Per la prima volta dal 1964 la Florida ha eseguito due condanne capitali nello stesso giorno. Uno dei detenuti aveva 80 anni, l’altro aveva ancora contestato le prove a suo carico. In uno Stato che accelera il ricorso alla pena di morte, torna una domanda essenziale: una società diventa davvero più giusta quando uccide chi ha ucciso?

 Sei ore. Tanto è bastato alla Florida per passare da un’esecuzione all’altra. Prima James Aren Duckett, 68 anni, poi Dominick Anthony Occhicone, 80. Due uomini uccisi dallo Stato nello stesso giorno, nella prigione di Starke. Non accadeva dal 1964. Il dato, da solo, dovrebbe inquietare. Non perché i crimini commessi non siano terribili, né perché le vittime debbano essere dimenticate. Al contrario. Proprio perché la giustizia nasce dalla ferita inflitta alle vittime, dovrebbe essere la prima a non trasformare quella ferita in una catena senza fine di morte.

Duckett era stato condannato per l’omicidio dell’undicenne Teresa McAbee, avvenuto nel 1987. Occhicone per l’uccisione dei genitori della sua ex compagna nel 1986. Delitti atroci, vite spezzate, famiglie condannate a portare per decenni un dolore che nessuna sentenza può cancellare. La madre di Teresa ha raccontato di avere aspettato quasi quarant’anni quel momento. È impossibile leggere questa vicenda con leggerezza e ancora più ingiusto sarebbe rivolgere un giudizio morale contro chi ha subito un lutto così devastante. La domanda non riguarda le vittime. Riguarda lo Stato.

Può lo Stato, proprio perché rappresenta la legge, fare ciò che vieta al cittadino? Può rispondere all’omicidio con un altro omicidio legalizzato e chiamarlo giustizia? La questione è antica, ma in Florida sta tornando con una forza particolare. Quelle del 28 luglio sono state l’undicesima e la dodicesima esecuzione dell’anno. Un’altra era già programmata per il 18 agosto. Nel 2025 lo Stato aveva messo a morte 19 persone, quasi la metà di tutte quelle giustiziate negli Stati Uniti. La pena capitale non appare più come un residuo eccezionale dell’ordinamento, ma come uno strumento nuovamente utilizzato con frequenza.

La parola più preoccupante è forse proprio questa: frequenza. Una condanna a morte dovrebbe almeno costituire, anche per chi la considera legittima, l’atto più estremo e irreversibile che uno Stato possa compiere. Quando comincia invece a essere programmata ogni due settimane, quando due esecuzioni vengono concentrate nello stesso giorno, si produce inevitabilmente il rischio della routine. E la morte di Stato non dovrebbe mai diventare routine.

Nel caso di Duckett, inoltre, l’esecuzione era stata precedentemente sospesa per consentire ulteriori verifiche sul DNA. Il ricorso non ha avuto successo, ma resta un particolare che dovrebbe suggerire prudenza. Nel caso di Occhicone, la giuria che raccomandò la morte era divisa sette contro cinque. Secondo le regole attualmente in vigore in Florida quel margine non sarebbe nemmeno sufficiente per una nuova condanna capitale. È stato dunque giustiziato un uomo che, sottoposto oggi allo stesso procedimento, non avrebbe necessariamente ricevuto quella stessa pena.

Questo è uno dei punti più difficili da accettare quando si parla di pena di morte: la legge cambia, la società cambia, le procedure cambiano, ma il morto non cambia più. Non esiste appello contro una tomba.

La Florida ha inoltre abbassato nel 2023 la soglia necessaria perché una giuria possa raccomandare la pena capitale: non serve più l’unanimità, bastano otto voti su dodici. È la soglia più bassa degli Stati Uniti. È singolare che la sanzione più irreversibile disponibile nel sistema giudiziario possa essere inflitta proprio quando la stessa giuria manifesta un dubbio così evidente da risultare divisa.

La pena capitale possiede un paradosso che nessuna retorica sulla sicurezza può eliminare. Lo Stato afferma che la vita umana non può essere soppressa arbitrariamente e, proprio per dimostrare la gravità di quel principio, sopprime una vita. Si potrebbe rispondere che il condannato ha scelto il proprio destino uccidendo. Ma se la dignità dipendesse dal comportamento, cesserebbe di essere dignità e diventerebbe una ricompensa morale per i buoni.

È qui che lo sguardo cristiano diventa particolarmente esigente. La Chiesa cattolica considera oggi la pena di morte inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona. Non perché neghi il male. Non perché consideri innocenti gli assassini. Non perché dimentichi le vittime. Ma perché sostiene qualcosa di ancora più radicale: neppure il criminale coincide totalmente con il proprio crimine.

