La stanchezza degli elettori e l’illusione della stabilità

Alle ultime elezioni politiche italiane del 2022 solo 63,8% degli aventi diritto si è recato alle urne; quasi 17 milioni di cittadini – il 37,2% del corpo elettorale – hanno scelto di astenersi o di votare scheda bianca .  A contare, più del partito vincente, è stato il partito del non voto. Questa disaffezione non è un capriccio di massa ma il sintomo di un sistema rappresentativo che non permette ai cittadini di scegliere chi li rappresenta. Il Rosatellum, la legge oggi in vigore, combina collegi uninominali e liste proporzionali bloccate: solo un terzo dei seggi è assegnato con sfide dirette, mentre due terzi vengono distribuiti con liste predisposte dai partiti . Già questa formula ha ridotto il rapporto diretto tra elettori ed eletti e impedito l’espressione delle preferenze.

Il governo guidato da Giorgia Meloni propone ora di sostituire il Rosatellum con un nuovo sistema integralmente proporzionale, soprannominato «Melonellum» o «Stabilicum 2.0». La riforma abolisce del tutto i collegi uninominali e prevede che tutti i seggi siano assegnati attraverso liste bloccate .  Per garantire una maggioranza di governo introduce un premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori extra alla lista o coalizione che superi il 42% dei voti ; la coalizione vincente non potrà comunque superare il 55% dei seggi .  Non sono previsti ballottaggi .  Resta la soglia di sbarramento al 3% .  La legge impone inoltre che le liste indichino fin da subito il candidato premier sulla scheda , un elemento assente nella normativa attuale ma che limita ulteriormente la discrezionalità del Presidente della Repubblica nella nomina del governo.

Liste bloccate e preferenze negate

La caratteristica più discussa del Melonellum è il mantenimento delle liste bloccate. Nella versione approdata in Aula, gli elettori votano il simbolo del partito senza poter scegliere i singoli candidati .  Come ricorda Filodiritto, questa disposizione entra in conflitto con la sentenza della Corte costituzionale del 2014 che ammetteva le liste bloccate solo se abbinate a collegi uninominali o circoscrizioni piccole in grado di rendere riconoscibili i candidati – condizioni che la nuova legge elimina .  La mancanza di preferenze viola la “logica della rappresentanza” e rischia di aumentare l’astensione .  Nella riforma, l’ordine degli eletti dipende completamente dalle segreterie politiche, riproducendo un meccanismo partitocratico in cui gli eletti rispondono ai leader e non agli elettori.

Non a caso, diversi partiti di maggioranza hanno espresso dubbi sulla reintroduzione delle preferenze. Lega e Forza Italia sono contrari, mentre Fratelli d’Italia e alcuni alleati si dicono pronti a discuterne .  Ma il rischio è che, in fase di votazione in Aula, il voto segreto consenta di bloccare qualsiasi apertura, perpetuando un modello di nomina dall’alto. La promessa di modificare il testo con le preferenze potrebbe dunque rivelarsi un mero espediente retorico.

Il premio di maggioranza: governabilità o distorsione?

Il cuore della riforma è il premio di governabilità. La proposta assegna 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione più votata che superi la soglia del 42% .  Questa innovazione, simile alle leggi Acerbo, Porcellum e Italicum del passato, mira a garantire maggioranze stabili ma comporta serie criticità. Il premio costringerà le forze politiche a coalizzarsi prima del voto: un artificio che, come ha mostrato l’esperienza, non garantisce coesione programmatica e può creare governi fragili. Anche con l’assegnazione di una maggioranza schiacciante, coalizioni eterogenee come quelle del passato (si pensi al IV governo Berlusconi, nato nel 2008 e dimissionario nel 2011) non hanno garantito stabilità .

Il premio, inoltre, rischia di alterare gravemente la rappresentanza. Storicamente, le leggi che attribuiscono un surplus di seggi alla lista vincente sono state giudicate incostituzionali (come il Porcellum nel 2014) o hanno generato forti diseguaglianze tra voti e seggi. Il fatto che il Melonellum preveda un limite massimo – il 55% dei seggi – attenua ma non elimina questa distorsione. Più che favorire la governabilità, la riforma sembra mirare a blindare la leadership di chi già governa e a impedire che le opposizioni possano ribaltare la maggioranza con il voto.

