendo la capacità del Paese di riaprirle domani.

Le conseguenze economiche sono altrettanto devastanti. Centinaia di migliaia di donne rischiano di essere definitivamente escluse dal mercato del lavoro e le perdite per l’economia afgana vengono calcolate in miliardi di dollari. Ma anche qui bisogna stare attenti: il motivo per cui una ragazza dovrebbe poter studiare non è anzitutto perché così aumenterà il Pil. Non dobbiamo cadere nell’errore di difendere i diritti umani perché “convengono”. Una bambina ha diritto all’istruzione anche se nessun economista riuscisse a dimostrare che ciò produrrà un punto percentuale di crescita in più. La dignità non ha bisogno di un business plan.

Forse la testimonianza più struggente viene da una giovane che usa il nome di Karishma per proteggere la propria identità. Aveva vent’anni quando i talebani tornarono al potere. Studiava informatica e le mancava un anno alla laurea. Non era una privilegiata: aveva già dovuto interrompere gli studi per lavorare e mantenere la famiglia quando i genitori si erano ammalati. Faceva turni notturni come receptionist in ospedale, poi andava direttamente all’università senza dormire e nel pomeriggio dava lezioni private. Una vita durissima, ma possedeva qualcosa: una direzione. Poi arrivarono i talebani e la porta dell’università si chiuse.

Karishma tentò di riprendere gli studi in Iran. Ottenne persino un visto. Quando provò a lasciare nuovamente l’Afghanistan, le impedirono di attraversare la frontiera perché era una donna e voleva studiare. Non poteva frequentare l’università nel suo Paese e non poteva uscire dal suo Paese per frequentarla altrove. La gabbia era completa. Eppure qualcosa, racconta, non sono riusciti a toglierle: la voce. È una parola importante, perché un regime può chiudere una scuola, vietare un’università, sequestrare un libro, costringere una ragazza a nascondere il volto. Ma deve lavorare molto più duramente per convincerla che non vale più nulla.

Ed è proprio qui che si combatte la battaglia decisiva, non soltanto nelle cancellerie occidentali, ma dentro l’anima di quelle donne. Una ragazza di nome Raza Azad racconta che vorrebbe semplicemente andare a scuola, uscire quando vuole, suonare il pianoforte, giocare a calcio e sentire il vento sul viso. Sentire il vento sul viso. Noi leggiamo una frase così e forse non comprendiamo fino in fondo, perché per noi il vento non è un diritto: è soltanto il vento. Per una diciottenne afgana può essere la descrizione della libertà.

Ed è forse questa la tragedia più feroce del regime talebano: avere trasformato cose elementari in sogni rivoluzionari. Una classe, un libro, un pallone, un pianoforte, il volto scoperto, una passeggiata, il vento. Ciò che per milioni di ragazze nel mondo costituisce la normalità, in Afghanistan è diventato resistenza.

Davanti a tutto questo l’Occidente deve decidere se conservare memoria delle proprie parole. Diritti umani, uguaglianza e dignità delle donne non possono valere soltanto quando non costano nulla diplomaticamente. E anche noi cristiani dobbiamo vigilare sulla tentazione di pensare che, poiché questa tragedia avviene lontano, dentro un Paese musulmano governato da fondamentalisti islamici, non ci riguardi direttamente. Ci riguarda. Ogni volta che una persona viene privata della propria dignità, il Vangelo ci riguarda. Ogni volta che un potente schiaccia un debole, il Vangelo ci riguarda. Ogni volta che una bambina viene fermata davanti alla porta di una scuola perché è nata donna, il Vangelo ci riguarda.

Forse un giorno i cancelli delle scuole afgane torneranno ad aprirsi. Quel giorno ci saranno ragazze ormai diventate donne che entreranno in classe con anni di ritardo. Alcune avranno studiato segretamente, altre avranno dimenticato ciò che avevano imparato, molte non torneranno mai. Ecco perché non basta aspettare. Ogni anno perduto è una generazione mutilata. Ogni bambina che oggi non entra in aula è una possibilità sottratta al futuro dell’Afghanistan.

Madina voleva essere bocciata per poter restare a scuola. In qualunque Paese normale sarebbe una storia paradossale. Nell’Afghanistan del 2026 è una strategia di sopravvivenza. Forse dovremmo partire da lei quando parliamo dei talebani: non dalle mappe geopolitiche, non dagli accordi sulle migrazioni, non dai calcoli diplomatici, ma da una bambina che desiderava disperatamente una cosa che da noi milioni di ragazzi considerano una seccatura: andare a scuola anche domani. E che, per ottenere un altro anno di libertà, aveva capito di dover fare l’impensabile: imparare fingendo di non aver imparato.

Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, l’Afghanistan è l’unico Paese al mondo che vieta formalmente alle ragazze l’istruzione secondaria. L’Unesco conta 2,4 milioni di escluse e ne prevede quasi quattro milioni entro il 2030. Ma nelle scuole clandestine, nelle biblioteche domestiche e nelle proteste di pochi secondi davanti ai cancelli chiusi continua una resistenza elementare e potentissima: quella di giovani donne che chiedono semplicemente il diritto di conoscere il mondo e di scegliere il proprio futuro.