La missione segreta a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe riapre l’ipotesi di un incontro a tre. Ma non c’è ancora un vertice concordato. Sul campo la Russia continua a premere nel Donbass, Kiev resiste e colpisce in profondità, mentre dietro le quinte Washington tenta di riannodare un negoziato interrotto da mesi. La pace potrebbe tornare nell’agenda. Ma tra parlare di pace e costruirla resta un abisso.

Non c’è ancora una data, non c’è una sede e, soprattutto, non c’è ancora il sì di Vladimir Putin. Eppure qualcosa si è mosso. Secondo Axios, durante la sua recente e discreta missione a Mosca il direttore della CIA John Ratcliffe avrebbe proposto un incontro trilaterale fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky per tentare di rimettere in moto il negoziato sulla guerra d’Ucraina. Washington avrebbe già informato Kiev dell’iniziativa. Zelensky è favorevole; Putin, almeno fino ad oggi, ha sempre respinto questo formato. Non siamo dunque alla vigilia di una conferenza di pace. Ma quando, dopo quattro anni e mezzo di guerra, il capo della CIA vola a Mosca e parla con i vertici dell’intelligence russa di come riportare i tre presidenti attorno allo stesso tavolo, la notizia merita qualcosa di più di un titolo: significa che qualcuno ha cominciato nuovamente a cercare l’uscita dal labirinto.

Bisogna innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco. Axios non ha annunciato un vertice Trump-Putin-Zelensky già deciso. Ha riferito, sulla base di due fonti informate, che Ratcliffe ne ha prospettato la possibilità durante la sua missione a Mosca. Il direttore della CIA ha incontrato Sergej Naryshkin, capo dell’intelligence estera russa, e Aleksandr Bortnikov, direttore dell’FSB. Putin non ha incontrato Ratcliffe, ma il Cremlino ha confermato la visita e ha fatto sapere che il presidente russo è stato informato dei colloqui.

La differenza non è secondaria. Una cosa è fissare un summit, un’altra è sondare se esistano le condizioni perché avvenga. Siamo ancora nella seconda fase.

Ed è proprio questo, forse, il dato più interessante. L’America sta cercando di capire non tanto se Putin voglia incontrare Zelensky, quanto se possa essere portato a considerare conveniente farlo. Secondo Axios, uno degli obiettivi di Ratcliffe era verificare se i vertici dell’intelligence russa potessero contribuire a persuadere il Cremlino a riaprire i negoziati mediati dagli Stati Uniti. È diplomazia condotta attraverso quella zona grigia nella quale servizi segreti e politica estera spesso si incontrano quando i canali ufficiali non producono più risultati.

Non è casuale che accada adesso.

Il processo negoziale promosso dall’amministrazione Trump si era sostanzialmente fermato a febbraio, travolto anche dalla nuova guerra mediorientale e dallo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Iran. Nei mesi precedenti russi e ucraini si erano incontrati ad Abu Dhabi e a Ginevra con la mediazione di Steve Witkoff e Jared Kushner. Qualche progresso tecnico era stato raggiunto, persino sull’ipotesi di un meccanismo americano di controllo di un eventuale cessate il fuoco. Ma sulla questione decisiva — il territorio — le posizioni erano rimaste lontanissime. Mosca pretendeva il ritiro ucraino anche dalla parte del Donbass ancora controllata da Kiev; Zelensky sosteneva invece il principio molto più semplice, ma per il Cremlino inaccettabile, del “ci fermiamo dove siamo”.

Ed eccoci alla domanda fondamentale: a che punto è davvero la guerra?

Non siamo di fronte a una Russia prossima a conquistare militarmente l’Ucraina. Ma neppure a un’Ucraina vicina a riconquistare con le armi tutti i territori perduti. La guerra è diventata una gigantesca macchina di logoramento.

