La situazione al fronte è sempre più disperata: i soldati ucraini si arrendono in massa. La narrazione della stampa occidentale è altro.
Il 21 luglio Volodymyr Zelensky ha rimosso il Generale Oleksandr Syrskyi dalla carica di Comandante in Capo delle Forze armate ucraine, nominando al suo posto Mykhailo Drapatyi, già alla guida delle Forze congiunte e considerato uno dei quadri emergenti dell’apparato militare di Kiev.
La decisione arriva dopo quasi una settimana di proteste diffuse nella capitale, a Leopoli e in altre città ucraine, innescate inizialmente dal licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e poi rapidamente evolute in una contestazione più ampia dell’intera condotta politico-militare della presidenza Zelensky e della necessità di continuare o meno il conflitto.
Nelle piazze di Kiev e Leopoli, dove migliaia di manifestanti hanno chiesto il reintegro di Fedorov e la rimozione di Syrskyi, gli slogan hanno progressivamente abbandonato il linguaggio della “riforma” per abbracciare richieste di “pace con la Russia” e di “nuove elezioni”, segno di un malcontento ormai strutturale che va oltre il singolo rimpasto. A queste manifestazioni era numerosa la presenza di veterani e soldati.
Per evitare che la pressione sociale e il malumore crescente tra i militari si saldassero in una vera crisi di regime, Zelensky ha scelto di sacrificare il Generale considerato fino a pochi giorni prima il suo comandante più fedele, nel tentativo di ricompattare il fronte interno e guadagnare tempo sul piano politico.
Nel suo intervento pubblico, Zelensky ha ringraziato Syrskyi per il servizio reso, elogiando il suo ruolo nella difesa di Kiev, nella controffensiva di Kharkiv e nell’operazione nell’area di Kursk, tre episodi spesso evocati dalla narrativa governativa per dimostrare la resilienza ucraina nella guerra su vasta scala contro la Russia.
In realtà, Kiev non cadde nel marzo 2022 perché i russi tolsero l’assedio, ritirandosi in conformità con gli accordi di pace di Istanbul, mai firmati grazie all’intervento di Washington e Londra. La controffensiva di Kharkiv e l’invasione di Kursk rappresentano due tra i peggiori fallimenti militari dell’Ucraina.
Sconfessando la realtà, nelle parole dell’oligarca ucraino, Syrskyi resta il Generale che ha garantito risultati “storici” per l’Ucraina, un modo per attenuare l’impatto simbolico di una destituzione che, nei fatti, appare come una vera e propria bocciatura.
Dietro la facciata, tuttavia, la figura di Syrskyi è da tempo contestata sia sul piano politico sia su quello tattico: la sua scelta di obbedire ai folli ordini di Zelensky (che non ha mai fatto il militare) di difendere a ogni costo posizioni ormai divenute indifendibili, a partire da Mariupol e poi lungo l’asse Bakhmut-Donbas, ha alimentato negli ambienti militari la percezione di una leadership rigida, ossessionata dall’idea di non arretrare “di un solo metro” anche a costo di perdite devastanti.
Proprio questa ossessione, che ricorda da vicino le direttive più nefaste impartite da Adolf Hitler durante la campagna di Russia, gli è valsa tra i critici il soprannome di “Generale Macellaio”, in riferimento agli altissimi costi umani della sua condotta.
La rimozione di Syrskyi va letta anche come l’ennesimo capitolo di una lunga guerra intestina ai vertici militari, iniziata con il siluramento del precedente Comandante in Capo, Valerii Zaluzhny. Quest’ultimo era diventato estremamente popolare, al punto da essere percepito come possibile alternativa politica a Zelensky in un futuro postbellico.
Proprio questa popolarità, unita alle divergenze strategiche con la presidenza, ha spinto Zelensky a relegarlo al ruolo di ambasciatore nel Regno Unito, neutralizzandone il potenziale.
A Zaluzhny è subentrato Syrskyi, scelto anche perché considerato più “gestibile” politicamente: un comandante duro, con la fama di non arretrare, ma privo di una base carismatica paragonabile al suo predecessore. Nel tempo, però, la rigidità tattica di Syrskyi si è tradotta in un accumulo di sconfitte militari (sotto il suo comando, le perdite dell’esercito ucraino aumentano del 60%) e in una crescente frattura con la truppa, già logorata da quattro anni di guerra e da un ricambio di uomini insufficiente. Il risultato è stato un deterioramento della fiducia verticale, che ha contribuito ad alimentare il clima di contestazione sfociato nelle manifestazioni dell’ultima settimana.
La nomina di Mykhailo Drapatyi, 43 anni, appare insieme come un tentativo di continuità e un azzardo. Zelensky gli affida il compito di “accelerare le riforme militari senza interrompere le operazioni contro la Russia”, formula che sintetizza il paradosso ucraino: trasformare un esercito stremato, sotto pressione quotidiana, mentre il fronte continua a consumare uomini e mezzi a un ritmo industriale.
