Le critiche che oggi arrivano dall’interno dello stesso mondo chavista raccontano una crisi politica profonda. Ma, sopra ogni divisione, resta il dovere di non dimenticare un popolo già duramente colpito dal terremoto e da anni di sofferenza.
Per oltre vent’anni il Venezuela è stato il simbolo di una delle più profonde divisioni geopolitiche del continente americano. Da una parte il progetto della Rivoluzione Bolivariana, dall’altra l’opposizione sostenuta, secondo molti osservatori, da una costante pressione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Oggi, però, qualcosa è cambiato. Le critiche più severe all’attuale dirigenza non provengono soltanto dagli avversari storici del chavismo, ma da chi quel progetto lo ha sostenuto, difeso e studiato per oltre trent’anni.
La decisione della Rete dei Comunisti di interrompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano costituisce un fatto politico di rilievo. Luciano Vasapollo, economista e profondo conoscitore del processo bolivariano, non parla da osservatore esterno, ma da chi rivendica una lunga storia di collaborazione con il Venezuela di Hugo Chávez. Proprio per questo le sue parole meritano attenzione, anche quando possono essere oggetto di dissenso.
Le accuse sono pesanti: progressivo abbandono dei principi originari della Rivoluzione Bolivariana, ridimensionamento della partecipazione popolare, nuove alleanze internazionali ritenute incompatibili con la tradizione internazionalista del chavismo. Si tratta di valutazioni politiche che appartengono al confronto interno alla sinistra latinoamericana e che dovranno essere giudicate dalla storia.
Vi è tuttavia un elemento che ha assunto un particolare valore simbolico. Tra le scelte più discusse dell’attuale gruppo dirigente venezuelano vi è il riavvicinamento diplomatico a Israele promosso dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. Gli incontri ufficiali con il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e con la delegazione israeliana intervenuta nelle operazioni di soccorso dopo il terremoto, salutati dal premier Benjamin Netanyahu come l’inizio di una nuova stagione nei rapporti tra Caracas e Gerusalemme dopo diciassette anni di gelo diplomatico, hanno rappresentato, per una parte significativa del mondo chavista, una netta discontinuità rispetto alla linea inaugurata da Hugo Chávez, storicamente schierata a favore della causa palestinese.
A rendere ancora più controverso questo mutamento ha contribuito anche la decisione del Venezuela di ritirarsi dalla Corte penale internazionale. Una scelta che il governo ha motivato denunciando una presunta politicizzazione dell’organismo, ma che numerosi osservatori e gli stessi critici interni al chavismo interpretano come un ulteriore segnale di cambiamento nella politica estera del Paese. In questo contesto, il riavvicinamento con Israele è stato letto da una parte della sinistra latinoamericana come un gesto politicamente significativo, soprattutto mentre il Sudafrica ha promosso davanti alla Corte internazionale di giustizia un ricorso contro Israele per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza e mentre continuano le operazioni militari nella Striscia e in Libano. Per questi settori politici, la nuova linea diplomatica venezuelana appare difficilmente conciliabile con la tradizionale collocazione internazionalista e filopalestinese che aveva caratterizzato la stagione di Hugo Chávez.
L’assistenza umanitaria non dovrebbe mai essere oggetto di contestazione. Ogni aiuto rivolto a una popolazione colpita da una catastrofe naturale è un dovere morale e rappresenta un segno di umanità. Diverso è il piano della politica internazionale. Quando una tragedia nazionale coincide con un evidente mutamento degli equilibri diplomatici, è comprensibile che si aprano interrogativi e che maturino anche fratture profonde all’interno di chi, fino a ieri, condivideva la medesima storia politica.
Ma sarebbe un errore fermarsi alle dinamiche del potere. Perché il vero volto del Venezuela di oggi non è quello delle polemiche diplomatiche, bensì quello di un popolo che continua a soffrire. Il terremoto del 24 giugno ha aggravato una situazione già estremamente fragile: oltre cinquemila vittime, migliaia di feriti, decine di migliaia di sfollati, abitazioni distrutte, scuole e ospedali danneggiati, servizi essenziali compromessi. A una crisi economica e sociale che dura da anni si è aggiunta una devastazione che ha colpito soprattutto le persone più vulnerabili.
In questo contesto acquista un significato ancora più profondo la scelta della Conferenza Episcopale Italiana di promuovere, attraverso Caritas Italiana, la colletta nazionale celebrata domenica scorsa in tutte le chiese del Paese. È stato un gesto di comunione ecclesiale e di concreta prossimità verso una popolazione ferita, accompagnato dalla preghiera e dalla generosità di migliaia di fedeli. Anche i Frati Francescani dell’Immacolata hanno partecipato con convinzione a questa iniziativa, unendosi all’abbraccio della Chiesa italiana verso il popolo venezuelano.
Il Venezuela ha conosciuto negli ultimi decenni sanzioni internazionali, tensioni interne, errori politici, contrapposizioni ideologiche e profonde sofferenze sociali. Sarebbe ingiusto attribuire una crisi tanto complessa a una sola causa o a un solo protagonista. Ma sarebbe altrettanto ingiusto dimenticare che, dietro ogni analisi geopolitica, vi sono milioni di persone che attendono semplicemente di poter vivere in pace, con dignità, lavoro, cure e speranza.
Le vicende della politica continueranno inevitabilmente a dividere. La ricostruzione di un Paese, invece, richiede qualcosa che va oltre ogni appartenenza: verità, responsabilità e solidarietà. È l’augurio che oggi accompagna il Venezuela, perché dopo tante prove possa finalmente aprirsi una stagione di riconciliazione, di rinascita e di autentica speranza per un popolo che ha già pagato un prezzo troppo alto.