Sul fronte orientale Mosca mantiene l’iniziativa e concentra uno degli sforzi principali contro quella fascia fortificata del Donetsk che comprende l’area di Sloviansk, Kramatorsk e Kostyantynivka. Secondo le più recenti valutazioni dell’Institute for the Study of War, le forze russe stanno cercando di premere contemporaneamente sulle estremità settentrionale e meridionale di questo sistema difensivo e continuano infiltrazioni attorno a Kostyantynivka. Ma nello stesso tempo gli ucraini hanno ottenuto avanzamenti locali nelle direzioni di Dobropillya e Kupiansk. La fotografia, insomma, non è quella di un fronte sul punto di crollare: è quella di un fronte che lentamente si consuma.

La Russia dispone di più uomini e conserva una grande capacità di pressione, ma paga avanzamenti molto costosi. Kiev ha invece un problema sempre più evidente di personale, finanziamenti e soprattutto difesa aerea. Il nuovo ministro della Difesa ucraino Yevhenii Khmara deve contemporaneamente affrontare un deficit miliardario nel bilancio militare, riorganizzare la macchina bellica e convincere gli alleati europei a sostenere nel tempo uno sforzo che non può più essere considerato emergenziale: è diventato strutturale.

Nel frattempo la guerra verticale, quella dei droni e dei missili, si sta facendo persino più feroce di quella delle trincee. Mosca continua a colpire città, infrastrutture energetiche, logistiche e industriali ucraine; Kiev risponde portando sempre più spesso i propri droni contro raffinerie, depositi e installazioni all’interno della Federazione Russa. Negli ultimi giorni un attacco russo nella regione di Kyiv ha provocato decine di morti, mentre l’Ucraina ha continuato la propria campagna contro il sistema petrolifero e logistico russo.

È in questo quadro che l’ipotesi del vertice assume un significato diverso.

Quando nessuno dei due eserciti riesce a trasformare la propria forza in una vittoria decisiva, aumenta il valore politico del tavolo negoziale. Non necessariamente perché i contendenti siano diventati più pacifici. A volte si negozia proprio perché si è compreso quanto costerebbe continuare.

Per Putin il problema è evidente. Può ancora guadagnare terreno, ma lentamente e pagando un prezzo elevatissimo. Il Cremlino deve chiedersi se ciò che potrebbe conquistare in un altro anno di guerra valga ciò che un altro anno di guerra potrebbe costare alla Russia sul piano umano, economico e strategico.

Per Zelensky il calcolo è opposto ma altrettanto duro. Continuare a resistere impedisce a Mosca di trasformare l’invasione in una vittoria completa, ma l’Ucraina dipende sempre più dalla capacità europea e americana di garantire armi, denaro, intercettori e uomini addestrati. Accettare una tregua senza garanzie, però, significherebbe correre il rischio di trasformare il cessate il fuoco in una pausa concessa alla Russia per preparare la guerra successiva.

E poi c’è Trump.

Il presidente americano ha bisogno di un risultato. Per mesi ha promesso di poter chiudere una guerra che le precedenti strategie occidentali non erano riuscite né a vincere né a terminare. Il summit a tre sarebbe esattamente il tipo di diplomazia che Trump predilige: personalizzata, teatrale, concentrata sui leader e sulla possibilità di trasformare una trattativa interminabile in una decisione politica presa attorno a un tavolo.

Ma proprio qui si nasconde il rischio.

Un incontro tra Trump, Putin e Zelensky senza un accordo preparatorio potrebbe trasformarsi in una fotografia storica e nulla più. Peggio: potrebbe diventare il luogo nel quale esercitare una pressione asimmetrica su Kiev perché accetti una soluzione territoriale che Mosca non è riuscita a ottenere integralmente sul campo.

La vera domanda, quindi, non è se i tre si incontreranno, ma su che cosa sarebbero chiamati a decidere.

Un negoziato credibile dovrebbe sciogliere almeno tre nodi: dove fermare gli eserciti; quale status attribuire ai territori occupati; quali garanzie renderebbero impossibile o almeno molto più costosa una nuova invasione russa. È su questo terzo punto che si misura la differenza fra una tregua e la pace.

L’errore sarebbe pensare che pace significhi semplicemente silenzio delle armi.

La pace non può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi diplomatici, né la semplice consacrazione del diritto del più forte. Ma neppure può essere concepita come una formula astratta che ignori la realtà: le guerre, prima o poi, terminano con qualcuno che si siede davanti a qualcuno con cui fino al giorno precedente combatteva.