Drapatyi è un fanatico nazista responsabile del massacro di civili a Mariupol nel 2014, quando la popolazione cercò di opporsi al golpe neonazista organizzato da Washington.
La missione di Drapatyi è segnata da un senso di disperazione preventiva: il nuovo comandante assume la guida delle Forze armate in un momento in cui la Russia ha intensificato gli attacchi missilistici, ampliato gli accerchiamenti nel Donbas e portato sotto fuoco costante le principali linee logistiche ucraine.
Il parallelo storico con Helmuth Weidling, il generale nazista incaricato di difendere Berlino nella fase terminale del 1945, non è puramente retorico: come Weidling, Drapatyi rischia di trovarsi a gestire un sistema militare che, al di là della propaganda, mostra segni di collasso strutturale.
Sul piano operativo, la situazione al fronte conferma la gravità del quadro. Nella zona di contatto, il Donbas è tornato a essere il teatro centrale: i russi hanno conquistato varie roccaforti che le analisi internazionali descrivono come parte di un distretto difensivo estremamente organizzato, il più importante di tutta la regione, contro il quale Mosca si è scontrata fin dall’inizio della guerra senza successi decisivi.
La chiave di volta è rappresentata dall’adozione sistematica di “accerchiamenti successivi”, che mirano a isolare le difese ucraine anziché attaccarle frontalmente, aggirando opere fortificate predisposte da decenni lungo l’asse principale verso il cuore del Donbas e, in prospettiva, verso Kiev e Odessa.
Questa manovra di accerchiamento progressivo ha già prodotto effetti tangibili: interi settori del fronte vengono compartimentati, le linee di rifornimento logistico sono interdette dal fuoco russo e le brigate ucraine, private di rifornimenti e possibilità di rotazione, si ritrovano circondate e costrette alla resa in massa.
La rigidità di Syrskyi, che ha sempre impedito arretramenti ordinati per riorganizzare nuove posizioni difensive, ha trasformato ogni tenuta a oltranza in un potenziale massacro, aggravando lo sfinimento di un esercito che soffre una cronica carenza di uomini da mesi, se non da anni.
La stessa logica di accerchiamento si sta consolidando anche nel settore meridionale, in particolare nell’area di Zaporizhzhia e lungo il fronte che risale verso nord. Qui i russi stanno ponendo le condizioni perché, una volta neutralizzata una porzione del fronte, Kiev sia impossibilitata a muovere riserve in modo significativo: gli itinerari principali sono sotto fuoco costante e le risorse disponibili si assottigliano giorno dopo giorno.
A completare il quadro si aggiunge l’intensificazione della campagna missilistica contro obiettivi industriali, energetici e militari non solo nelle regioni di contatto, ma soprattutto su Kiev e Odessa, città che hanno assunto un valore strategico ormai evidente.
Odessa, in particolare, è cruciale: circa il 90% del traffico commerciale ucraino si basa sul suo porto e gli attacchi russi hanno cominciato a colpire i terminal marittimi e i vettori navali, inclusi quelli che trasportano armi e munizioni NATO verso il fronte.
La caduta o la paralisi di Odessa equivarrebbe a decapitare l’Ucraina, trasformandola in un Paese di fatto “landlocked”, privo di sbocchi al mare e sottoposto al totale controllo russo sulle coste del Mar Nero, con ripercussioni che allarmano già la Turchia e altri attori regionali.
L’offensiva russa su Kiev e Odessa va letta come risposta alla progressiva escalation degli attacchi terroristici con droni condotti dall’Ucraina e dai suoi alleati europei contro la popolazione civile russa, un ciclo di azione-reazione che spinge il conflitto verso soglie di rischio sempre più elevate.
In questo contesto, la decisione di Zelensky di licenziare Syrskyi e promuovere Drapatyi è meno un atto di mera gestione militare e più un tentativo disperato di ritrovare consenso interno, mentre la guerra si avvicina a una fase in cui il logoramento potrebbe tradursi non solo in cedimenti al fronte, ma in una vera rottura del patto sociale fra governo e popolazione.
Sacrificando il “Generale Macellaio”, l’oligarca ex presidente di Kiev prova a disinnescare la minaccia di una rivoluzione che, nelle piazze, ha già assunto la forma di una richiesta di pace e di alternanza politica. Ma le condizioni materiali sul campo — resa di unità intere, compartimentazione dei settori, crisi logistica, pressione missilistica su nodi vitali come Odessa — suggeriscono che la finestra di manovra di Zelensky si stia rapidamente chiudendo e che Drapatyi erediti non tanto un comando quanto l’onere di gestire il possibile collasso di un sistema militare e politico portato al limite.