Un colpo alla centralità del Parlamento

La riforma si inserisce in un contesto di progressiva marginalizzazione del Parlamento. Negli ultimi anni, la produzione legislativa è dominata da iniziative del governo; l’uso del voto di fiducia e dei decreti legge è divenuto prassi, riducendo gli spazi di discussione parlamentare. Il nuovo sistema elettorale riduce ulteriormente l’autonomia dei deputati e senatori: con liste bloccate e posizioni assegnate dalle segreterie, gli eletti diventano esecutori fedeli delle strategie di partito. La possibilità di indicare il premier in fase di voto rappresenta un passo verso un premierato di fatto, subordinando la figura del presidente della Repubblica e alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato .  Questo processo alimenta l’antipolitica e la sfiducia, trasformando il Parlamento in un organo di ratifica.

Effetti perversi e rischi di eterogenesi dei fini

Uno degli argomenti usati dai sostenitori del Melonellum è che l’attuale sistema misto ha generato maggioranze amplissime non rispecchianti i voti reali; la riforma, secondo loro, restituirebbe stabilità. Ma la storia elettorale italiana insegna che le leggi pensate per un fine producono spesso effetti opposti: il Mattarellum introdotto negli anni ’90 mirava a contenere l’ascesa di forze estreme, ma favorì la vittoria di coalizioni guidate da leader imprevisti (come Gianfranco Fini). Il Porcellum, concepito per consolidare le maggioranze, determinò governi instabili e fu bocciato dalla Corte costituzionale. Non è escluso che anche il Melonellum produca un’eterogenesi dei fini: le nuove regole potrebbero favorire soggetti esterni ai poli tradizionali (come movimenti populisti o nuovi protagonisti dell’estrema destra e del centro), capaci di erodere consensi e di indebolire proprio la coalizione che mira a rafforzare.

L’assenza di preferenze offre terreno fertile a figure carismatiche che promettono di “ridare voce agli elettori” e di opporsi alla partitocrazia. Inoltre, l’obbligo di indicare il premier costringerà le opposizioni a trovare rapidamente un candidato unico: un compito difficile per partiti ideologicamente lontani e in lotta per la leadership. La riforma potrebbe dunque generare l’opposto della stabilità che dichiara di perseguire.

La questione del centro e il ruolo dei moderati

La discussione sulla legge elettorale si intreccia con la frammentazione del quadro politico. Nel centrosinistra continua a mancare una “quarta gamba” moderata in grado di dialogare con i democratici e il Movimento 5 Stelle. Formare un polo centrista credibile richiede, però, autonomia rispetto ai partiti maggiori; la storia dell’Unione di Centro dimostra che un soggetto nato come forza autonoma può raggiungere risultati significativi. Tuttavia, una aggregazione costruita a tavolino o subordinata a un “nocciolo duro” di potere rischia di apparire come l’ennesima lista civetta.

La scelta del leader dell’opposizione dovrebbe avvenire, secondo molti, attraverso primarie aperte o un criterio chiaro (indicazione del partito più votato). Attardarsi in scontri tra personalità – come quelli tra Conte e Schlein – indebolisce l’alternativa. Solo individuando un metodo condiviso e portando in campo protagonisti nuovi la sinistra e il centro potranno presentarsi con una proposta competitiva.

Il Melonellum si presenta come una riforma capace di garantire governabilità, ma in realtà accentua la distanza tra elettori e istituzioni. La soppressione dei collegi uninominali, l’assenza di preferenze e l’attribuzione di un premio di maggioranza a chi raggiunge una soglia elevata sono strumenti che rafforzano l’egemonia dei partiti al governo e riducono la rappresentanza.  Di fronte a un astensionismo che ha già raggiunto livelli record , la soluzione non può essere quella di limitare ulteriormente la possibilità degli elettori di scegliere. Una vera riforma dovrebbe invece restituire voce ai cittadini tramite collegi più piccoli e preferenze, rafforzare il ruolo del Parlamento e bilanciare le istituzioni. Altrimenti si rischia di promuovere, sotto il nome di stabilità, l’auto‑dissoluzione della democrazia rappresentativa.