È significativo che quasi contemporaneamente alla missione di Ratcliffe sia arrivato a Mosca anche l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati. Dopo il colloquio con Sergej Lavrov ha sintetizzato tutto in poche parole: «Questa guerra deve finire». La Santa Sede ha ribadito la disponibilità a offrire sostegno diplomatico e uno spazio per il dialogo, ricordando una verità che rischia di scomparire dietro le mappe militari: ogni giorno aggiunge morti, ferite e rancori e rende più difficile la riconciliazione del giorno dopo.

E forse è proprio questo l’elemento che manca quando discutiamo di Ucraina contando chilometri conquistati, missili intercettati, miliardi stanziati e sanzioni introdotte. La guerra non è una cartina geografica. È una generazione di uomini e donne che da quattro anni e mezzo vive dentro il lutto, la paura, l’odio e la separazione.

Che cosa succederà, allora?

È poco probabile che nelle prossime settimane arrivi improvvisamente “la pace”. Più realistico è immaginare la riapertura del negoziato americano già a settembre, eventualità indicata dallo stesso capo dell’amministrazione presidenziale ucraina Kyrylo Budanov. Se quel canale producesse qualche convergenza — sul controllo di un cessate il fuoco, sulla sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, sugli scambi di prigionieri e soprattutto sulla linea lungo la quale congelare temporaneamente il combattimento — allora un incontro Putin-Zelensky, probabilmente con Trump, cesserebbe di essere soltanto un’idea.

Il passaggio decisivo sarà Putin. Zelensky ha già fatto sapere da tempo di essere disponibile al confronto diretto. Trump lo vuole. Il presidente russo, invece, continua a ritenere che il campo di battaglia possa ancora migliorare la propria posizione negoziale. Ed è per questo che le informazioni ucraine circa la preparazione di possibili nuove operazioni russe nel nord, anche verso le direttrici di Kyiv e Chernihiv, devono essere prese sul serio ma non confuse con la certezza che una nuova grande offensiva sia già stata decisa o sia imminente. È intelligence ucraina, non un fatto indipendentemente verificato. Axios stesso segnala questo scenario mentre riferisce del tentativo diplomatico americano.

Si entra dunque in una fase paradossale: più si parla di trattativa, più può aumentare la violenza sul terreno. È una dinamica antica quanto la guerra. Prima di sedersi al tavolo, ogni esercito tenta di arrivarci occupando qualche villaggio in più, distruggendo qualche capacità del nemico in più, mostrando di avere ancora carte da giocare.

Per questo le prossime settimane potrebbero essere particolarmente pericolose.

Il vertice evocato da Axios, se mai avverrà, non sarà il miracolo che mette fine alla guerra. Potrebbe però essere il punto in cui per la prima volta Putin, Zelensky e Trump sono costretti a guardare contemporaneamente la stessa realtà: la Russia può ancora avanzare ma non ha ottenuto la vittoria strategica; l’Ucraina può ancora resistere ma non può sostenere indefinitamente questa guerra da sola; l’Occidente può continuare a finanziare Kiev ma non possiede una strategia militare capace di promettere una conclusione rapida.

Quando tre verità scomode arrivano nello stesso momento sullo stesso tavolo, talvolta nasce la diplomazia.

Non sappiamo ancora se nascerà anche la pace.

Il possibile vertice Trump-Putin-Zelensky non è ancora un appuntamento, ma è il segnale che Washington sta tentando di trasformare una guerra ormai senza soluzione militare rapida in una trattativa politica. Putin cercherà di arrivarci più forte, Zelensky dovrà evitare una pace senza garanzie, Trump vorrà dimostrare di poter ottenere il risultato che finora è sfuggito a tutti. Nel frattempo continueranno a morire uomini. Ed è questa, prima delle mappe e delle strategie, la ragione per cui ogni spiraglio di dialogo merita di essere percorso: senza scambiare la resa per la pace, ma senza scambiare neppure la prosecuzione infinita della guerra per una strategia.