È facile difendere la vita dell’innocente. È infinitamente più difficile difendere la vita di chi ha ucciso un bambino o massacrato due anziani. Eppure il cristianesimo comincia proprio dove finisce la nostra spontanea simpatia. Cristo non ha mai detto che la misericordia è destinata soltanto a chi la merita. Se fosse meritata, non sarebbe più misericordia.

Questo non significa abolire la giustizia. Chi uccide deve rispondere del proprio crimine. La società ha il diritto e il dovere di difendersi. Una pena può essere severissima, lunga, persino definitiva quando la pericolosità della persona lo richiede. Ma tra impedire a qualcuno di uccidere ancora e decidere che quella persona debba essere uccisa esiste una differenza morale enorme.

C’è poi il problema dell’errore giudiziario. Non è teorico. Negli Stati Uniti uomini rimasti per decenni nel braccio della morte sono stati liberati dopo nuove prove, revisioni del DNA, ritrattazioni di testimoni o scoperta di errori investigativi. Il caso di Jimmie “Chris” Duncan, scarcerato in Louisiana dopo quasi trent’anni nel braccio della morte, mostra quanto possa essere fragile anche una condanna che per decenni è sembrata definitiva. Se fosse stato giustiziato vent’anni prima, oggi non parleremmo di un errore corretto. Parleremmo di un innocente ucciso legalmente.

Ed è forse questo il punto che dovrebbe unire anche persone con convinzioni politiche molto diverse: nessun sistema giudiziario umano è infallibile. Giudici, pubblici ministeri, giurie, investigatori possono sbagliare. Testimoni possono mentire. Perizie possono essere errate. Prove possono emergere dopo anni. Affidare a un sistema fallibile un potere irreversibile significa accettare che prima o poi l’errore possa trasformarsi in morte.

Persino il metodo dell’iniezione letale, presentato per decenni come una forma quasi clinica e indolore di esecuzione, continua a sollevare interrogativi. Gli oppositori denunciano il rischio che i farmaci paralizzanti nascondano segni di sofferenza. È un dettaglio disturbante: la modernità ha cercato di rendere la morte più pulita, più silenziosa, meno visibile. Ma una morte non diventa più umana perché avviene dietro un vetro, sotto una luce al neon e attraverso una flebo.

La doppia esecuzione della Florida arriva inoltre in un clima politico nel quale la pena capitale è tornata a essere presentata come dimostrazione di fermezza. Donald Trump ha incoraggiato un ritorno deciso alle condanne a morte, mentre Ron DeSantis ne ha accelerato l’applicazione nello Stato. Il problema non è soltanto giuridico. È culturale. Quando la morte entra nella competizione politica come simbolo di durezza, il rischio è che il condannato smetta di essere una persona e diventi un messaggio elettorale.

La politica ama le parole semplici: sicurezza, ordine, punizione. Ma la giustizia vera è più complessa. Deve difendere la società e insieme impedire che la società diventi simile al male che condanna. Deve stare dalla parte delle vittime senza trasformare il loro dolore in uno strumento. Deve punire senza godere della punizione.

Forse la domanda decisiva non è se Duckett e Occhicone meritassero compassione. La domanda cristiana è più scomoda: chi di noi può decidere che un uomo non meriti più di vivere?

Non conosciamo il mistero ultimo di quelle due vite. Conosciamo i crimini per i quali sono stati condannati. Conosciamo la sofferenza delle famiglie delle vittime. Conosciamo la necessità della pena. Ma esiste un confine nel quale la giustizia dovrebbe fermarsi e lasciare spazio al giudizio che non appartiene allo Stato.

La Florida, quel martedì di luglio, ha scelto di oltrepassarlo due volte in sei ore.

E mentre in Libano un Parlamento decide di cancellare la pena capitale, nel cuore dell’Occidente democratico uno Stato americano torna ad accelerare le esecuzioni. È un contrasto che dovrebbe far riflettere. La civiltà non procede sempre in linea retta. Talvolta un Paese ferito del Medio Oriente sceglie di rinunciare al patibolo mentre una delle più ricche democrazie del mondo torna a utilizzarlo con crescente frequenza.

Non basta dire che la legge lo consente.

Anche le leggi devono essere giudicate.

E una società dovrebbe domandarsi non soltanto quanto severamente sa punire i suoi colpevoli, ma quanto riesce a restare umana quando li ha completamente nelle proprie mani.

La forza dello Stato non si misura dalla sua capacità di uccidere un uomo immobilizzato su un lettino.

Quella è la forma più facile del potere.

La forza più difficile è possedere il potere di uccidere e scegliere di non usarlo.

 La Florida ha compiuto la prima doppia esecuzione dal 1964, mettendo a morte in sei ore James Duckett e Dominick Occhicone, quest’ultimo ottantenne. In uno Stato che ha accelerato drasticamente il ricorso alla pena capitale e consente condanne anche senza unanimità della giuria, torna la domanda che nessuna procedura può cancellare: la giustizia difende davvero la vita quando decide di sopprimerla?